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Libia, capolinea delle primavere arabe

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Alberto Negri
Alberto Negri

17 Dicembre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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La questione libica resta l’ultimo capitolo ancora aperto delle primavere arabe. Una situazione dall’esito incerto, tranne che per gli sconfitti sicuri: i migranti

Ridotta all’essenziale la questione libica è l’ultimo capitolo, ancora non concluso, delle primavere arabe ma di cui si sta preparando il terreno all’epilogo, che non è quello raccontato dall’Onu, dalle potenze internazionali o alla conferenza di Palermo del novembre scorso. Da una parte c’è un governo di Tripoli, composto da Fratelli Musulmani e salafiti, riconosciuto dalla comunità internazionale ma di fatto sostenuto soltanto da tre Paesi, l’Italia, la Turchia e il Qatar.

Cioè da tre stati che le primavere arabe le hanno perse. L’Italia perché ha abbandonato al suo destino il Colonnello Gheddafi, il suo maggiore alleato nel Mediterraneo che soltanto sei mesi prima della rivolta di Bengasi del febbraio 2011 riceveva a Roma in pompa magna firmando contratti per decine di miliardi con l’approvazione di tutte le forze politiche. La Turchia perché, sostenendo l’ascesa dell’Islam politico, ha visto spazzare via il governo dei Fratelli Musulmani di Mohammed Morsi in Egitto e poi ha fallito l’obiettivo di abbattere in Siria il regime di Bashar Assad con l’appoggio ai jihadisti. Un disastro, al punto che per contenere i curdi Erdogan si è dovuto mettere d’accordo con la Russia e l’Iran.

Il Qatar, diventato in questi due anni il nostro maggiore cliente di armi e uno dei più importanti investitori in Italia, ha perso perché come la Turchia voleva eliminare Assad finanziando gli jihadisti e si è poi trovato isolato dalle monarchie del Golfo che ritengono i Fratelli Musulmani, ospitati da Doha, il loro peggiore nemico. Dall’altra parte c’è il governo di Tobruk in mano al generale Khalifa Haftar che gode del sostegno di Russia, Francia ed Egitto. La Russia è la potenza vincitrice delle primavere arabe: con l’Iran e gli Hezbollah libanesi è riuscita a tenere in piedi Assad, ha costretto la Turchia a venire a patti e mantiene buoni rapporti con i sauditi, anche loro sconfitti in Siria e alle prese con la guerra in Yemen.

L’Egitto dl Al Sisi nel 2013 con un colpo di stato ha sbalzato al potere i Fratelli Musulmani mentre la Francia, dopo aver sbagliato cavallo in Siria, adesso recupera terreno in Libia e ha rafforzato ai confini la sua presenza militare nel Sahel, dal Mali al Niger. In poche parole il governo di Tripoli è protetto da tre stati perdenti, mentre il generale Haftar da Mosca e Parigi, due potenze nucleari e che fanno parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Volete che russi e francesi si siano messi dalla parte della Cirenaica per perdere? A parole la Russia e la Francia dicono di appoggiare il piano delle Nazioni Unite ma puntano a una vittoria di Haftar che è funzionale all’obiettivo di eliminare l’Islam politico, sia salafita che jihadista. Questa, oltre alle risorse energetiche, è la vera posta in gioco nel Mediterraneo.

Gli Stati Uniti, che in Libia si limitano a bombardare con i droni l’Isis, non hanno mai realmente sostenuto il governo di Tripoli, altrimenti sarebbero intervenuti a rafforzarlo mentre hanno lasciato alle tre potenze perdenti delle primavere arabe e all’Italia il compito di mantenere in vita un governo ostaggio delle milizie. Quindi gli Usa condividono non ufficialmente l’idea che la Libia debba essere governata da un uomo forte che rimetta ordine sulla Sponda Sud. La Francia fa al caso loro perché è coinvolta con Haftar e allo stesso tempo ha il compito di tenere d’occhio le mosse della Russia, mentre Washington ha riallacciato in pieno i rapporti con l’Egitto dove i russi puntano ad avere qualche base militare dopo quelle ottenute in Siria.

Nel gioco americano il ruolo dell’Italia è quello di fare da schermo ai reali obiettivi delle grandi potenze, ovvero far fuori gli islamisti. L’Italia fa comodo anche alla Russia, che ci aiuta per bilanciare l’influenza della Francia sul generale Haftar e per tenere un piede in Tripolitania dove i suoi emissari sono andati anche a Zintane da Seif Islam, il figlio di Gheddafi. Ecco perché siamo messi male. Da anni schierati dalla parte sbagliata e per una serie di motivi, alcuni giustificabili, altri no. Il primo perché in Tripolitania c’è il 70% dei nostri interessi petroliferi ed economici rappresentati dai pozzi Eni e dal gasdotto Greenstream. Il secondo perché quando si è trattato di frenare l’intervento francese nel 2011 non solo non lo abbiamo impedito ma poi ci siamo accodati ai bombardamenti della Nato contro Gheddafi.

In quel momento abbiamo perso ogni credibilità sulla Sponda Sud, lasciando al suo destino il nostro alleato e concedendo le basi militari ai raid aerei francesi, inglesi e americani. Si poteva fare diversamente? Si poteva: lo ha sostenuto lo stesso generale Vincenzo Camporini, allora nostro capo di stato maggiore. Il terzo motivo è perché dalla Tripolitania venivano e vengono i barconi dei migranti, quindi dovevamo metterci d’accordo e pagare le fazioni locali. Il quarto è quello meno esplorato: l’appoggio agli islamisti di Tripoli ci ha evitato, finora, probabilmente anche qualche attentato jihadista in casa come invece è avvenuto nel resto d’Europa.

La conferenza di Palermo sulla Libia con la teatrale partecipazione del generale Haftar aveva come scopo principale quello di riposizionare l’Italia sbilanciata sul governo Sarraj, un esponente politico assolutamente inconsistente che però siamo stati noi a mettere in sella trasportandolo in nave da Tunisi a Tripoli nel 2015: prima di scendere a terra ha passato un mese nel porto, chiuso in cabina, perché altrimenti lo avrebbero fatto fuori senza l’approvazione dei miliziani islamisti. Così stanno le cose. A Tripoli e nell’Ovest della Libia siamo in mano alle milizie locali guidate da interessi economici, propense a fare traffici di ogni genere.

A Misurata c’è una sorta di autogoverno che negozia con le parti l’autonomia della città e la sua posizione strategica come migliore porto di approdo di tutta la Libia. Nell’Est con il generale Haftar ci sono grandi riserve petrolifere – anche se la Total estrae 100mila barili, meno di un terzo dell’Eni in Tripolitania – e i contesi terminali di esportazione della Sirte.La buone notizie sono queste. La Libia ha ripreso l’export di petrolio con un milione di barili al giorno, non lontani da quel livello di 1,6 milioni che era il tetto massimo mai raggiunto dal regime di Gheddafi. L’economia stenta, anche se cresce a tassi da capogiro perché riparte da zero, ma la Banca centrale, divisa tra Tripolitania e Cirenaica, sta provando a razionalizzare un sistema dove milizie, generali e tribù vogliono tutti la loro fetta di torta.

In sostanza governare la Libia vuol dire rimettere ordine e costruire l’embrione di uno stato, questo forse può farlo il generale Haftar ma al prezzo di nuove azioni militari. L’idea è quella di limitare scontri e perdite con la costituzione di un esercito nazionale sotto il suo comando, nel tentativo di disarmare una parte delle milizie includendole nelle nuove forze militari e trovare la legittimità negli accordi con città dell’Ovest come Zintane e Misurata. Se gli incentivi funzionano potrebbero spingere gli islamisti, o una parte di loro, a un’intesa. I perdenti più sicuri sono i migranti, di cui nessuno parla. Vengono trattati come schiavi nei campi profughi e continueranno a essere sottoposti ad angherie, torture e stupri. Ancora una volta il prezzo più salato dell’”ordine” lo pagheranno i più deboli e vulnerabili.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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