Nel tentativo di individuare una tendenza di medio termine nella politica fiscale italiana, mi sembra emergere, al di là degli strettissimi vincoli di finanza pubblica, un orientamento del legislatore non favorevole alle imprese italiane.
Politica fiscale italiana e imprese: una tendenza sfavorevole
Provo a spiegare il perché.
Nessuno, credo, dubita che, turismo a parte, un Paese privo di risorse naturali come il nostro debba incentivare la competitività “sana”, quella basata su servizi e prodotti ad alto valore aggiunto (valore, peraltro, da spartire più generosamente con la risorsa lavoro) e, in ultima analisi, quella basata su quella ormai nota come “economia della conoscenza” (Abravanel docet).
Competitività, investimenti e economia della conoscenza
La politica fiscale dovrebbe fare la propria parte, stimolando gli investimenti in tale direzione; certamente questo è già avvenuto in passato, ma credo servirebbe più coraggio e incisività: talune norme fiscali, a mio modesto avviso, non sembrano andare in questa direzione.
Patent Box e ricerca e sviluppo: dal premio alla qualità al mero costo
Un primo esempio è rappresentato dalla Patent Box, un’agevolazione di vari anni fa che premiava la qualità della ricerca e sviluppo, e che è stata fortemente ridimensionata, trasformandola in un doppione di un’altra agevolazione, di difficile applicazione e dalla tormentata storia legislativa e giurisprudenziale, relativa sempre alla ricerca e sviluppo, dove si premia la semplice spesa, efficace o inefficace che sia.
Affrancamento dell’avviamento e fusioni: una leva fiscale depotenziata
Un secondo caso emblematico è la formale “rimodulazione” (ma sostanziale “abrogazione”) dell’affrancamento dell’avviamento emergente in sede di fusione (la disciplina è più ampia e complessa, ma la identifico così solo per brevità): l’esecutivo (pardon, il legislatore, ma oramai le norme fiscali, complici i relativi tecnicismi, sono originate quasi sempre dall’esecutivo, di rado da disegni di legge parlamentari) ha innalzato le aliquote fiscali per procedere al riconoscimento fiscale di tale avviamento, al punto che non è più conveniente farlo (tanto valeva abrogare la norma).
Partecipazioni societarie e passaggio generazionale dell’impresa
Lo stesso schema si ritrova nella rimodulazione dell’aliquota di affrancamento delle partecipazioni societarie detenute da persone fisiche (anche qui, ho semplificato): un innalzamento che equivale ad un’abrogazione (rallentando così la circolazione del capitale imprenditoriale, tanto più necessaria quanto più è frequente la necessità di un passaggio dell’impresa familiare a favore dei fondi di investimento).
Participation exemption e tassazione dei dividendi: una distorsione del sistema
Analogo discorso vale per il depotenziamento della participation exemption in tema di dividendi – secondo me un “vulnus” alla logica della relativa disciplina (non tassare due volte, nemmeno parzialmente, la stessa ricchezza), che a mio avviso si spiega solo con le esigenze di cassa della finanza pubblica.
Extra-profitti bancari e doppia tassazione delle imprese
Infine, merita di essere richiamata la tassazione degli extra-profitti delle banche: ma non si tratta di profitti che, al pari di quelli non “extra”, sono già (pesantemente) tassati ai fini Ires e Irap? (per i puristi: l’IRAP ha una base imponibile diversa dall’IRAP, ma il concetto non cambia).
Tassazione progressiva delle imprese e articolo 53 della Costituzione
Tanto varrebbe introdurre una norma in base alla quale le imprese, tutte, non sono più soggette a tassazione proporzionale, ma progressiva, per cui oltre certe soglie di reddito le aliquote Ires crescono (di nuovo, lasciamo da parte l’Irap) – l’articolo 53 della nostra Costituzione non mi parrebbe impedirlo.
Tasse sulle persone fisiche: progressività solo apparente
E le persone fisiche? Sono già soggette a tassazione progressiva?
In teoria sì, in pratica no: basti pensare alle imposte sui redditi finanziari (proporzionali al 26%), alla tassazione delle rendite immobiliari (la cedolare secca sulle locazioni, oggi limitata a due immobili solo nel caso siano brevi), alla tassazione forfettaria (entro certi limiti di ricavi) delle persone fisiche con partita Iva, e alle altre forme di detassazione esistenti per le persone fisiche (tassisti, agricoltori, etc etc).
Incentivi alle imprese tra passato e presente: un cambio di paradigma
Per non essere frainteso: di sostegni alle imprese ce ne sono stati moltissimi, dalla Tremonti del primo governo Berlusconi (la mia memoria non risale oltre), agli iper-ammortamenti di oggi, passando per le varie Sabatini. Quello che mi sembra di intravedere è un intento di subordinazione delle esigenze dell’industria italiana rispetto al principio di “non mettere le mani nelle tasche degli italiani” (per tornare sempre a Berlusconi).
Per conto mio il paradigma andrebbe totalmente ribaltato, e la spesa pubblica profondamente ripensata, quanto meno in termini di priorità, posto che oggi non sembra orientata a sostenere né le fasce più deboli, né quelle maggiormente in grado, come i giovani, di assicurarci la competitività “sana” cui mi riferivo sopra.

