A marzo 2026 la Commissione europea ha pubblicato uno studio molto articolato sulla tassazione della ricchezza: Wealth taxation, including net wealth, capital and exit taxes. Tre volumi che, più che proporre nuove imposte, offrono una fotografia ampia e ragionata di come oggi viene tassato il patrimonio in Europa. Non è un documento operativo, ma è difficile ignorarlo.
Per chi si occupa di wealth planning, rappresenta la cornice entro cui si muoveranno le future scelte fiscali.
Perché l’Europa torna a parlare di tassazione della ricchezza
Il punto di partenza è un dato che ormai non sorprende più, ovvero che la ricchezza è sempre più concentrata. La quota detenuta dal 10% più ricco della popolazione è passata dal 57% al 60%, mentre quella dell’1% più ricco è cresciuta dal 22,6% al 25%. Parallelamente, però, le imposte sulla ricchezza si sono progressivamente ridotte negli ultimi decenni.
Il risultato è un sistema in cui il lavoro è tassato più del capitale. Da qui il ritorno del tema.
Anche a livello globale: basti pensare alla proposta — molto discussa — di una tassazione minima del 2% sui miliardari avanzata in ambito G20 dalla presidenza brasiliana.
La Commissione Europea non arriva a tanto, ma costruisce il terreno su cui quel tipo di dibattito è destinato a svilupparsi e, con ogni probabilità, a intensificarsi nei prossimi anni.
Come viene tassata oggi la ricchezza in Europa
Il report analizza cinque grandi categorie di imposte, ciascuna con logiche proprie, limiti specifici e un preciso retroterra storico.
Patrimoniali: dove esistono ancora le wealth tax
Un’imposta patrimoniale ricorrente in senso stretto è presente ormai solo in pochi Paesi (Spagna, Norvegia), mentre il caso svizzero continua a essere il modello più stabile. La lezione è semplice: funzionano solo se la base imponibile è ampia e ben amministrata. Altrimenti si svuotano rapidamente.
Capital gain non realizzati: il nodo della tassazione latente
Tema molto teorico e ancora poco praticato. Tassare guadagni “sulla carta” è lineare sulla carta, ma crea problemi seri: mancanza di liquidità e difficoltà di valutazione, soprattutto per asset non quotati.
Capital gain realizzati e rischio lock-in
Sono la regola ovunque, ma con molte eccezioni (prima casa, partecipazioni, holding). Il punto critico è il cosiddetto lock-in effect: si rinvia la vendita per rinviare l’imposta.
Successioni ed eredità: il grande trasferimento di ricchezza
Qui si gioca una partita importante. Le imposte esistono in molti Paesi, ma spesso con basi imponibili effettive molto ridotte a causa di esenzioni generose, agevolazioni per asset aziendali e franchigie elevate. Ne consegue una tassazione spesso dimezzata o nulla.
Eppure, le eredità stanno crescendo e saranno centrali nei prossimi anni. Il report parla chiaramente di un grande trasferimento generazionale in arrivo, che aumenterà ulteriormente il potenziale di gettito dell’imposta successoria.
Le reazioni comportamentali sono note: donazioni anticipate, utilizzo di trust, fondazioni e holding familiari, riallocazione geografica degli asset.
Exit tax e trasferimento della residenza fiscale
Colpiscono le plusvalenze latenti quando si cambia residenza fiscale. Tema delicato, perché deve convivere con la libertà di stabilimento europea.
Nella pratica, però, il report ridimensiona un mito: le grandi migrazioni fiscali restano fenomeni limitati.
I quattro problemi della tassazione dei grandi patrimoni
Al di là degli strumenti, emergono quattro problemi ricorrenti.
Il primo è tecnico: valutare patrimoni complessi è difficile e costoso.
Il secondo è comportamentale: i grandi patrimoni si riorganizzano, sempre.
Il terzo è giuridico: molte imposte patrimoniali hanno incontrato limiti costituzionali.
Il quarto è politico: sono tra le tasse meno popolari, ma anche tra le più cariche di aspettative.
Cosa può cambiare in Italia su patrimoni e successioni
L’Italia presenta un assetto peculiare nel contesto europeo. Non esiste una vera patrimoniale ricorrente in senso stretto — al netto di strumenti come Imu, Ivafe e Ivie — e anche l’imposta di successione resta tra le più contenute, sia per aliquote sia per livello delle franchigie riconosciute ai familiari più stretti. A questo si affiancano regimi pensati per attrarre contribuenti e capitali, come la flat tax per i neo-residenti e le agevolazioni per gli impatriati.
È un equilibrio che funziona, ma potrebbe essere messo sotto pressione dalle possibili evoluzioni di policy che si intravedono a livello europeo.
Tre indicazioni, dal punto di vista operativo.
La prima: la pianificazione successoria diventa centrale. Se il trend europeo è un rafforzamento delle imposte sulle eredità, muoversi oggi è semplicemente più razionale.
La seconda: la trasparenza non è più opzionale. Scambio automatico di informazioni e cooperazione internazionale stanno riducendo gli spazi opachi.
La terza: trust e veicoli analoghi restano strumenti legittimi, ma vanno “difesi” nella sostanza. Sempre meno spazio per strutture solo fiscali, sempre più attenzione alla funzione reale.
I limiti del report europeo sulla tassazione della ricchezza
Il lavoro è solido, ma qualche limite c’è. Si parla molto di equità e gettito, meno di competitività. In un’economia globale, la fiscalità non si guarda mai a pezzi: conta il sistema nel suo complesso.
Si sottovaluta, poi, la complessità operativa. Valutare patrimoni complessi non è solo un problema tecnico: è un terreno fertile per contenziosi.
Infine, resta implicita una certa visione: la ricchezza come base imponibile “disponibile”. È una prospettiva legittima, ma parziale. La ricchezza privata è anche investimento, impresa, rischio.
Tassazione della ricchezza: perché pianificare diventa decisivo
Il report non introduce nuove tasse, ma segna una direzione.
Per chi si occupa di patrimoni, il messaggio è chiaro: il sistema si muove verso un rafforzamento della tassazione della ricchezza, anche senza nuove patrimoniali “pure”.
La risposta utile non è né opporsi a priori né aspettare. È pianificare — prima.
Con una logica semplice, quasi tradizionale: ordine, trasparenza e visione di lungo periodo.
Perché quando le regole cambiano, chi è già organizzato gioca sempre un’altra partita.
