Alla fine il “pizzicotto” che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha anticipato per le banche potrebbe non prendere la forma di una nuova tassa – una proposta apertamente ostacolata da Forza Italia. Una delle ipotesi sul tavolo, ha confermato via XX Settembre a Bloomberg, sarebbe quella di impedire alle banche di utilizzare i crediti fiscali differiti (Dta, deferred tax assets) per un altro anno, fino al 2027. Una mossa consentirebbe nel breve periodo di incassare circa 1,5 miliardi di euro di imposte dalle banche. Il congelamento delle Dta era già stato deciso per il 2025 e il 2026 e, nei fatti, ha già rinviato la possibilità per le banche di compensare fiscalmente determinate perdite registrate nel passato. Una sorta di bonus fiscale che gli istituti dovranno attendere ancora per utilizzare, con il risultato di pagare più tasse nell’immediato – anche se nel lungo periodo l’impatto sulle finanze pubbliche sarebbe neutro, dal momento che la misura non annulla le Dta ma ne posticipa soltanto l’uso.
Dal punto di vista politico, questa opzione permetterebbe di sostenere il fabbisogno immediato del bilancio senza introdurre nuove tasse vere e proprie sul settore bancario.
“È solo una delle possibili opzioni in valutazione e al momento non sono stati ancora fatti calcoli sui valori”, ha dichiarato il ministero dell’Economia a Bloomberg, “dobbiamo sederci con le banche e discutere della questione”. Nell’immediato, il ministro Giorgetti ha commentato: “L’apprendo solo adesso”.
Salvini e quella certezza di poter convincere le banche a dare di più
Nelle scorse settimane la Lega, per bocca del ministro Giorgetti e di Matteo Salvini, leader del partito e ministro dei Trasporti, si era detta a favore di un sacrificio da parte del settore bancario italiano che, fra le altre cose, avrebbe beneficiato della riduzione dello spread ottenuta grazie alle politiche del governo. Considerando come nel 2025 sarebbe difficile calcolare un extraprofitto annuo sulla base del margine d’interesse, ormai in calo, era emersa l’ipotesi di tassare i buyback come avviene in diversi Paesi, fra cui Stati Uniti e Francia.
Queste voci hanno solo temporaneamente interrotto la corsa dei titoli bancari italiani fra fine agosto e inizio settembre. Da inizio anno al 15 settembre il Ftse Italia Banche, l’indice settoriale che traccia l’andamento del settore, ha guadagnato il 55,56% (esclusi i dividendi), una performance più che doppia rispetto al Ftse Mib (+25%). Martedì mattina, sulla scia di queste ultime notizie, il Ftse Italia banche ha aperto la seduta in calo dello 0,9%.
Secondo quanto riferito dalle fonti riservate raggiunte da Bloomberg, i funzionari del governo incontreranno i vertici bancari nelle prossime settimane per convincerli ad accettare il rinvio delle Dta “senza sollevare obiezioni”. Già domenica scorsa Salvini aveva dichiarato, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, di essere “certo” di poter convincere gli amministratori delegati delle banche a dare un contributo aggiuntivo: “L’anno scorso le banche hanno guadagnato più di 46 miliardi. Se chiudono il 2025 con un po’ meno e con quei soldi ci permetteranno di aiutare famiglie e imprese con una rottamazione definitiva delle cartelle, saranno felici tutti… sono convinto che anche in maggioranza si troverà equilibrio per qualcosa che non è un esproprio proletario”.
Un eventuale prolungamento del blocco al 2027 avrebbe effetto solo dopo la scadenza dell’attuale misura, già fissata per il 2025-26. Alcune fonti bancarie raggiunte dal Messaggero hanno espresso confusione e disappunto per le indiscrezioni che, a un anno dal precedente accordo sulle Dta, rimetterebbero in campo un nuovo differimento. L’accordo già in essere consentirà di incassare in anticipo circa 3,4 miliardi di euro nel 2025-2026: non un gettito aggiuntivo definitivo, ma un’entrata di cassa che le banche potrebbero recuperare in futuro, quando torneranno a compensare le Dta.

