Aprire il capitale per crescere: è questo il messaggio che da anni accompagna le imprese familiari, spesso accusate di un “nanismo” poco adatto alla competizione internazionale. Fra le aziende di famiglia con oltre 20 milioni di fatturato, l’8,3% ha già aperto il capitale a investitori esterni. Nella maggior parte dei casi si tratta di una cessione del controllo (5,7%), mentre restano più limitate le operazioni di ingresso di soci di minoranza (1,7%) e le quotazioni in Borsa con mantenimento del controllo (0,9%).
Ma aprirsi al capitale non significa automaticamente crescere. Secondo l’ultimo Osservatorio AUB – promosso da AIDAF, UniCredit e Università Bocconi e presentato il 28 aprile alla Camera dei Deputati – non è tanto l’apertura in sé a fare la differenza, quanto il modo in cui avviene e, soprattutto, il tipo di investitore coinvolto.
Il paradosso delle cessioni: vendere il controllo può distruggere valore
Il dato più controintuitivo riguarda proprio le operazioni di cessione del controllo: nei tre anni successivi, il Roi si riduce mediamente del 10,8%. Un risultato che ribalta la narrativa più diffusa. Ma il quadro cambia radicalmente quando l’acquirente è un’altra famiglia imprenditoriale: in questo caso il Roi aumenta del 39%. Un’evidenza che si ritrova anche nelle operazioni di minoranza: l’ingresso di un investitore esterno porta in media a un incremento del Roi del 7,8%, ma se l’investitore è un’altra famiglia il dato sale al 29%.
Il campione analizzato – 1.140 operazioni su imprese con fatturato superiore ai 20 milioni – è sufficientemente ampio da restituire una tendenza chiara: non tutti i capitali sono uguali. “L’ingresso di un investitore di minoranza ha un effetto positivo e statisticamente significativo sulle performance, così come avviene, in media, per le quotazioni in Borsa”, spiega Fabio Quarato, docente del Dipartimento di Management e Tecnologia dell’Università Bocconi. “La cessione del controllo, invece, mostra un impatto negativo sulle performance”.
Il punto decisivo, però, è un altro: la natura dell’acquirente. “Quando una famiglia imprenditoriale cede a un’altra famiglia, si crea una maggiore affinità di orizzonte, cultura e modalità decisionali, che può tradursi in effetti sinergici rilevanti sulle performance”, osserva Quarato. In letteratura questo fenomeno è definito ownership similarity.
Non solo: gli effetti positivi risultano ancora più evidenti quando l’acquirente è domestico, quindi italiano, segnalando come anche la prossimità geografica e culturale giochi un ruolo nel successo dell’operazione. Ne emerge un’indicazione forte, che gli stessi autori ammettono essere in parte sorprendente: esiste un tema di maggiore efficacia degli acquirenti familiari, almeno nel contesto italiano.
Le proposte: capitale paziente e incentivi alla continuità
Da queste evidenze nasce anche una serie di proposte di policy, orientate a favorire la crescita senza sacrificare la continuità industriale.
“In primo luogo, è necessario incentivare il cosiddetto capitale paziente, cioè orientato al lungo periodo e coerente con la natura delle imprese familiari”, sottolinea Quarato. Tra le ipotesi: detassazione del capital gain o introduzione di un holding period minimo (intorno ai cinque anni), per qualificare l’investimento come stabile e scoraggiare approcci opportunistici.
Un secondo ambito riguarda lo sviluppo di piattaforme in grado di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di capitale, favorendo la continuità delle imprese familiari. Un terreno su cui si stanno muovendo anche diverse startup, spesso con il supporto dell’intelligenza artificiale.
Più ambiziosa, infine, la proposta di introdurre criteri di qualità industriale dell’acquirente: non solo capacità finanziaria, ma anche progetto industriale, mantenimento della sede in Italia e tutela dell’occupazione. Fino ad arrivare a ipotizzare un trattamento fiscale differenziato per gli investitori – industriali o familiari – in grado di garantire continuità nel lungo periodo.
Investimenti alti, margini in calo: il contesto che spinge ad aprire il capitale
Le evidenze sull’apertura del capitale si inseriscono in un quadro più ampio, che aiuta a spiegare perché sempre più imprese familiari valutino l’ingresso di nuovi soci. Dopo il rimbalzo post-Covid, la crescita dei ricavi è entrata in una fase di normalizzazione, con un calo dell’1,2% nel 2024 per le aziende familiari, a fronte di un +0,2% per le non familiari .
Allo stesso tempo, però, la propensione agli investimenti resta elevata: le immobilizzazioni crescono del 9,2%, più delle imprese non familiari (7,9%), segnalando una volontà diffusa di rafforzamento industriale nonostante l’incertezza .
È sul fronte della redditività che emergono le prime tensioni: il Roi scende al 9,8% (dall’11%) e il Roe all’11,2% (dal 14,2%), riflettendo soprattutto l’impatto dei tassi più alti e del costo del capitale. Nonostante questo, la struttura finanziaria resta solida: l’indebitamento continua a ridursi e il 43,1% delle aziende presenta una posizione finanziaria netta negativa, cioè più cassa che debito. In questo contesto che l’apertura del capitale diventa una leva strategica, non tanto per sopravvivere, quanto per sostenere crescita e trasformazione.

