Sostenibilità, imprese italiane pronte ma ancora indietro

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Le imprese italiane si preparano a un futuro più sostenibile, ma stimano che nei prossimi cinque anni dovranno affrontare ancora una mancanza di competenze. Un aspetto che rende il Belpaese il fanalino di coda dell'Europa. Lo rivela l'ultima edizione dell'Hsbc Navigator

Solo il 15% delle imprese italiane ritiene di poter giocare un ruolo significativo nella realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite

A trainare l'implementazione delle pratiche sostenibili sono gli standard normativi e il miglioramento della trasparenza e della tracciabilità

Tra le priorità in termini di investimenti ci sono la promozione della salute dei dipendenti e la fornitura di energia pulita

La pressione di consumatori, governi e competitor fa sentire il proprio peso sulle spalle delle imprese italiane, pronte a impegnarsi verso un futuro più sostenibile. Eppure, la mancanza di competenze e di un supporto verso il raggiungimento delle sfide poste dalle Nazioni Unite sembrano lasciare il Belpaese ancora indietro rispetto al contesto internazionale.
Secondo l'ultima edizione dell'Hsbc Navigator, che ha raccolto i sentiment e le aspettative di oltre 200 aziende, il 50% del tessuto imprenditoriale italiano percepisce di essere coinvolto nella realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, ma solo il 15% ritiene di giocare un ruolo veramente significativo.

Italia fanalino di coda dell'Europa


Ma quali sono le sfide che frenano le imprese italiane? Se da un lato gli standard normativi (29%), il miglioramento della trasparenza e della tracciabilità (24%) e il vantaggio reputazionale (22%) sembrano trainarle verso l'implementazione delle pratiche sostenibili, dall'altro ritengono di dover fronteggiare nei prossimi cinque anni non solo una carenza di supporto e di consulenza (nel 28% dei casi), ma anche una mancanza di comprensione e di conoscenza (25%). In questo contesto, l'Italia emerge come il fanalino di coda sia della media europea che di quella globale, dove la percentuale di imprese che riconoscono la carenza di supporto/consulenza scende rispettivamente al 22% e al 23%.

Su cosa investono le imprese italiane?


Il 32% delle imprese, intanto, dichiara di dare priorità in termini di investimenti alla promozione della salute, del benessere e della sicurezza dei dipendenti, accompagnate da un 30% focalizzato sull'efficienza energetica e l'energia pulita. Tra i fattori Esg misurati, invece, prevalgono gli aspetti sociali e di governance: le aziende italiane ritengono rilevante in particolare l'anti-corruzione (24%), la sicurezza e la qualità dei prodotti (23%) e il consumo energetico (23%).

“La sostenibilità è diventata un imperativo a livello aziendale, etico e ambientale – commenta Marco Alfredo Pallazzi, head of commercial banking Italy – Questi aspetti sono indissolubili e giorno dopo giorno ci rendiamo conto che è sempre più urgente intraprendere delle azioni per mitigare il nostro impatto sul cambiamento climatico e garantire migliori condizioni di lavoro per tutti”. Secondo Pallazzi, a livello globale le imprese hanno iniziano a comprendere l'emergenza, ricostruendo di conseguenza le proprie priorità e i propri business model. “Il settore privato ha grandi possibilità di supportare i governi e le istituzioni nell'apportare grandi cambiamenti e speriamo che faccia leva su questo suo potenziale”, conclude Pallazzi.

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