Un piano per il futuro: la strada (obbligata) della previdenza 

Laura Magna
Laura Magna
19.3.2021
Tempo di lettura: 3'
I fondi pensione iniziano a essere un mercato interessante, con flussi consistenti. Ma ancora non basta. Secondo Andrea Carbone, economista, partner di Progetica, “solo 23 italiani su 100 hanno versato attivamente in una forma di previdenza integrativa nel corso del 2019”

Secondo gli ultimi dati Ocse il nostro Paese per patrimonio dei fondi pensione si classifica al 14° posto su 36 Paesi e 17esimo su 44 paesi industrializzati. Siamo lontanissimi dal Gpfg (Government pension fund global) della Norvegia che, da solo, ha un patrimonio di 850 miliardi di euro

Se dividiamo il patrimonio complessivo dei fondi pensione (178 miliardi) e lo dividiamo per il numero di iscritti, ricaviamo che ognuno ha 22.400 euro pro capite maturati a oggi. Pochi per sopperire alle necessità individuali. E all'assegno pensionistico che entro dieci anni sarà ridotto fino al 60% per i dipendenti e fino al 40% per gli autonomi

Il secondo pilastro della previdenza italiana, i fondi pensione, è ancora fragile. Secondo gli ultimi dati Ocse il nostro Paese per patrimonio dei fondi pensione si classifica al 14° posto su 36 Paesi e 17esimo su 44 paesi industrializzati. Siamo lontanissimi dal Gpfg (Government pension fund global) della Norvegia che, da solo, ha un patrimonio di 850 miliardi di euro, ma “i nostri fondi pensione iniziano ad avere una buona capitalizzazione e a essere un mercato interessante con flussi annuali consistenti pari a circa un punto di Pil”, come rileva Itinerari Previdenziali.

 

Ma non basta, secondo Andrea Carbone, economista, Partner di Progetica, società indipendente di consulenza, specializzata nell'educazione e nella pianificazione finanziaria personale. “Si tratta di un pilastro esile, per prima cosa. Solo 23 italiani su 100 hanno versato attivamente in una forma di previdenza integrativa nel corso del 2019”. La relazione di Covip, la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione, a giugno 2020 indicava per il 2019 un patrimonio complessivo di 178 miliardi di euro insufficienti per sopperire ai fabbisogni previdenziali di una popolazione sempre più vecchia.

“Prendiamo 178 miliardi, dividiamoli per il numero di iscritti ai fondi pensione, pari a 8.263.593, e otterremo 22.400 euro pro capite maturati a oggi. Pochi per sopperire alle necessità individuali. L'iscritto tipo ad un fondo pensione è maschio (62%), ha 46 anni, versa 225 euro al mese e al termine preferisce ritirare un capitale invece di una rendita integrativa. Le proiezioni oggi indicano in 371 euro netti mensili la rendita integrativa che avrà chi oggi è già iscritto ad un fondo pensione. Siamo ancora all'anno zero della previdenza integrativa. Dobbiamo pensare a quei 3 italiani su 4 che oggi ne sono fuori. E al mondo femminile: non solo le lavoratrici sono in minoranza, ma avendo retribuzioni medie inferiori del 20%, avranno pensioni più basse, a fronte di un'attesa di vita più elevata”, spiega Carbone.

Insomma, la strada da percorrere per le forme di previdenza integrative, che si guardi al secondo o al terzo pilastro (costituito dalle forme private, per lo più di tipo assicurativo) è ancora lunga. Lo strumento più diffuso in Italia, con circa 3.420.000 aderenti, è rappresentato dai Piani Individuali Pensionistici (PIP), prioritariamente collocati da consulenti del mondo assicurativo, finanziario e previdenziale. “Questo dato ci suggerisce che oggi ci si occupa con maggiore probabilità di pensioni quando abbiamo di fronte un consulente che ci aiuta a dedicare la giusta attenzione al tema e a capire cosa fare e come”, osserva Carbone. Seguono, in termini di preferenze, i Fondi chiusi (o negoziali), che sono le forme pensionistiche riservate ai lavoratori dipendenti appartenenti a specifiche categorie (metalmeccanici, chimici, medici e così via), con circa 3.160.206 aderenti. A distanza si trovano infine i Fondi aperti, collocati sempre da soggetti del mondo assicurativo, finanziario e previdenziale, ma prevalentemente in forma collettiva, con circa 1.500.000 di aderenti.

Perché oggi avere forme di previdenza integrativa è necessario? E come si dovrebbe comporre un portafoglio previdenziale efficace? Risponde Carbone che “al termine di questo decennio i lavoratori dipendenti potranno attendersi una pensione compresa tra il 60% ed il 70% della propria retribuzione, mentre i lavoratori autonomi tra il 40% ed il 50%. Risparmiare per se stessi nel futuro, attraverso una forma di previdenza integrativa, è un dovere prima ancora che una necessità. Quando parliamo di pensioni stiamo parlando di almeno venti anni della nostra vita, dove se non faremo nulla dovremo contare solamente sull'assegno pubblico. Il momento storico che stiamo vivendo è difficile, ma tutti coloro che ne hanno la possibilità dovrebbero sfruttare il più prezioso alleato che ognuno di noi ha a disposizione: il tempo. Prima iniziamo ad accantonare, maggiori saranno le risorse sulle quali potremo contare”, dice Carbone. In termini di composizione di portafoglio, la regola base resta la diversificazione: se l'Inps rivaluta i nostri contributi in base all'andamento dell'economia italiana, e dunque sostanzialmente del Pil, stagnante da almeno un ventennio, una forma di previdenza integrativa ha invece il vantaggio di investire sui mercati, europei e mondiali, diversificando le risorse sulle quali potremo fare affidamento all'epoca della pensione.

“Chi si iscrive ad un fondo pensione dovrebbe in primo luogo scegliere con attenzione la linea di investimento nella quale versare i propri risparmi. E come modificarla nel tempo – continua Carbone - Quando si parla di pensioni il rischio finanziario non è quello degli alti e bassi giornalieri o mensili. Il rischio finanziario pensionistico è quello di performance finale all'epoca della pensione. Una linea a basso rischio ci mette al riparo dai mal di pancia dovuti ai crolli dei mercati, ma ci limiterà ad una rendita più modesta di quella che, tendenzialmente e nel lungo periodo, potremo avere con un rischio medio o medio-elevato. Molti fondi pensione offrono percorsi automatici life-cycle, che riducono mano a mano l'esposizione al rischio all'avvicinarsi del traguardo pensionistico”. Per quanto riguarda le strategie di asset allocation, senza entrare nei dettagli di ogni gestore, “teniamo presente che un fondo pensione, avendo in gestione iscritti di ogni età e con orizzonti temporali che vanno dall'anno del pensionando ai cinquant'anni di un ventenne, deve offrire soluzioni diversificate e coerenti per tutti. Nelle note informative sono sempre indicati i benchmark di riferimento e gli orizzonti temporali consigliati”.

Dunque, nonostante sia evidente la necessità di integrare il proprio assegno pensionistico pubblico, sembra che culturalmente gli italiani non abbiano ancora assimilato il concetto, nonostante se ne parli sempre e ovunque. “La domanda base è “quando potrò smettere di lavorare” ed è molto alto l'interesse per il riscatto di laurea e per le varie iniziative che consentono di anticipare il momento della pensione. Tutti sappiamo che avremo delle pensioni più basse. Qualcuno si trova nell'oggettiva impossibilità di pensare al domani, date le incertezze sul presente. Ma per tutti gli altri è necessario il cosiddetto accompagnamento”, conclude Carbone. “La tematica, in apparenza semplice, è complessa e richiede conoscenze ed abilità che solo un supporto consulenziale di qualità può svolgere. Nonostante siano tanti anni che si parla di pensioni, il mercato, le istituzioni e le aziende si devono impegnare a trovare parole nuove e aggiornate, che aiutino i cittadini a passare all'azione”.

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