Turchia, la lira va a picco: crisi valutaria in vista?

Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani
22.3.2021
Tempo di lettura: 3'
Lunedì mattina la lira turca ha perso il 14% e a ruota gli investitori sono fuggiti dal mercato turco. Pesano incertezze e problemi strutturali che fanno della Turchia il fanalino di coda dei mercati emergenti

Dopo che il presidente Turco ha annunciato che Naci Agbal non sarà più il governatore della banca centrale, la lira turca si è svalutata del 14% nei confronti del dollaro

Lo spread sui credit default swap quinquennali del paese è balzato da 155 punti base a 460 punti base, il massimo mai registrato

Sull'economia turca pesano problemi strutturali: l'inflazione è al 15% e il disavanzo di bilancia corrente ha raggiunto quasi 3 miliardi di dollari

La lira turca ha perso il 14% in una sola mattina, con il tasso di cambio rispetto al dollaro che è sceso a 8,5 (un dollaro vale 8,5 lire). Non una buona notizia per il popolo turco su cui alleggia lo spettro del 2018. Allora, la lira perse più del 40% del suo valore, scontando aspettative di inflazione galoppante tenuta a bada solo grazie a una stretta monetaria voluta dalla banca centrale e osteggiata dal presidente Erdogan. La divergenza di vedute con il tempo non si è appianata, tant'è che Erdogan, sabato, ha deciso di sollevare dall'incarico di governatore della banca centrale Naci Agbal, la cui politica era stata un fattore chiave per riportare la lira sui minimi storici. Quali sono ora le prospettive per gli investitori?
Il licenziamento di Naci Agbal, annunciato nelle prime ore di sabato, ha scioccato molti investitori locali e stranieri che avevano applaudito la decisione del funzionario di ricentrare la Turchia verso una politica monetaria più ortodossa. A fronte di un'inflazione nell'ordine del 15%, molti chiedevano un'ulteriore stretta dei tassi, a seguito dell'aumento di 6,7 punti percentuali dell'anno scorso. La risposta delle autorità è arrivata giovedì quando Agbal ha annunciato un aumento di 2 punti percentuali, il doppio di quanto si aspettavano gli economisti. La perdita sulla lira si è velocemente trasmessa ai mercati. Il mercato azionario ha perso quasi un decimo del suo valore, mentre gli investitori, preoccupati dell'arrivo di una nuova crisi valutaria, sono fuggiti dal debito in valuta locale ed estera del paese.

Le obbligazioni turche denominate in dollari con scadenza giugno 2031 sono crollate di prezzo di circa 89 centesimi rispetto al dollaro, da 99,87 centesimi di venerdì, spingendo il rendimento al 7,45%. Anche le obbligazioni denominate in lire del paese sono diminuite drasticamente, portando il rendimento del benchmark a 10 anni al 16,2% dal 13,6% alla fine della scorsa settimana. Nel frattempo, il costo per proteggersi da un default sul debito turco è aumentato. Lo spread sui credit default swap quinquennali del paese è balzato di 155 punti base, il massimo mai registrato, a 460 punti base.
Come si spiegano questi timori degli investitori? “Sui mercati c'è la paura di un nuovo taper tantrum, che porti, come nel 2013, a forti deflussi di capitale dai mercati emergenti. Per la verità non ci sono molto analogie con il 2013. Allora, queste economie erano caratterizzate da inflazione, partite correnti in forte disavanzo e boom creditizio. Ora non più” spiega Evangelista, amministratore unico di Age Italia, che però aggiunge che questo vale per tutti tranne che per la Turchia. “L'inflazione è al 15% e il disavanzo di bilancia corrente raggiunge quasi 3 miliardi di dollari. Inoltre, al fine di sostenere l'economia la banca centrale ha perseguito un programma di quantitative easing: l'acquisto di titoli nell'arco di dodici mesi è passato da 20 miliardi a 90 miliardi di lire turche. Di conseguenza c'è stato un boom del credito, cresciuto nel 2020 del 40%”. A fronte di questo surriscaldamento del credito, dell'inflazione e di un bilancio della banca centrale in espansione, il governatore ha deciso di aumentare i tassi. “Erdogan si è opposto per due motivi: l'economia è in rallentamento e, stando ad alcuni sondaggi, il partito d'opposizione è prossimo al sorpasso sull'AKP, il partito di Erdogan”.

La percezione di instabilità economica e politica si è propagata sia a livello internazionale che a livello paese. “In una situazione di conti in disavanzo e tassi di interesse rigidi, la valvola di sfogo naturale è la valuta: gli investitori hanno ritirato loro capitali, vendendo la lira. Non solo. Molte famiglie e imprese hanno convertito i loro depositi in un'altra valuta più pregiata”. In questo contesto le prospettive di investimento non sono rosee. “I rendimenti di per sé allettanti a livello nominale sono fagocitati dalla svalutazione della lira. E le cose non miglioreranno. Il tasso di cambio atteso per l'estate è di 10 lire contro euro e di 9 lire contro dollari” conclude Evangelista.
Anche per S&P Global ratings le prospettive per la Turchia non sono buone. "I recenti cambiamenti evidenziano ancora una volta la limitata indipendenza operativa della Banca Centrale della Turchia (CBRT) e la scarsa prevedibilità generale della politica economica. La posizione della bilancia dei pagamenti della Turchia rimane debole, con le riserve valutarie nette della CBRT vicine allo zero. La probabile inversione degli afflussi di non residenti in Turchia degli ultimi mesi metterà sotto pressione la lira turca, con un impatto negativo sull'inflazione e sul settore corporate nazionale. Una dei fattori chiave da osservare nel breve termine, a nostro avviso, è il comportamento dei depositanti nazionali residenti e se convertono sempre più in valuta estera in risposta agli ultimi sviluppi, il che potrebbe portare a ulteriori pressioni. Le banche turche hanno anche 37 miliardi di dollari di passività esterne sotto forma di depositi di non residenti.  Anche se i rischi sono elevati, i controlli sui capitali non sono il nostro scenario di base” si legge in una nota della società.

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