Patrimonio degli investitori istituzionali: ko causa Covid-19

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La pandemia globale ha frenato il trend positivo dei periodi precedenti. Negli ultimi 12 anni, infatti, il patrimonio degli investitori istituzionali era aumentato dai 142,85 miliardi di euro del 2007 ai 260,68 miliardi del 2019

Si mantiene alta la sensibilità degli investitori istituzionali italiani nei confronti della sostenibilità ambientale e sociale

Unico neo, i modesti investimenti in economia reale, a eccezione delle fondazioni di origine bancaria

Battuta d'arresto per il patrimonio degli investitori istituzionali a causa della pandemia globale di coronavirus. “Il 2020 era iniziato sulla stessa scia dell'anno precedente, almeno dal punto di vista delle performance dei mercati finanziari per incappare poi nella battuta d'arresto causata da covid-19, che ha penalizzato in modo generalizzato tutte le asset class”, commenta Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, durante la presentazione del settimo report annuale: “Investitori istituzionali italiani: iscritti risorse e gestori per l'anno 2019”.
A causa della pandemia, “è in corso un lento processo di variazione dell'asset allocation e delle tipologie di gestione, sempre più ad alto valore aggiunto, spesso non legate a benchmark ma a obiettivi di rendimento. In questo contesto, si inserisce ad esempio il progressivo aumento degli investimenti in fondi d'investimento alternativi (Fia) e real asset”, continua Brambilla. Da sottolineare come l'analisi mostra come, se da una parte stanno diminuendo gli investimenti in titoli di Stato e, in linea generale, nel reddito fisso, dall'altra aumenta l'affidamento delle risorse a gestori sempre più specializzati e con strategie innovative e diversificate. Si rileva, inoltre, la nascita di nuove piattaforme d'investimento dedicate a singoli investitori o condivise tra più soggetti istituzionali e si costituiscono Sicav multicomparto per la gestione delle risorse.

Il report è però portatore anche di buone notizie, negli ultimo 12 anni il patrimonio degli investitori istituzionali è infatti cresciuto dell'82,5%, passando da 142,85 miliardi di euro nel 2007 a 260,68 miliardi nel 2019. Questo rappresenta il 14,6% del Pil. Se poi si includende anche il welfare privato (compagnie di assicurazione del settore vita, rami I, IV e VI, fondi aperti e Pip), tale rapporto sale al 51,3%.

Dal punto di vista dei rendimenti, a differenza del 2018,  il 2019 è stato un anno particolarmente brillante per i mercati finanziari. Tutti gli investitori, sottolinea il report, hanno realizzato ottime performance, recuperando i risultati negativi registrati nel 2018. In particolare, i Pip investiti in unit linked hanno segnato un +12,2% (contro il -6,5%), seguiti dai fondi pensione aperti con un +8,3% (-4,5% nel 2018), dai fondi negoziali con +7,2%, dalle fondazioni di origine bancaria con un +6,5% e dai fondi preesistenti con il 5,6%, battendo i rendimenti obiettivo inflazione, Tfr e media quinquennale del Pil, incrementati rispettivamente di 1%, 1,5% e 1,9%.

Emerge poi una particolare attenzione nei confronti della ricerca di rendimenti e una miglior gestione dei rischi anche attraverso l'adozione di politiche socialmente responsabili: “circa la metà degli investitori che hanno partecipato alla ricerca (63 tra fondi pensione negoziali e preesistenti, fondazioni di origine bancaria e casse professionali) adotta già oggi una politica di investimento sostenibile e l'88% di tutti i rispondenti intende includere o incrementare in futuro una strategia che tenga conto dei cosiddetti fattori Esg, in aumento rispetto all'80% dello scorso anno”, si legge nel report. L'analisi si è però spinta oltre i semplici i numeri e anche indagato le motivazioni alla base di queste scelte. La maggioranza (88%) ha indicato come principio generale il fatto di poter: “fornire un contributo allo sviluppo sostenibile (ambientale e sociale)” resta il principio generale indicato. Se poi si comparano le risposte con quelle ottenute l'anno precedente si nota come,  l'81% abbia risposto “gestire in maniera più efficace i rischi finanziari”, a fronte di circa il 50% del 2019. E dunque da una parte sembra essere cresciuta la sensibilità verso il tema dello sviluppo sostenibile, in un anno che lo ha visto protagonista, dall'altra, è aumentata la convinzione circa gli effetti positivi che queste politiche possono avere sull'ente, dalla reputazione ai risultati finanziari.



E infine l'analisi sottolinea anche come siano cresciuti gli investimenti in economia reale, anche domestica, finalizzati a generare ricadute positive per il territorio. “In particolare, anche per il 2019, considerando la quota nella banca conferitaria, in cassa depositi e prestiti e fondazione con il sud, le fondazioni di origine bancaria si riconfermano i maggiori investitori in economia reale domestica, con il 44,36% del patrimonio investito; seguono le casse privatizzate dei liberi Professionisti, con il 21,36% in aumento rispetto al 16,31% dell'anno precedente e al 14,6% del 2017”, si legge dal report. Inoltre, migliora anche la percentuale investita nel Paese da parte di fondi pensione negoziali e preesistenti, pur rimanendo modesta e fermandosi rispettivamente a 3,42% e al 4,08% del patrimonio destinato alle prestazioni (vale a dire 56,14 e 63,41 miliardi). “A impressionare non positivamente è sicuramente l'esiguità degli investimenti dei fondi di natura contrattuale, in gran parte alimentati dal Tfr circolante interno alle aziende e che, quindi, è e dovrebbe essere la prima e principale forma di sostegno all'economia reale. Dal 2007 alla fine del 2019 ai fondi pensione e al fondo gestito dall'Inps sono confluiti circa 140 miliardi di Tfr sottratti alle imprese italiane, alle quali ne sono tornati mediamente poco più del 3% l'anno, che possiamo stimare in circa 33 miliardi di euro: si tratta ovviamente di dati su cui riflettere, anche per le loro ripercussioni sia sull'occupazione sia sulla produttività e, quindi, sullo sviluppo del nostro Paese”, conclude Brambilla.

 

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