Diritti musicali, il nuovo oro dei fondi d'investimento

Teresa Scarale
Teresa Scarale
20.12.2020
Tempo di lettura: 3'
Fra gli investimenti alternativi, il 2020 ha segnato l'ascesa dei diritti musicali. Nell'anno in cui il grande gelo è calato sul settore dello spettacolo dal vivo, fondi di investimento come Hipgnosis, Round-Hill, Primary Wave e altri crescono al ritmo di rendimenti crescenti. Dai social ai videogiochi, passando per la pubblicità, canzoni e brani strumentali sono più che mai un asset vitale

Nel deserto dei tassi a zero, il mondo dell'asset management ha "scoperto" i rendimenti dei diritti musicali. Nel solo 2019, lo streaming musicale ha rappresentato il 56% dei 20 miliardi di dollari di fatturato dell'industria.

«I diritti d'autore, e in generale i diritti dell'ingegno, sono veri e propri asset. In particolare il valore dei diritti musicali è subordinato alla vendita dei brani di un determinato catalogo, al numero di cessioni delle licenze, al loro abbinamento editoriale»

Con un catalogo di circa 58.000 canzoni e una raccolta di 1,2 miliardi di sterline, il fondo Hipgnosis (Barry Manilow, The Pretenders, Chic, Fleetwood Mac, Bon Jovi) si appresta a raddoppiare il suo portafoglio

La Universal Music nel 2019 valeva 30 miliardi di euro: nel 2013 SoftBank ne aveva offerti 6,5 per acquisirla

Le note lievi e spensierate di “Dreams” (1977) dei Fleetwood Mac non erano certo la hit del momento, a settembre 2020. Poi, un utente di TikTok (Nathan Apodaca) sceglie questa canzone per un video in cui, a bordo del suo skateboard, sorseggia del succo di mirtillo. Il video, diventato virale, fa impennare (+374%) le ricerche in streaming della canzone. Che, in breve tempo, diventa la dodicesima più ascoltata su Spotify Usa e la numero uno su iTunes. Un insperato ritorno economico per la band (che ha fatto pervenire ad Apodaca i suoi ringraziamenti) a 43 anni di distanza. Stevie Nicks, cantate e autrice del brano, non si è lasciata sfuggire l'occasione, cedendo nel momento del picco i suoi diritti al fondo Primary Woods.

È solo uno degli esempi di come repentinamente si muove il mercato dei diritti musicali oggigiorno. E il mondo dell'asset management – nel deserto dei tassi a zero – non poteva restarvi indifferente. Nel solo 2019, lo streaming musicale ha rappresentato il 56% dei 20 miliardi di dollari di fatturato dell'industria.
L'universo dei fondi di investimento ha dunque captato nuove sonorità. Nel vero senso della parola. All'epoca di Spotify e Apple Music sempre in cuffia, dei soundtrack nelle stories Instagram, dei video TikTok, degli spot pubblicitari emozionali e dei videogiochi sempre più sofisticati, investire nei diritti musicali vuol dire accaparrarsi una fetta cospicua dei proventi della digitalizzazione. Una canzone frutta diritti ogni volta che suona, in ogni paese del mondo. E soprattutto genera guadagni sia in tempi di crisi che in tempi di crescita: è un asset non correlato al ciclo economico. Si prenda ad esempio Livin' on a Prayer dei Bon Jovi, i cui diritti musicali sono cresciuti del 44% negli ultimi dieci anni. A monitorarne i passaggi, ci sono app di web crawling che scandagliano le reti (funzionano tramite fingerprinting, come Shazam).
«I diritti d'autore, e in generale i diritti dell'ingegno, sono veri e propri asset. In particolare il valore dei diritti musicali è subordinato alla vendita dei brani di un determinato catalogo, al numero di cessioni delle licenze (che possono anche essere differenziate territorialmente), al loro abbinamento editoriale», commenta a We Wealth una fonte dell'industria dei diritti musicali. «I cataloghi stanno avendo una forte crescita nelle piattaforme. Le library delle app social (Instagram, TikTok) – in cui gli utenti creano i contenuti – sono sempre più corpose».
Con un catalogo di circa 58.000 canzoni e una raccolta di 1,2 miliardi di sterline, il fondo Hipgnosis (Barry Manilow, The Pretenders, Chic, Fleetwood Mac, Bon Jovi  fra gli altri) per esempio si appresta a raddoppiare il suo portafoglio. Fondato nel 2018, Hipgnosis possiede (al dicembre 2020) 117 cataloghi. Il suo fondatore Merck Mercuriadis (ex manager di Elton John e Beyoncé) mira a triplicare il valore patrimoniale netto del fondo in due-tre anni. Il rischio bolla sembrerebbe scongiurato da quella che secondo mr. Mercuriadis è la dimensione perfetta di un portafoglio di diritti musicali: da 125.000 a 150.000 canzoni. Nel solo mese di marzo 2020 il fondo ha fatto shopping per 560 milioni di pound (10.000 canzoni, 42 cataloghi).

Secondo le analisi dello stesso fondo, per ogni sterlina generata dall'industria della musica digitale, 58,5 centesimi vanno all'etichetta e al cantante, 11,5 a case discografiche e autori (se ancora in possesso dei diritti).

La misura del guadagno atteso sta nei prezzi pagati dagli investitori, dalle tre alle quattro volte il valore storico delle canzoni, con punte di quasi 15 volte. Ne sanno qualcosa Bob Dylan e Taylor Swift. La Universal Music (Beatles, Lady Gaga) ha appena acquistato il catalogo di tutte le opere del premio nobel 2016 per un corrispettivo «a nove cifre». Mentre il fondo di private equity Shamrock ha acquistato il catalogo della Swift per 300 milioni di dollari a novembre 2020. Una curiosità: era stato già David Bowie nel 1997 a trattare le sue canzoni come asset finanziario. Ziggy Stardust emise “Bowie bond” garantiti dai diritti futuri della sua musica.
E quali sono le musiche che vanno per la maggiore adesso in Italia? «In ogni caso, la musica si fa veicolo di un messaggio e del coinvolgimento dell'utente. Nelle pubblicità dove si parla tanto, si richiedono per lo più canzoni in inglese o brani strumentali. Se il parlato è assente o scarso, può esserci domanda per una bella canzone italiana. Ma in generale le richieste sono molto varie e dipendono dall'onda emotiva del momento. Il periodo del lockdown ha visto per esempio un ritorno molto forte da brani emotivamente pregnanti [Ezio Bosso per Lavazza, Ron per Scavolini, ndr]».

L'ultima parte dell'anno invece sta vedendo il ritorno di brani più leggeri e pop. «La domanda è molto forte per K-pop [pop coreano, ndr], dance pop, Eurovision. Vanno sempre bene i grandi classici, crooner come Frank Sinatra, Michael Bublè». In generale, «le major tendono a incentivare processi creativi che abbiano un risvolto commerciale. I nuovi cataloghi tendono a essere spinti a livello centrale molto più che in passato». Ma, come dimostra il caso della canzone dei Fleetwood Mac, non sono solo le uscite recenti a generare picchi nei pagamenti dei diritti. Anche vecchie canzoni quasi del tutto dimenticate possono tornare in auge grazie a serie tv, video social, pubblicità. Ed è anche alla ricerca di questi tesori nascosti che si muovono i fondi.
caporedattore

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