Cos'è Bitcoin e perché la sua definizione sfugge alle categorie tradizionali?

Laura Magna
Laura Magna
19.3.2021
Tempo di lettura: 5'
Non è uno stock (perché non corrisponde a una raccolta di denaro finalizzata) e non è uno strumento finanziario, perché non esiste un emittente. Ciò che gli somiglia di più è una valuta, “ma a chi usa bitcoin interessa che funzioni, non importa come sia possibile definirlo”, secondo Christian Miccoli, ceo e founder di Conio

L'idea originale, messa nero su bianco dal misterioso Satoshi Nakamoto, descrive un progetto matematico che consenta transazioni elettroniche dirette e disintermediate. Siamo nel 2009, in piena crisi di fiducia verso la finanza tradizionale, considerata responsabile della bolla subprime. L'obiettivo è andare oltre il sistema basato sulla fiducia e superarne i bug

I miner, ovvero coloro che producono nuovi blocchi (nuove monete) e li validano, vengono retribuiti per il servizio reso: quindi sostengono prima i costi e poi incassano. Questa sequenza è determinante se si vuole comprendere cosa sia, dal punto di vista, finanziario un bitcoin (ma non è lo stesso per le altre cripto)

“Una versione peer-to-peer del denaro elettronico consentirebbe ai pagamenti di essere inviati direttamente da una parte all'altra senza passare da un'istituzione finanziaria”. Inizia così l'abstract del paper a firma di Satoshi Nakamoto che spiega l'idea dietro a bitcoin, letteralmente la “moneta in bit”.

Se si vuole dar credito a colui che il bitcoin lo ha progettato, inventando la tecnologia sottostante, allora dovremmo considerare questo oggetto - per certi versi ancora misterioso - alla stregua di una valuta. Questa è l'interpretazione anche dell'Agenzia delle entrate italiane che nella risoluzione 72 del 2 settembre 2016 - arrivata in risposta all'interpello di una costituenda società per il commercio della criptovaluta. L'Agenzia scriveva che, essendo bitcoin come una valuta estera, le operazioni a pronti, ovvero la sua compravendita, non produce reddito e dunque non è tassabile: ma questa è un'altra storia (che approfondiremo).

Sgombriamo il campo dalla confusione


Certamente, bitcoin non è una valuta tradizionale e questo genera confusione quando vi si approccia dal punto di vista dell'investitore. Le autorità regolamentari e di vigilanza non aiutano, prova ne sia la Sec che nei confronti di un'altra tra le maggiori cripto in circolazione ha denunciato la vendita delle stesse al retail, che avviene dal 2013, perché assimilabili a cessione di azioni, non autorizzate, della società emittente. Parliamo di Xrp, della Ripple Labs che sta conducendo la sua difesa di fronte alla Corte di New York, tirando in ballo anche bitcoin sulle similitudini che presentano le due entità. Il ceo di Ripple Bradley Kent Garlinghouse in sostanza ha chiesto all'autorità di vigilanza Usa di produrre i documenti che evidenziano come la Sec abbia stabilito che Bitcoin and Ether non sono invece strumenti finanziari. C'è da dire che l'inchiesta contro Ripple nasce in un ambiente ostile alle criptovalute e da un direttore uscente, Jay Clayton, notoriamente avverso al settore di cui stiamo parlando, e che sarà probabilmente sminuita dal nuovo direttore dell'amministratore Biden, Gary Gensler.

Definire bitcoin? La stessa domanda potrebbe essere sbagliata


Ma torniamo a noi e alla definizione più corretta di bitcoin. Secondo Christian Miccoli, ceo di Conio e uno dei massimi esperti italiani del settore, “definire bitcoin potrebbe essere sbagliato in sé, perché bitcoin è qualcosa di nuovo e di diverso ed è un'innovazione nata dalla libera iniziativa che una definizione tenderebbe a imbrigliare. Definire un oggetto nuovo e diverso nelle categorie esistenti serve per capire a quali regole sottometterlo, in quali categorie giuridiche o fiscali farlo rientrare, ma potrebbe non avere senso. Senza considerare che chi usa bitcoin non ha interesse a definirlo ma gli importa che funzioni”.

Ciò detto, è forse più significativo andare per esclusione e cioè capire ciò che bitcoin sicuramente non è. E sicuramente non è uno stock. “Se si possiede un'azienda – continua Miccoli – si possono emettere azioni o obbligazioni e raccogliere fondi da utilizzi per sviluppare l'azienda, attività che è del tutto ordinaria. Nel caso di bitcoin questa definizione non è assolutamente applicabile”.

Cosa bitcoin non è: non è uno stock


Determinante è la sequenza: i bitcoin vengono emessi a fronte della prestazione di un servizio del miner che effettua la verifica delle transazioni. “Il processo del mining è invertito rispetto all'emissione di azioni e bond: il miner prima sostiene il costo di emissione e solo nel momento in cui estrae il blocco ottiene la remunerazione per l'attività realizzata. L'emissione di nuovi bitcoin è assimilabile al pagamento di un servizio più che alla raccolta di capitale”.

Vale la pena chiarire che questo discorso non è necessariamente valido per ogni cripto: per esempio, nel caso della già citata Ripple, tecnologia nata per gestire pagamenti interbancari e opportunisticamente portata sul mercato come token nel momento in cui bitcoin mostrava di essere un successo, la situazione è più borderline. Anche perché nel momento del lancio sul mercato Garlinghouse “si è autoassegnato un enorme quantitativo di coin e di ciò ha beneficiato in fase di emissione mentre ora di fatto è in grado da solo di muovere il mercato”, spiega Miccoli.

Non è uno strumento finanziario


Tornando a bitcoin, altra cosa che non è: uno strumento finanziario proprio perché non c'è nessun emittente, ma si tratta di un token totalmente distribuito e democratico, senza proprietari o aziende alle spalle. “Non che non abbia alcun limite, ma di certo tra le cripto dal punto di vista finanziario è solido ed è in parte prevedibile, perché ha una governace molto chiara: le variazioni di prezzo dipendono dalla struttura del bitcoin stesso e da canoni definiti. Nessun altra cripto ha le stesse caratteristiche, neppure Etherum che pure sta facendo un buon lavoro con la versione 2.0 e se riuscirà a lanciare il protocollo basato sulla proof of stake (che basa la sua sicurezza sull'interesse dei grandi portafogli, anziché sul lavoro dei miner, ndr), potrà avere un boost molto significativo”, dice Miccoli.

Forse è una valuta (non assimilabile a quelle emesse da una banca centrale)


Dunque, se proprio, vogliamo far entrare bitcoin dentro una categoria finanziaria tradizionale, dobbiamo scegliere le valute. Ed è una scelta coerente anche con l'idea originale del misterioso Satoshi. Il manifesto del bitcoin, vale la pena ricordarlo, è del 2009, l'anno dopo l'esplosione della grande crisi finanziaria e del fallimento di Lehman Brothers e nasce dunque in un contesto di profonda sfiducia verso la finanza tradizionale e in particolare verso le banche, quantomeno corree del disastro sull'economia che la loro gestione del rischio aveva causato.

“Nell'ecommerce – scriveva Satoshi - si fa affidamento quasi esclusivamente sulle istituzioni finanziarie che servono come terze parti per elaborare i pagamenti elettronici. Nonostante il sistema funzioni abbastanza bene per la maggior parte delle transazioni, esso soffre ancora delle debolezze intrinseche di un modello basato sulla fiducia”. Debolezza come il fatto che transazioni totalmente irreversibili non sono realmente possibili, “dal momento che le istituzioni finanziarie non possono evitare le dispute di mediazione”.

Un sistema dove la matematica sostituisce la fiducia


“Il costo dell'intermediazione aumenta i costi di transazione, limitando la dimensione minima delle transazioni praticabili ed escludendo la possibilità di piccole transazioni occasionali, e c'è un costo più ampio collegato alla perdita della capacità di effettuare pagamenti irreversibili per quei servizi che sono anch'essi irreversibili…. Questo rende necessario che i commercianti diffidino dei loro clienti, tormentandoli con maggiori richieste di informazioni rispetto a quanto non sarebbe altrimenti necessario. Una certa percentuale di frodi è accettata come inevitabile. Tali costi e le incertezze di pagamento possono essere evitati utilizzando moneta fisica di persona, ma non esiste alcun meccanismo per effettuare pagamenti digitali senza un'entità fiduciaria”.

Così Satoshi decide di sostituire alla fiducia la prova crittografica, incontrovertibile, immodificabile, incorruttibile. Eliminando debolezze e costi del sistema basato sulla fiducia. La valuta elettronica “è una catena di firme digitali”, scrive. Introducendo anche un concetto di democratizzazione della finanza, che garantisce al sistema allo stesso tempo sicurezza: “la proof-of-work segue essenzialmente il principio “una CPU-un voto”. La decisione di maggioranza è rappresentata dalla catena più lunga, su cui è stato speso il massimo sforzo di proof-of-work. Se la maggioranza di potenza della CPU è controllata da nodi onesti, la catena onesta crescerà più velocemente e supererà eventuali catene concorrenti. Per modificare un blocco passato, un utente malintenzionato dovrebbe rifare la proof-of-work del blocco e di tutti i blocchi successivi adesso e poi raggiungere e superare il lavoro dei nodi onesti”.

Un sogno che nel 2021 è diventato realtà (mentre Satoshi chissà da quale parte del mondo lo sta guardando).

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