Pensione e aspettative di vita: quando un lavoro è usurante

Emanuela Notari
29.10.2021
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Non basta più distinguere tra mansioni manuali e intellettuali. L'aspettativa di vita si accorcia per chi svolge un'attività ad alta prestazione ma con bassa autonomia o per chi opera di notte e non rispetta il ritmo veglia e sonno. Dati da includere in ogni revisione delle politiche pensionistiche
La longevità e il benessere in vecchiaia dipendono da molte cose: ambiente, abitudini, alimentazione, ma anche reddito e istruzione. E la correlazione tra i diversi fattori è spesso forte: più bassa l'istruzione, più basso il livello di reddito, per esempio; più basso il livello di reddito, peggiori le condizioni e le aspettative di vita.
Persino la latitudine esercita il suo effetto: secondo l'Istat, tra Nord e Sud ballano 4 anni di longevità in buona salute e 1,5 anni di longevità in generale. Non bruscolini. Inoltre, le statistiche ci dicono che le donne italiane vivono più degli uomini (quasi 5 anni di più) ma la percentuale di anni vissuti in buona salute è la stessa. Cioè le donne soffrono di maggiore esposizione a malattie gravi e invalidanti.
Inoltre, se nel confronto europeo gli italiani sono ai primi posti per longevità, perdono posizioni quando si tratta di guardare alla longevità in buona salute (dati Eurostat, 2018). L'intreccio tra istruzione, reddito, ambiente nel determinare la longevità di una nazione è talmente potente da poter affermare con certezza che a condizioni socioeconomiche più basse corrisponde minore longevità. Ciò appare evidente anche dagli studi che indagano la longevità residua nei pensionati in base alle tipologie di lavoro da cui si ritirano. E il risultato non poteva che essere che chi ha condotto una vita di lavoro manuale non qualificato avrà una prospettiva di vita oltre i 65 anni in percentuale inferiore rispetto a chi invece ha fatto un lavoro non manuale e qualificato. È ciò che risulta da uno studio condotto su dati Inps relativamente alle notifiche di cessazione del lavoro per la fascia di età 65/74 anni. Ebbene, i pensionati uomini che hanno lavorato come dirigenti (o simili) nella pubblica amministrazione (ma ancora meglio sono messi ingegneri e architetti) hanno un tasso di mortalità tra i 65 e i 74 anni pari a 0,7 (766 decessi per 100 mila anni-persona) rispetto ai pensionati ex-lavoratori non qualificati nei campi della manifattura, dell'estrazione dei minerali e delle costruzioni, il cui tasso è pari a 1,6. Tradotto in numeri più semplici da leggere, un pensionato che ha condotto una carriera di lavoro non manuale ha la probabilità di vivere mediamente 4-5 anni in più rispetto a un suo coetaneo che ha svolto un lavoro manuale.

Un altro studio pubblicato sul Journal of Applied Psychology e condotto da alcuni ricercatori della Northern Illinois University in collaborazione con la Indiana University of Kelley School of Business ha messo sotto osservazione 3.148 persone di 44/45 anni per i successivi venti anni (1995/2015), quindi fino a più o meno l'età della pensione. In quei 20 anni 211 persone sono morte. I parametri relativi allo stato fisico e cognitivo delle quasi 3mila persone oggetto dello studio hanno rivelato un dato interessante: quelle con un lavoro ad alta prestazione (in termini orari e di carico) ma con bassa o nulla possibilità di autogestire il proprio tempo avevano il 70% di possibilità in più di soffrire di depressione e di morire prematuramente rispetto ai coetanei con un lavoro ugualmente impegnativo ma gestito in autonomia. Quindi, non è solo l'usura manuale e fisica, ma anche mentale a concorrere a una ridotta longevità. E non è ancora tutto. Un ulteriore studio condotto negli Usa su circa 250mila infermieri nel corso degli anni dal 1976 a oggi ha rivelato che quelli costretti a turni di notte hanno il 19% di probabilità in più di morire per problemi di cuore e oltre il 25% in più di morire di tumore polmonare. Non ultimo si è scoperto che sono anche più facilmente vittime di incidenti.

Le cause stanno nel fatto che il lavoro notturno rivoluziona il ritmo circadiano (alternanza sonno/veglia) e la produzione di serotonina e melatonina responsabili del rinnovo del nostro Dna. Ciò aumenta i tempi di reazione e riduce la capacità di prendere decisioni, oltre ad esporre a rischio tumorale. In un momento in cui il mondo sviluppato guarda con preoccupazione alla necessità di rivedere le politiche previdenziali, sarebbe opportuno includere queste considerazioni nella valutazione dei parametri di allineamento dell'assegno pensionistico alle aspettative di vita.

 

Articolo tratto dal magazine We Wealth di ottobre 2021

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