Imprese “zombie”: quante rischiano davvero il fallimento?

Rita Annunziata
9.3.2021
Tempo di lettura: 3'
Secondo un'analisi de lavoce.info, l'ingente mole di liquidità iniettata nel sistema con le politiche emergenziali rischia oggi di generare un esercito di imprese “zombie”. Un tema che rende necessaria una nuova calibrazione degli interventi pubblici nei prossimi mesi

Tra il 2019 e il 2020 i tassi di deterioramento del credito hanno subito una contrazione dello 0,4%. I fallimenti, invece, hanno registrato con un crollo del 32%

Le imprese “zombie” (con un'elevata probabilità di fallimento) sono circa 81mila, pari al 7,8% degli affidati al Fondo centrale di garanzia

Occhio alle “zombie light”, vulnerabili prima della pandemia e passate poi alla categoria di rischio. Si parla di oltre 166mila società

Mentre continuano le discussioni sulle prime bozze del decreto sostegno, atteso sul tavolo del Consiglio dei ministri nella giornata di venerdì, crescono le preoccupazioni sugli effetti (negativi) delle politiche emergenziali sul tessuto imprenditoriale tricolore. Se l'estensione della cassa integrazione e l'ingente iniezione di liquidità al sistema, attraverso la moratoria sui debiti e il piano di garanzie statali, hanno contribuito fino a ora a scongiurare fallimenti di massa, il timore degli esperti è quello di “un brusco risveglio” al momento del ritiro degli interventi pubblici. Con un esercito di imprese “zombie” pronto ad abbattersi sul potenziale di crescita delle attività “più dinamiche e redditizie”.
Secondo un'analisi de lavoce.info, infatti, tra il 2019 e il 2020 i tassi di deterioramento del credito hanno subito una contrazione dal 2,9 al 2,5% e i fallimenti hanno toccato i minimi storici con un crollo del 32%. Ma l'eccesso di liquidità potrebbe lasciare sul mercato una quota di imprese poco produttive e in grado di frenare “la riallocazione delle risorse verso attività più dinamiche e redditizie”. Al contempo, però, nei prossimi mesi bisognerà calibrare gli interventi, evitando di far fallire, insieme agli “zombie”, anche le imprese “sane ma colpite duramente dalla pandemia”.

Ma come distinguere le imprese in crisi per deficienze strutturali da quelle in crisi perché attive nei settori maggiormente colpiti dall'emergenza epidemiologica? I due autori dello studio (il docente di economia industriale della Luiss, Fabiano Schivardi, e l'economista Guido Romano) hanno incrociato i numeri del Cerved Group Score sulla probabilità di default delle imprese italiane con gli open data del Fondo centrale di garanzia, considerando i finanziamenti concessi a oltre un milione di aziende fino alla fine del mese di gennaio 2021. Non essendo ancora disponibili i bilanci relativi al 2020 (attesi in estate), “Cerved ha definito un modulo ad hoc, il Cgs-impact, che combina gli effetti della pandemia su oltre 300 settori di attività economica con le informazioni individuali delle imprese”, spiegano gli studiosi.
Quello che è emerso è che su circa 500mila aziende definite “sicure” prima dello shock, 308mila restano classificate come tali anche successivamente. Oltre 300mila realtà, dunque, che non necessitano di un supporto pubblico per accedere al circuito del credito. Le imprese “rischiose” o “zombie” (con un'elevata probabilità di fallimento) sono invece 81mila, pari al 7,8% degli affidati al Fondo centrale di garanzia per prestiti sugli 8,7 miliardi di euro. In questo caso, secondo gli esperti, “si potrebbe decidere di non intervenire, puntando a minimizzare i costi di uscita dal mercato”. Ma bisogna considerare che, date le probabilità di default, “ne potrebbero fallire 25mila con un valore atteso dei crediti deteriorati pari a 2,5 miliardi di euro”.
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Fonte: lavoce.info
Ci sono poi altre due fette da considerare, che galleggiano in quella che viene definita la “terra di mezzo”. Da un lato, le imprese che erano considerate sane alla fine del 2019 ma che la crisi ha reso vulnerabili, quasi 182mila (pari al 17,6% degli affidati al Fondo centrale di garanzia per prestiti sui 13,9 miliardi di euro). In questo caso, scrivono i due autori, “un sostegno pubblico, anche limitato, potrebbe renderle di nuovo finanziariamente solide”. Ma l'intervento più consistente dovrebbe riguardare la seconda incognita dell'equazione, le oltre 9.300 imprese passate da solide a rischiose.

Restano infine il sottogruppo delle “vulnerable non-impacted” e quello definito come “zombie light”. Nel primo caso, si tratta di circa 284mila società, affidate per 31,6 miliardi con prestiti garantiti, per le quali gli esperti citano la necessità di interventi selettivi. Nel secondo caso, invece, si parla di 166mila società, considerate vulnerabili prima della crisi e scivolate poi nella categoria di rischio e che rappresenterebbero anche il gruppo più problematico da valutare in termini di intervento. Questo perché, concludono i due autori, “al suo interno ci sono casi di imprese che, senza la pandemia, avrebbero potuto mantenere o migliorare la loro situazione patrimoniale, e altre che invece erano già su un sentiero di deterioramento strutturale. È per questo gruppo che il compito della politica si fa particolarmente difficile, perché distinguere fra le due situazioni è tutt'altro che facile”.

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