Giovani imprenditori, le strade per resistere alla crisi

Rita Annunziata
10.11.2020
Tempo di lettura: 3'
I millennial si rivelano essere le vere vittime della pandemia. Ma, nel cuore della nuova fase dell'emergenza epidemiologica, potrebbero fornire al Paese la linfa necessaria a ripartire. We Wealth ne ha parlato con Riccardo Di Stefano, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria

Secondo l'International tax competitiveness index 2019, il sistema fiscale italiano si posiziona al 34° posto per competitività a livello globale su 36 paesi analizzati

Riccardo Di Stefano, Confindustria: “I giovani imprenditori devono dedicare al sistema fiscale circa 240 ore l'anno. Pagare in maniera più semplice le imposte permetterebbe loro di concentrarsi sul prodotto, sull'export e sulla competitività del nostro sistema paese”

Le parole di Riccardo Di Stefano, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, arrivano come una lama. Negli ultimi dieci anni, spiega, “nel nostro Paese si contano 400mila giovani imprenditori in meno” e la pandemia non ha fatto altro che acuire questo trend negativo. Complici, tra le altre problematiche ataviche, un sistema fiscale complesso ma anche limiti culturali che finiscono per allontanare le donne dal mercato del lavoro, facendo guadagnare alla Penisola il primato negativo in termini di tasso di abbandono per esigenze di cura familiare. Ma i giovani talenti potrebbero oggi fornire all'Italia quel carburante necessario alla ripartenza, grazie anche a un adeguato utilizzo del Recovery fund che punti sull'eguaglianza e l'inclusione. Ecco quali strumenti la confederazione mette a loro disposizione non solo per sviluppare la propria idea imprenditoriale ma anche per restare competitivi a livello nazionale e internazionale, seppur in tempi di crisi.
Secondo l'International tax competitiveness index 2019, il sistema fiscale italiano si posiziona al 34° posto per competitività a livello globale su 36 paesi analizzati, mentre in termini di complessità è il fanalino assoluto di coda (36°). Per quale motivo un giovane imprenditore italiano, vissuto all'estero, dovrebbe aprire un'azienda in Italia?

“Credo che malgrado l'Italia non sia certamente un Paese per giovani, l'ecosistema di competenze, di talenti, di manodopera specializzata, di expertise che vantiamo non sia facilmente replicabile in altre realtà. Tutti fattori che fortunatamente ci tengono un po' distanti dalla concorrenza del just in time che in questi anni i produttori asiatici hanno cavalcato e che ha messo in crisi tante industrie europee e non solo. Proprio queste caratteristiche, invece, ci rendono la seconda manifattura europea e la settima potenza industriale mondiale. Tuttavia, registriamo e denunciamo anche alcune problematiche ataviche, una delle quali è certamente la questione legata al sistema fiscale. Su questo fronte, ritengo sia necessaria una semplificazione ancor prima che un alleggerimento fiscale, perché il numero di volte in cui gli imprenditori pagano le tasse è molto elevato, si parla di 16 appuntamenti annuali. Inoltre, stando a una classifica recente, devono dedicare al sistema fiscale quasi 240 ore l'anno. Pagare in maniera più semplice le imposte permetterebbe agli imprenditori, e ancor più ai giovani imprenditori, di concentrarsi sul prodotto, sull'export e sulla competitività del nostro sistema paese”.

In Italia continua a crescere il tasso di diseguaglianza. Giovani e donne si rivelano essere le vere vittime della crisi. Cosa può essere fatto, in particolare, dal punto di vista dell'imprenditoria giovanile?

“Come dicevo, negli ultimi dieci anni si contano 400mila giovani imprenditori in meno nel nostro Paese. A questo dato bisogna rispondere con un utilizzo del Recovery fund finalizzato a creare più lavoro per i giovani e più opportunità per fare impresa. Anche cambiando alla radice il modo di pensare alla stessa formazione professionale, non soltanto durante il percorso formativo ma cercando di incentivare le aziende ad avviare un percorso di formazione in itinere costante. Solo così riusciremo ad avere un Paese più inclusivo e più aperto ad accogliere giovani e donne in grado di esprimere tutto il loro potenziale. I giovani imprenditori percepiscono il numero dei Neet del Paese come un campanello di allarme, forse ancora più evidente che per altre categorie”.

E per le donne?

“Secondo me dobbiamo guardare all'origine. Le donne sono una risorsa straordinaria per il nostro Paese e scontano dei limiti culturali che dobbiamo essere in grado di abbattere. Il pay gap è evidente. Il famoso tetto di cristallo nelle carriere, il fatto che l'accesso ai ruoli apicali non sia ancora accettabile e adeguato, va combattuto con un'opera corale che un semplice incentivo non risolve. Parte anche dai banchi di scuola, dalla necessità di avere più donne che si laureino nelle discipline Stem (Science, technology, engineering and mathematics) ma anche da un lavoro innanzitutto culturale”.

Quali strumenti Confindustria mette a disposizione dei giovani che desiderano creare o sviluppare la propria impresa?

“Confindustria nel suo complesso e i Giovani imprenditori di Confindustria per vocazione hanno un focus forte sulle startup e le imprese innovative, in particolare sul tema dell'open innovation. Una tema fondamentale affinché le imprese dei più giovani, che spesso sono spin-off o esperienze nate nelle università e hanno una carica innovativa ma si scontrano con debolezze fisiologiche, possano trovare compimento attraverso l'incontro con imprese mature molto più capitalizzate che a loro volta traggono benefici dall'incontro con le startup perché fanno una ricerca e sviluppo privata. Noi ci crediamo molto, lo facciamo con eventi specifici, ma in generale capillarmente su tutte le province italiane con eventi di networking, permettendo ai giovani startupper di frequentare le attività del nostro gruppo, indipendentemente dalla loro iscrizione, proprio perché riteniamo importante che chi faccia impresa oggi sia a conoscenza di tutti gli strumenti che può utilizzare e tragga giovamento dal confronto con i colleghi per condividere esperienze, difficoltà ed expertise”.
“Relance France” (il programma presentato dal governo francese per rilanciare l'economia del Paese) si focalizza su tre obiettivi principali: la sostenibilità sociale, la sostenibilità ambientale e la competitività delle imprese. Da dove dovrebbe partire un adeguato utilizzo delle risorse europee in Italia?

“La premessa sempre più valida è che il Recovery fund venga utilizzato per una spesa produttiva, essendo per gran parte debito pubblico che verrà pagato dalla nostra generazione e da quelle che ci succederanno. Occorre dunque concentrarsi su quelle che noi abbiamo racchiuso in quattro aree: la transizione energetica ed ecologica, i giovani e le donne, le connessioni digitali e materiali, e la coesione territoriale. L'azione di governo è un'azione delicata e nevralgica perché rischia o di compromettere definitivamente la sostenibilità dei conti pubblici o di dare al Paese quella linfa vitale di cui ha bisogno”.

Sostenibilità, competitività e innovazione: quali coordinate avrà l'industria del futuro?

“L'industria del futuro italiana punta su una ricerca e sviluppo molto forte e sul dominio dell'innovazione di prodotto oltre che di processo. Un'industria con infrastrutture digitali in grado di competere e che ha rimesso finalmente al centro il tema delle competenze. Un'industria, infine, che deve tenere l'asticella sul valore aggiunto sempre più alta, perché è l'unico modo per mantenere la nostra posizione e per scalarne di altre”.

Alla luce della crisi attuale, cosa consiglierebbe ai giovani imprenditori italiani per restare a galla e per restare competitivi a livello nazionale e internazionale?

“Intanto quello di entrare nell'ottica di adattarsi il più velocemente possibile ai cambiamenti in atto, quindi investire sul digitale perché è l'elemento più flessibile e in grado di superare crisi temporanee. Allo stesso tempo diversificare, perché abbiamo visto che ampliare i prodotti può rappresentare un elemento di forza. Ma anche continuare a guardare alle diverse iniziative del sistema paese per l'internazionalizzazione, come i fondi Simest messi a disposizione per l'internazionalizzazione, in parte a fondo perduto. In generale questa pandemia ci ha insegnato a puntare sulle catene europee del valore, quindi sulla flessibilità sia di produzione sia di approvvigionamento. Quindi essere duttili sarà il primo requisito per restare in piedi e crescere ancora”.
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Riccardo Di Stefano, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria

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