Capitali per crescere: quando i soci fanno credito

Laura Magna
Laura Magna
29.3.2021
Tempo di lettura: 5'
Secondo il notaio milanese Angelo Busani, fondatore e partner dello studio Busani & Partners “il finanziamento dei soci può essere più conveniente nelle società a ristretta base sociale, dove si tratta di una prassi consolidata. Se il flusso di cassa in entrata non è in grado di reggere l'attività della società per qualsiasi scopo di cassa o investimento si può attingere a questo strumento”

La storica dipendenza delle imprese italiane dal finanziamento bancario stia diminuendo, come testimonia l'ultimo rapporto Rapporto Cerved 2019: il 40,1% delle imprese, contro il 42,5% di un anno prima, ha autofinanziato la propria attività nel 2019 (nel 2009 la quota era del 29%)

Secondo Bankitalia, il credito bancario alle imprese è passato dai 914 miliardi di euro di novembre 2011 ai 726 del 2017, ai 668 miliardi di aprile del 2019. Le banche sono state costrette dalle regole di Basilea a prevedere accantonamenti maggiori, a parità di ogni altra condizione, in base alla dimensione delle aziende a cui erogano credito

E se la banca non finanza la società? Possono farlo i soci, attraverso un contratto di mutuo in cui sia specificato l'importo del finanziamento e il termine ultimo per il rimborso. I finanziamenti vengono restituiti con o senza corresponsione degli interessi e sono concordabili liberamente, senza la necessità di una delibera assembleare e in misura indipendente alla quota di partecipazione sociale. Poiché però nel 90% dei casi sono infruttiferi, cioè non comportano interessi, mentre l'articolo 1.815 del codice civile presume l'onerosità delle somme, varrebbe la pena indicarlo in un contratto scritto. Eventualità che però nella maggior parte dei casi non si verifica, secondo il notaio milanese Angelo Busani, fondatore e partner dello studio Busani & Partners.

Il finanziamento soci è prassi consolidata nella maggior parte delle aziende italiane. Fatto che dipende dalla specificità del nostro sistema economico. Innanzitutto, rileva che la storica dipendenza delle imprese italiane dal finanziamento bancario stia diminuendo, come testimonia l'ultimo rapporto Rapporto Cerved 2019: il 40,1% delle imprese, contro il 42,5% di un anno prima, ha autofinanziato la propria attività nel 2019 (nel 2009 la quota era del 29%). Per il 59% il canale bancario non è dominante (pesa per meno del 10%) mentre il 37% del totale ha una quota di credito bancario tra il 10 e il 50% e solo il 4% è oltre questa soglia. Ma la ragione di questa minor dipendenza potrebbe stare in una cattiva notizia. Nel fatto, cioè, che la platea di pmi che riesce a ottenere credito si sia sensibilmente ridotta: secondo Bankitalia, il credito bancario alle imprese è passato dai 914 miliardi di euro di novembre 2011 ai 726 del 2017, ai 668 miliardi di aprile del 2019. Le banche sono state costrette dalle regole di Basilea a prevedere accantonamenti maggiori, a parità di ogni altra condizione, in base alla dimensione delle aziende a cui erogano credito. A farne le spese sono dunque le aziende di minori dimensioni, ed è un tema rilevante per un Paese in cui, secondo il Censimento permanente delle imprese, i due terzi delle aziende sono micro (fino ai nove addetti) e il 18% piccole (10-49 addetti).

“Le società normalmente lavorano a debito, nel senso che i flussi di cassa in entrata non sono tali da finanziare l'attività futura. Per ottenere credito c'è la banca, ma anche fonti alternative come i minibond, la Borsa oppure ci si può rivolgere ai soci”, dice Busani. “Il finanziamento dei soci può essere più conveniente nelle società a ristretta base sociale, dove si tratta di una prassi consolidata. Se il flusso di cassa in entrata non è in grado di reggere l'attività della società per qualsiasi scopo di cassa o investimento si può attingere a questo strumento”.

Come funziona dal punto di vista procedurale? “Molto semplicemente, l'amministratore della società si rivolge ai soci, prospetta la situazione, stipula un contratto, che nelle piccole realtà è spesso verbale e nelle grandi è più probabilmente scritto, in cui vengono specificate le condizioni. Il finanziamento soci si può richiedere un numero illimitato di volte e ricade nella disciplina del codice civile al capitolo mutui”, precisa il notaio.

 

Se i vantaggi per i soci sono essenzialmente ravvisabili nella protezione della società da eventuali insolvenze - oltre che nella rara eventualità di ottenere un interesse - quelli per la società sono evidenti. “Si sostanziano nella possibilità di avere prestiti a prescindere dal mercato oppure di averli a un costo più conveniente”, chiarisce Busani.

Anche eventuali criticità insorgono più che altro in capo ai soci, e difficilmente in capo alla società. “In base all'articolo 2.467 del codice civile – dice Busani - gli amministratori non possono restituire i finanziamenti ai soci prima di aver liquidato tutti i creditori, sia quando il finanziamento erogato dai soci si configura come patrimonio che come capitale di debito, ovvero il più delle volte. Le società italiane sono endemicamente sottocapitalizzate: ma per svolgere le proprie attività devono avere capitale per non essere in affanno. Anche ai fini dell'ottenimento di credito bancario, la questione di una adeguata capitalizzazione è cruciale. Il patrimonio è capitale di rischio: ovvero qualcosa che soci sono disposti a perdere, mentre guadagnano sugli utili derivanti dall'attività della società”.

 

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