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Investire nell'arte: come unire bellezza e valore

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Contributor, Samanta Lombardi

27 Luglio 2018
Tempo di lettura: 3 min
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Nel 2016 il mercato delle opere d’arte e del collezionismo ha raggiunto 45 miliardi di dollari con un incremento del 25-26%. Meno compravendite ma con un maggior importo unitario su cui investire

Investire in arte

Negli ultimi vent’anni si è assistito a una sostanziale trasformazione degli investimenti nell’arte. Che, grazie alla sempre maggiore circolazione delle informazioni e alla digitalizzazione, da elitari quali erano, si sono evoluti in un fenomeno prima di tendenza. E poi di massa. Così è cambiato anche l’approccio. Da pura ricerca di ciò che è semplicemente bello, infatti, l’arte ha cominciato a essere considerata un investimento di lungo periodo, il cui valore può incrementarsi nel tempo.

Collezionismo e Hnwi

Il mercato delle opere d’arte e del collezionismo è ormai un mercato globalizzato, di conseguenza deve essere visto in relazione alle attuali regole del gioco. I risultati delle vendite pubbliche attestano chiaramente che gli scambi diventano più rapidi e internazionali. L’offerta si rinnova incessantemente e il numero di collezionisti si moltiplica. Negli ultimi dieci anni c’è stato un sostanziale raddoppio del giro d’affari di questo particolare mercato. Fare investimenti in arte sta diventando un trend largamente diffuso, soprattutto tra Uhnwi e Hnwi, occupando il primo posto quanto ad interesse, tra le alternative di investimento.

L’allocazione

Come asset class o meglio come “passion investment” le opere d’arte pesano tra il 7% e 10% nell’allocazione della ricchezza le cui previsioni di crescita. Secondo una stima fatta da City Group, si attestano in media al 9% tra il 2016 e il 2030. In base al rapporto Tefat 2017 le vendite nel mercato dell’arte mondiale hanno raggiunto almeno 45 miliardi di dollari nel corso dell’anno 2016. Sempre sulla base di tale rapporto nel 2016 abbiamo assistito a un incremento del 20-25% del giro d’affari con una preferenza per le case d’aste private. Se guardiamo al solo mercato dell’arte contemporanea, il fatturato ha raggiunto la somma di 1,58 miliardi di dollari tra luglio 2016 e giugno 2017, un risultato cresciuto del 3,2% rispetto all’esercizio precedente.

Qualche numero

Allo stesso tempo, il numero di lotti venduti è diminuito del 2 per cento. Sono state aggiudicate 57.100 opere in calo rispetto alle 58.400 dell’anno precedente. L’aumento dei ricavi derivanti dalle vendite per un numero di transazioni in calo, indica tuttavia che il prezzo delle opere in circolazione, è aumentato: il prezzo medio per un’opera contemporanea è passato da 26.160 dollari a 27.600 dollari (Artprice: Rapporto annuale dell’arte contemporanea 2017).

In un panorama politico sempre più frammentato in cui la volatilità dei cambi è stato un fattore influente, nel 2016 abbiamo assistito a una crescita del mercato europeo, un lieve declino di quello americano e una stabilità del mercato asiatico dove la debolezza della Cina è stata compensata dalla crescita degli altri paesi. In particolare: US +29,5%, UK +24%, Cina +18 per cento. L’Italia è al nono posto con circa l’1 per cento. Le opere vendute per oltre 1milione di dollari rappresentano più del 60% del valore scambiato.

Come per tutti i trend, il rischio di sbagliare è elevato. Si tratta di un investimento di lungo termine, slegato dalle regole dell’efficienza dei mercati tradizionali. Caratterizzato da importanti asimmetrie informative, in cui l’aspetto soggettivo ha un peso preponderante.

La trasparenza

La mancanza di trasparenza rappresenta la problematica più complessa. Il mercato è opaco e la domanda non è a conoscenza dei propri diritti. Anche se, nell’ultimo periodo, grazie anche alla rete che consente di accedere ad un gran numero di informazioni, qualcosa è cambiato. Nonostante questo l’acquisto diopere d’arte richiede competenze specifiche che non possono prescindere da un’accurata valutazione dell’opera. Magari avvalendosi anche di più professionisti – con l’obiettivo di stabilirne la provenienza lecita o illecita, l’autenticità, lo stato di conservazione. Anche la vendita non
manca di complessità, poiché non sempre è semplice stabilire come alienare un’opera, attraverso quali canali e con quali commissioni (il cui impatto sul prezzo finale va considerato).

Le cose si complicano ulteriormente qualora si sia in possesso di un’opera soggetta a vincoli di interesse culturale. Il traffico illecito nel mercato dell’arte ha infatti un valore annuo che si stima intorno ai 6-8 miliardi di dollari, con ricavi tra 1,2 e 1,6 miliardi prevalentemente derivanti da frodi. Ecco perché, affidarsi a persone esperte diventa un obbligo al fine di evitare di incorrere in truffe che spesso hanno gravi ricadute sull’intero patrimonio (Transnational Crime and Developing World marzo 2017 del Global Financial Integrity).

La tutela del patrimonio artistico in Italia

In Italia, la tutela del patrimonio artistico trova la sua principale fonte di regolamentazione nel D. Lgs. 42/2004, che con riferimento alla circolazione delle opere ha introdotto un limite temporale decorso il quale un’opera si considera di interesse culturale, con la conseguenza che per poter circolare necessita di specifiche autorizzazioni. Tale limite, inizialmente fissato in
50 anni, a partire dalla creazione dell’opera di un artista non più vivente, con legge n. 124/2017 è stato innalzato a 70 anni.

La questione fiscale

Il pregio di tale intervento normativo consiste nel fatto che il legislatore ha introdotto caute modifiche nell’ambito della circolazione dei beni artistici, un obiettivo perseguito attraverso tre importanti novità. L’innalzamento della soglia temporale da 50 a 70 anni di età, come dicevamo. L’esonero dalla presentazione all’Ufficio Esportazione della domanda per il trasferimento all’estero definitivo di beni artistici di valore inferiore alla soglia di 13.500 euro anche se aventi più di 70 anni (sono previste comunque eccezioni in caso di beni che seppur di modico valore presentano un interesse storico, artistico archeologico o antropologico). E infine l’introduzione di un passaporto di durata quinquennale per le opere, su modello francese. Per agevolarne l’uscita e il rientro nel territorio italiano.

Le soglie

La soglia di 13.500 euro rappresenta comunque il valore più basso a livello europeo. In altri Stati è notevolmente superiore. Per esempio in Francia è di 150.000 euro e in Germania di 300.000. Incertezze sussistono anche da un punto di vista fiscale, in quanto si riscontrano posizioni contrastanti in merito alla tassazione o meno delle plusvalenze derivanti dalla cessione “occasionale”di opere d’arte. Se sembrano non esserci dubbi circa l’imponibilità delle plusvalenze realizzate nell’ambito di un’attività commerciale in quanto componenti di reddito d’impresa, diverso è il caso in cui la plusvalenza viene realizzata nell’ambito di un’attività di collezionismo.

L’imposizione

In passato la normativa disponeva che “le plusvalenze conseguite mediante operazioni poste in essere con fini speculativi e non rientranti fra i redditi d’impresa concorrono alla formazione del reddito complessivo”, includendo tra le operazioni speculative “l’acquisto e la vendita di oggetti d’arte, di antiquariato o in genere da collezione, se il periodo intercorrente tra l’acquisto e la vendita non è superiore a due anni (art. 76, comma n. 597/1973)”. L’attuale normativa si limita invece a includere tra i redditi diversi, “i redditi derivanti da attività commerciali non esercitate abitualmente”(art. 67, comma 1 lett. i DPR 917/1986 Tuir). È proprio sul tema della commercialità o meno della vendita da parte di un collezionista o di uno speculatore che si innesta il lungo dibattito dottrinale e giurisprudenziale attualmente in essere. Il fulcro dell’indagine svolta dalla giurisprudenza è l’individuazione del requisito dell’abitualità per accertare o
negare la presenza di un’attività commerciale.

Le valutazioni commerciali

Diversi sono i fattori che vengono presi in considerazione per valutare la commercialità di un’attività. Gli importi elevati, il numero delle transazioni effettuate, la varietà della tipologia dei beni interessati nonché, in alcuni casi, il numero dei soggetti con cui il contribuente intrattiene rapporti commerciali. A fronte di tali incertezze sempre più spesso l’Agenzia delle
Entrate si adopera per riprendere a tassazione le plusvalenze anche se, sulla base delle informazioni in nostro possesso, con scarso successo.

Samanta Lombardi, head of wealth solutions Italy, Edmond De Rothschild

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Contributor , Samanta Lombardi
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