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La firma sulla spada: il segreto delle attribuzioni

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Sharon Hecker
Sharon Hecker

26 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Qual è il segreto delle attribuzioni? L’appassionante vicenda di Davide e Golia, opera d’arte molto presumibilmente dipinta da Artemisia Gentileschi e invece attribuita per secoli a Giovanni Francesco Guerrieri. La parola fine sulla vicenda però non è ancora stata scritta

Per molti anni, un grande olio su tela del Seicento raffigurante la storia biblica di Davide e Golia era stato attribuito ad un allievo di Orazio Gentileschi, Giovanni Francesco Guerrieri. Nel 1975, il dipinto fu venduto da Sotheby’s con questa attribuzione. Tuttavia, nel 1996, lo storico dell’arte e specialista del Seicento Gianni Papi ne contesta l’attribuzione, ipotizzando che il dipinto fosse in realtà opera della figlia di Orazio, la pittrice Artemisia Gentileschi.

Così credibile è stato il parere di Papi che nel 2018 una casa d’aste di Monaco di Baviera, dopo aver prima attribuito l’opera alla scuola di Caravaggio e successivamente aver ricevuto una segnalazione di Papi, ha riassegnato la tela ad Artemisia e l’ha venduta per 104.000 euro a un collezionista privato nel Regno Unito.

Quali sono le possibilità e i limiti delle attribuzioni? Vediamo più da vicino come avvengono le attribuzioni nella storia dell’arte. In generale, le attribuzioni delle opere di Artemisia sono un terreno altamente contestato. Ci sono stime discordanti sul numero di opere a lei riconducibili, che variano tra 38 e 65, con 120 ancora in discussione, tra collaborazioni dello studio, repliche autografe di opere perse, copie eseguite da altri artisti e opere che probabilmente non sono sue.

Artemisia Gentileschi, Davide e Golia

Inizialmente, nel 1996, Papi si è affidato a uno dei tre strumenti della due diligence, la connoisseurship, con cui ha valutato visivamente alcuni tratti stilistici che riteneva unici per l’opera di Artemisia e paragonabili ad altri dipinti di lei noti. Ad esempio, ha descritto l’“atmosfera” caratteristica dei suoi dipinti e la “figura sinuosa” di Davide, con una “distintiva virilità orgogliosa e fresca”. Ma poiché l’opera era conosciuta solo attraverso una fotografia in bianco e nero, Papi, per sua stessa ammissione, non aveva mai potuto vedere l’opera dal vero. Nel 1999, lo specialista di Artemisia, R. Ward Bissell, autore del catalogo ragionato dell’artista, rifiutò l’ipotesi di Papi, sostenendo, sempre tramite connoisseurship, che egli riteneva l’opera in oggetto dipinta “in un modo piuttosto lezioso, cosa che non sarebbe stata caratteristica di Artemisia”. Da questi esempi possiamo capire che la connoisseurship, che si basa su una forte intuizione e sulla conoscenza del lavoro dell’artista, non è sufficientemente affidabile come solo metodo per fare un’attribuzione.

Infatti, Papi, proseguendo la sua ricerca, si è affidato anche a un secondo strumento, la provenienza, ricerca che tenta di risalire alla catena di proprietà di un’opera fino all’artista attraverso i documenti originali. Egli cita una lettera del XVIII secolo scritta dallo storico dell’arte e politico Horace Walpole, che annota che il re Carlo I possedeva diversi dipinti di Artemisia, il migliore dei quali era un “Davide con la testa di Golia”. Documenti biografici confermano che Artemisia andò in Inghilterra alla fine degli anni Trenta del XVI secolo e quindi Papi ipotizza che lei abbia realizzato il dipinto mentre era lì. Tuttavia, non è stato possibile trovare conferme documentali che questo dipinto sia quello descritto da Walpole, poiché il soggetto di Davide e Golia era uno dei preferiti sia da lei che da suo padre e sappiamo che Artemisia ne realizzò almeno 2 versioni. Pertanto, questa tesi di provenienza non può essere sufficiente a garantire una nuova attribuzione. 

Qualche mese fa, il proprietario attuale ha inviato l’opera presso lo studio del restauratore londinese Simon Gillespie. L’analisi tecnicaattraverso gli strumenti scientifici usati oggi durante un intervento di restauro è il terzo strumento attualmente a disposizione della storia dell’arte per effettuare le attribuzioni. Attraverso questo strumento, gli scienziati esaminano le tecniche e i materiali, effettuano radiografie e immagini a infrarossi per cercare degli strati del dipinto che non sono visibili a occhio nudo, come per esempio i pentimenti dell’artista o zone che hanno subito delle ridipinture durante i restauri. Questo processo deve essere condotto dai conservation scientists e restauratori e i loro risultati devono essere contestualizzati in dialogo con gli storici dell’arte e con altri scienziati che hanno lavorato sui dipinti della stessa autrice.

Gillespie e il suo team hanno trovato pigmenti che ritenevano conformi alla tavolozza di Artemisia, come l’ocra del mantello di Davide e altre possibili compatibilità con opere da lei conosciute. La cosa più sorprendente è stata però la rivelazione, dopo la pulitura che ha rimosso le ridipinture successive, di una firma sbiadita con le parole “Artemisia”, i resti della parola “Fe” (probabilmente Fecit) e “16–” incisi verticalmente sulla spada di Davide. Gli ultimi due numeri della data erano sbiaditi e illeggibili. Grazie all’analisi scientifica di Gillespie, l’intuizione di Papi è diventata decisamente più plausibile. Bisogna però sempre fare attenzione a basarsi solo sulle firme per le attribuzioni, perché sappiamo che vi sono casi in cui sono state aggiunte da un discepolo, un commerciante o un proprietario successivo.

Nel 2020 Papi e Gillespie pubblicano un nuovo articolo in cui affermano la loro ipotesi. L’articolo, corredato dai risultati degli esami scientifici, appare nel volume di marzo di The Burlington Magazine, una rivista accademica, peer reviewed, riconosciuta a livello internazionale, per aprire la discussione alla comunità estesa degli storici dell’arte.

Nel caso del Davide e Golia, la scoperta della firma sulla spada è un indizio sicuramente promettente. La posizione della firma sulla spada è audace. Secondo la specialista di Gentileschi Judith W. Mann, che ha curato la mostra al Metropolitan Museum nel 2011, ad oggi abbiamo notizia certa di solo 19 opere della Gentileschi firmate. Attraverso le posizioni particolari delle sue firme, Artemisia arricchiva di significato i soggetti mitologici e biblici dei sui dipinti e ampliava il godimento dei suoi dotti mecenati, aumentando con la sua unicità le sue prospettive di lavoro e la sua reputazione.

Ad esempio, Artemisia incideva spesso il suo nome su oggetti nel dipinto, come il muro della fontana di pietra dietro Susanna nella sua Susanna e i vecchioni, come a dire che il suo nome sarebbe stato inciso in modo permanente nella pietra, proprio come la sua fama. Altre volte ha scritto il suo nome su un cartellino spiegato sul pavimento fittizio dei suoi dipinti. A volte separava la sua firma in 2-3 righe, a volte in un’unica linea, a volte orizzontale, a volte verticale, e a volte, come nella sua Minerva, firmava creando un arco decorativo intorno allo scudo di Minerva. Sul suo Clio, la musa della Storia, Artemisia ha coraggiosamente apposto la sua firma nel Libro della Fama tenuto da Clio, sulle cui pagine ha inciso una dedica con il proprio nome: come per pubblicizzare il suo nome e garantire la sua fama nella storia attraverso la sua pittura. La firma sulla spada di Davide potrebbe essere l’ennesimo dei dispositivi abilmente creati da Artemisia. La scoperta di Gillespie è la prova definitiva dell’attribuzione? Questo sarà oggetto di discussione e decisione da parte dei futuri studiosi.

Sharon Hecker
Sharon Hecker
Sharon Hecker, nata a Los Angeles e cresciuta a Tel Aviv, è storica dell’arte, curatrice, e autrice, specializzata in arte italiana moderna e contemporanea. Dopo collaborazioni con istituzioni museali come la Peggy Guggenheim Collection di Venezia e la Galleria Christian Stein, oggi fornisce consulenze sulla due diligence per l’arte a collezionisti privati, art lawyers, wealth managers, family offices, case d’aste e fiere.
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