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British Airways e l’arte che vola via: un asset strategico

British Airways e l’arte che vola via: un asset strategico

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Claudia Tani
Claudia Tani

19 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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La compagnia di bandiera britannica, British Airways, starebbe per mettere in vendita 10 opere d’arte della sua pregiata collezione. Artisti come Damien Hirst, Bridget Riley, Peter Doig diventano un asset strategico anche per una compagnia aerea che deve fare i conti con la fame di liquidità attuale

La scelta di investire in una “asset class” diversa dal core business, anche per scopi filantropici o di sostenibilità, può rivelarsi un paracadute per sopravvivere in momenti d’incertezza.

Secondo l’Evening Standard, che per primo ha dato la notizia, BA avrebbe incaricato Sothebys di valutare un certo numero di opere per un’eventuale vendita in asta, che andrebbe a finanziare la crisi di liquidità innescata dall’emergenza Coronavirus.

Si pensa che la scelta dei pezzi da battere possa ricadere su alcune opere attualmente esposte nelle business lounges e su altre appese ai muri dell’headquarter di BA, dove si trovano da oltre 30 anni.

Tra questi eventualmente anche un’opera di Bridget Riley, della quale BA ha diversi lavori della serie “Egyptian”, che potrebbe, secondo qualche esperto, raggiungere un valore “a sette cifre”. Non è chiaro a quale opera fosse riferito il commento.

La collezione conta almeno 1.500 pezzi di artisti quali Richard Deacon, Tracey Emin, Damien Hirst, Gary Hume, Callum Innes, Anish Kapoor, Chris Ofili e Fiona Rae.

La collezione della compagnia aerea è cresciuta negli anni grazie a un team appassionato e le opere sono in parte state impiegate anche in un ‘concept esperienzale’, studiato per i fruitori dei servizi BA, quali le business lounges.

Secondo una dichiarazione rilasciata alla BBC, le due curatrici Susie Allen e Laura Culpan affermano che, benché l’azienda non avesse mai acquistato in quest’ambito al fine di un investimento economico, il valore di alcune opere, firmate da artisti scovati all’inizio della loro carriera, si è accresciuto notevolmente.

BA, secondo quanto riportato da CNN, a seguito del lockdown e delle prospettive post crisi, sta valutando di tagliare 12.000 posti di lavoro. Si stima infatti di ritornare ai livelli di traffico raggiunti nel 2019 non prima del 2024. Il CEO Alex Cruz, ha ammesso il grave dissesto economico.

L’idea di attingere a risorse finanziare provenienti dalla vendita di alcune opere per contenere il taglio dei costi, sembrerebbe venuta dallo staff interno, unitamente alla proposta di rimpiazzare i lavori esposti con altri presi a prestito dalle gallerie. A mali estremi occorrono estremi rimedi…

Dunque la scelta di un’azienda di dedicare risorse economiche e di persone al corporate collecting, può in ultima analisi rivelarsi anche un buon strumento di finanza straordinaria, quando si arriva a dover affrontare scenari di incertezza e variabili esogene come quelle che stiamo vivendo oggi.

Le motivazioni che portano ad avvicinarsi e a nutrire il collezionismo, includono anche eventuali aspetti di tipo finanziario e di diversificazione degli investimenti. O anche semplicemente culturali, filantropici e di sostenibilità.

L’esordio del corporate collecting art, risale probabilmente al periodo rinascimentale con la banca della famiglia dei Medici di Firenze. Quantomeno è la prima a essere stata tracciata.

A partire dalla metà del secolo scorso si assiste a una sua diffusione capillare. Non più circoscritto a banche e assicurazioni, il fenomeno investe oggi realtà aziendali tra le più disparate. Inizialmente utilizzata come leva di marketing o di “image building”, si è nel tempo ispirata alla necessità di creare ambienti di lavoro e d’incontro piacevoli, e quindi come parte di progetti di sostenibilità, fino ad arrivare a un virtuoso mecenatismo culturale, finalizzato a sostenere artisti nella prima fase della loro carriera.

Anche l’approccio nei decenni è cambiato. Se prima la scelta dell’acquisto era fatta sulla base dei desiderata e del gusto del ceo, successivamente sono subentrate figure professionali competenti, quali curatori o advisor, che stabiliscono l’indirizzo della collezione e selezionano gli acquisti.

Il primato per la più grande art collection di arte moderna e contemporanea al mondo, lo detiene oggi Deutsche Bank con più di 57.000 opere.

Damien Hirst, Universal love. Courtesy Christie's
Claudia Tani
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