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Artisti e mercanti d’arte non sono immuni

Artisti e mercanti d’arte non sono immuni

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Sharon Hecker
Sharon Hecker, Giuseppe Calabi

29 Maggio 2020
Tempo di lettura: 5 min
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Gli artisti sono immuni alla pandemia? E i mercanti? No, ecco perché nel consueto dialogo fra un avvocato e una storica dell’arte

Prologo

In base all’Art Basel-Ubs art market report, il mercato globale di opere d’arte nel 2019 ha fatturato 56,7 miliardi di euro, con una flessione rispetto all’anno precedente del 5%. La flessione è stata ricondotta al declino della crescita mondiale derivante a sua volta dall’aumento delle tensioni geo-politiche e delle politiche protezionistiche del governo cinese e di quello americano. Nessuno si azzarda a fare previsioni su come si concluderà il 2020.

Oltre al permanere delle condizioni critiche che hanno caratterizzato l’anno precedente, la pandemia dichiarata dal direttore generale dell’Oms lo scorso 11 marzo, unitamente alle severe misure di limitazione delle libertà personali e delle attività economiche imposte dalla normativa emergenziale in tutto il mondo, non lasciano sicuramente indulgere all’ottimismo. Numerose fiere tra cui Jingart Beijing, Art Basel, Miart, Art Paris, Art Berlin and Art Dubai sono state rinviate o cancellate. Per alcune (Art Basel) il rinvio è stato deciso per settembre, nella speranza che la situazione possa cambiare. Tefaf Maastricht ha chiuso anticipatamente a seguito di alcuni espositori risultati positivi al tampone, ma alla preview dove si concludono le trattative più importanti si è notata una significativa ridotta affluenza di pubblico, soprattutto dagli Stati Uniti e dal Far East.

Le case d’asta hanno rinviato le aste live, ossia quelle in cui i potenziali acquirenti possono essere fisicamente presenti nella sala d’aste e stanno sempre più ricorrendo alla modalità cosiddetta “online only”. Le aste si svolgono tramite una piattaforma di e-commerce con possibilità di effettuare offerte e rilanci solo online entro un periodo di tempo, normalmente più lungo di quello in cui si svolge l’asta fisica. Sparisce la componente sociale e mondana relativa alla partecipazione all’asta.

Sul fronte della pubblica fruizione, si aggiungono la chiusura dei musei ed il rinvio delle mostre programmate con serie ricadute a livello economico ed occupazionale. Federculture ha lanciato una petizione per dar vita ad un Fondo Nazionale per la Cultura, ossia uno strumento d’investimento, garantito dallo Stato, aperto al contributo di tutti i cittadini che vogliano sostenere il settore culturale nell’attuale fase di emergenza e crisi di liquidità, conseguente alla chiusura generalizzata cui musei, cinema, teatri, librerie sono costretti.

Artisti immuni? La parola a Giuseppe Calabi

L’iniziativa di Federculture è pregevole, ma il suo impatto positivo è limitato. Il mercato sta virando verso una dimensione digitale, ma l’online da solo non può risolvere alcuni seri problemi che la normativa emergenziale (assolutamente giustificata) ha creato.

1. Visite: il mercante o il client advisor della casa d’aste vivono di relazioni e l’impossibilità di muoversi liberamente e di entrare nelle case o nei depositi dove sono conservate le opere costituisce un ostacolo che può essere solo in minima parte ovviato con visite virtuali. Anche perché per decidere se prendere in carico un’opera per venderla è necessario esaminarla con attenzione. Le tecniche riproduttive di alta risoluzione sono molto utili ma non sostitutive dell’esame diretto. Solo le case d’asta e gli intermediari che dispongano di un copioso magazzino potranno organizzare regolarmente vendite online nei prossimi mesi.

2. Logistica: trasportare e custodire opere d’arte richiedono elevate competenze specialistiche. La normativa emergenziale consente la consegna di prodotti “non di prima necessità” nel rispetto dei requisiti igienico sanitari sia per il confezionamento che per il trasporto. Quindi i trasportatori dovranno assicurarsi di adempiere a tutti gli obblighi imposti dai provvedimenti ministeriali e regionali.

3. Sottoposizione di un’opera a valutazione di archivi/fondazioni: questa attività è di fatto sospesa a causa della necessità di esame diretto dell’opera. La normativa emergenziale non include tra le attività consentite quella di esame ed archiviazione di un’opera.

4. Restauri: il restauro di un’opera è spesso necessario perché la stessa possa essere messa in vendita. La normativa emergenziale non include tra le attività consentite quella dei restauratori, che conseguentemente deve ritenersi sospesa. 5. Previews: nel prologo si è fatto cenno alle previews come il momento in cui si concludono gli affari nelle fiere ovvero come un’occasione sociale di incontro tra collezionisti. Le gallerie e le case d’aste hanno reagito al divieto di “assembramento” organizzando delle visite virtuali.

6. Esportazione delle opere d’arte e ingresso di un’opera di provenienza estera, attestato con un certificato dagli Uffici esportazione presso le Soprintendenze. La regolamentazione italiana risale ad un decreto del Ministero della Pa del 1913. A quell’epoca, esistevano già i virus e le pandemie, ma non la possibilità di effettuare controlli online. In attesa dell’auspicata introduzione della soglia di valore decisa dal Parlamento nel 2017 ma “bloccata” da un decreto integrativo del Ministro Bonisoli del 2017, che dovrebbe snellire l’attività degli Uffici ed agevolare la circolazione internazionale dei beni sotto la soglia (13.500 euro), gli Uffici esportazione dovrebbero poter rilasciare attestati, certificati e licenze senza richiedere l’esame fisico degli oggetti da esportare o, quanto meno, richiederlo solo in casi eccezionali.

L’opinione di Sharon Hecker

Il declino del mercato registrato nel 2019 probabilmente non è unicamente riconducibile a fattori esterni, come suggerisce il report di Art Basel, ma potrebbe derivare anche da un problema intrinseco: l’esaurimento di un modello di crescita apparentemente senza fine del mondo dell’arte degli ultimi decenni. Il coronavirus potrebbe aver premuto il pulsante di pausa su quella che stava già diventando una situazione di mercato insostenibile.

In The Art Newspaper, Georgina Adam ha scritto questa settimana del coronavirus come di una gradita fine della fairtigue, della fatica di correre da una fiera d’arte all’altra, da una mostra all’altra, da una conferenza e biennale all’altra, e dei benefici che potrebbero derivare da questa fine.

Jason Farago, critico d’arte del New York Times, ha riflettuto su quella che era diventata la “giostra” del mondo dell’arte, ora costretta a fermarsi. Farago osserva che “l’arte contemporanea, negli ultimi decenni, si è trasformata in un’industria ‘round-the-globe’ e ‘round-the-clock’ […] Il cliché romantico dell’artista come genio, che scolpisce la bellezza nel marmo, è stato sostituito dall’artista (e dopo dal curatore) come intrattenitore itinerante, costantemente in viaggio […].

Per tanti artisti, critici e curatori della mia generazione, la tua carriera deve rientrare in un bagaglio a mano”. Il critico americano scrive che “su Lufthansa o Air France, in un museo giapponese o in un loft australiano riconvertito, l’artista è la persona che si muove attraverso spazi neutri, un tempo considerati sterili, ora diventati recipienti di contaminazione”. Con questo movimento, il mondo dell’arte ha contribuito drammaticamente al danno ecologico mondiale, e perciò altri chiedono che i modelli delle Biennali e di Documenta vengano drasticamente ripensati o addirittura terminati. Per Emma Lavigne, ex-direttrice del Palais de Tokyo di Parigi, “è necessario rimettere i soldi nel lavoro degli artisti e non alimentare una corsa in avanti nella spettacolarizzazione dell’arte”.

C’è un grido collettivo verso la “de-mondializzazione” dell’arte, che dovrà essere sostenuto da una nuova e sostenibile visione del mercato dell’arte nell’era post-covid19. Molti artisti riferiscono che questo periodo di isolamento è insolitamente fruttuoso. Essi si sentono finalmente liberi di concentrarsi sul lavoro. Stanno re-imparando a riflettere senza distrazioni, a lasciarsi coinvolgere nell’atto della creazione, a lasciarsi attendere la voglia di creare arte piuttosto che farsela imporre dall’esterno.

Un’ultima parola sul ricorso alla digitalizzazione come cura rispetto al male pandemico: ha avuto numerosi effetti positivi, mantenendo il mondo online in contatto con l’arte. Tuttavia può anche rappresentare la continuazione dello stesso modello di accelerazione: le visite virtuali agli studi degli artisti non sono un’ulteriore manifestazione della spettacolarizzazione dell’arte, piuttosto che uno strumento di riflessione e di analisi del lavoro dell’artista?

Sharon Hecker
Sharon Hecker , Giuseppe Calabi
Sharon Hecker, nata a Los Angeles e cresciuta a Tel Aviv, è storica dell’arte, curatrice, e autrice, specializzata in arte italiana moderna e contemporanea. Dopo collaborazioni con istituzioni museali come la Peggy Guggenheim Collection di Venezia e la Galleria Christian Stein, oggi fornisce consulenze sulla due diligence per l’arte a collezionisti privati, art lawyers, wealth managers, family offices, case d’aste e fiere.
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