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Private equity: mappa del nuovo investimento

Private equity: mappa del nuovo investimento

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

19 Novembre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • In piena quarta rivoluzione industriale, il Pe è uno dei veicoli principe degli investimenti

  • Anatomia di un successo, con qualche caveat

  • Dove vivono gli unicorni?

Il 2017 è stato l’anno d’oro del private equity, con un aumento record dei fondi raccolti pari al 40% anno su anno e una cifra aggregata dei fondi pari a 753 miliardi di dollari. Numeri mai visti prima. Schroders ne illustra le ulteriori potenzialità

Il motore del 3000

A buon diritto, il private equity (Pe) è il motore della terza e della quarta rivoluzione industriale. La terza, in atto dal 1960 al 2000, ha visto nell’elettronica digitale, nei calcolatori e nella rete le sue espressioni emblematiche. La quarta rappresenta invece il passaggio alla robotica, all’AI e al machine learning, all’internet delle cose, ai veicoli autonomi, al biotech, alle nuove fonti di energia e, infine, anche al cibo di qualità migliore (almeno nelle intenzioni…). Ne ha parlato Tim Creed, head of investments Europe, Schroder Adveq, durante l’ultima Schroders International Media Conference la scorsa settimana a Londra.

Il mercato del private equity si caratterizza per

  • la sua non accessibilità tramite borsa (non è listato);
  • il controllo della società è dei fund manager, tanto in maggioranza che in minoranza. In questo caso, infatti, la minoranza gode di forti diritti che ne assicurano il controllo de facto;
  • una fortissima convergenza degli interessi fra imprese e fund manager e fra questi ultimi e gli investitori;
  • la fondamentalmente illiquidità delle imprese e dei fondi: i periodi di holding vanno dai 3 ai 7 anni e le duration dei fondi dai 10 ai 15.

In generale, gli asset private offrono agli investitori:

  • un premio per l’illiquidità e la complessità;
  • migliori performance;
  • accesso a nuove industrie;
  • bassa correlazione;
  • bassi  livelli di volatilità;
  • un miglioramento della diversificazione di portafoglio;
  • miglioramento del rapporto rischio/rendimento.

Sono queste tre ultime caratteristiche in particolare ad aver attratto in misura così ampia gli investitori negli ultimi anni.

Le caratteristiche del private equity oggi

Dall’analisi del gestore, emerge che sono le relazioni fra i fund manager a guidare le performance. I segmenti di buyout medio piccoli continuano inoltre ad essere attraenti. Infine, oltre alla trasversalità della disruption, si assiste sempre alla maggiore importanza degli investimenti sostenibili e responsabili per i fund raiser. La raccolta dei fondi del resto sta andando molto bene: come mostrano i grafici, si tratta di un asset sempre più ricercato.

Dal report di Nils Rode e Duncan Lamont, Schroders
Dal report di Nils Rode e Duncan Lamont, Schroders

Una maggiore raccolta di fondi determina maggiori rendimenti?

No, almeno per quanto riguarda il passato. L’enorme volume raggiunto dal fund rising è indice di affollamento. Ossia un aumento della competizione per il miglior affare (deal), un aumento vertiginoso della liquidità (dry powder), maggiori prezzi pagati. Risultato: minori rendimenti. In questo caso, vale anche il contrario: periodi di magra nel reperimento di fondi prospettano guadagni più elevati.

 

Dal report di Nils Rode e Duncan Lamont, Schroders

Gli ultimi due boom di fund raising si sono avuti nel 2000 e nel biennio 2006/2007, entrambi appena prima del calo dei rendimenti. E non è certo una coincidenza che questi picchi si siano avuti nei momenti di espansione ciclica massima del mercato, vista la naturale correlazione fra private equity e amore per il rischio.

Il tool di Schroders e la biforcazione

Schroders ha messo a punto un indicatore (Schroder Adveq Fund
Raising Indicator – Schroder Adveq FRI) per le performance di lungo periodo (5/10 anni) le cui intenzioni sono quelle di segnalare le aree di mercato più appetibili per gli investimenti in private equity e quelle in cui invece si richiede cautela. Secondo l’analisi di Schroders, vi è una biforcazione del mercato attuale del private equity. Tale biforcazione si identifica con una scissione fra il segmento a rischio surriscaldamento, in cui sono caldeggiate le exit, e quello meno affollato, in cui viceversa nuovi investimenti sono più promettenti. Nei mercati dei grandi buyout il rischio di surriscaldamento è maggiore, mentre il fund rising nei mercati medio piccoli è rimasto stabile nel tempo. La stessa ambivalenza si riscontra con riguardo alla maturità del mercato. I prezzi tendono ad essere più alti nell’ultima fase del ciclo, al contrario che nella fase iniziale.

Investire in

Asia

In Asia ma soprattutto in Cina, vi è un ulteriore bivio: mercato denominato in dollari versus mercato denominato in Reminbi.  In quest’ultimo, i volumi sono cresciuti moltissimo. Ma non si tratta di un problema per gli investitori internazionali in quanto costoro non hanno accesso diretto a quel mercato. E il fatto che le sovrapposizioni fra i due comparti siano quasi nulle permette ai fondi di concentrarsi su aree in cui la concorrenza domestica è molto bassa.

Europa

Il Vecchio Continente è sempre stato in ombra rispetto agli Usa per quanto riguarda il private equity. Sia la bassa crescita economica che i timori circa il futuro dell’eurozona ci hanno messo del loro. Si tratta però di remore ingiustificate. La performance europea dei buyout è stata almeno buona quanto quella americana, guardando al medio e al lungo periodo, ciò nonostante la crescita media del Pil si attesti oltre l’1% in meno rispetto a quella Usa e nonostante l’azionario americano sovraperformi quello europeo. Il motivo? Può risiedere nel maggiore potenziale di crescita (su solide basi…) dice l’analisi. Il ciclo economico europeo è inoltre più indietro rispetto a quello Usa: c’è più “più tempo” di qui alla prossima recessione. Indebitarsi costa meno. Ottime opportunità di investimento vengono individuate nel segmento delle piccole e medie imprese.

Dal report di Duncan Lamont e Benjamin Alt, Schroders
Dal report di Duncan Lamont e Benjamin Alt, Schroders

E per i coraggiosi contrarian?

Il Brasile. Nel Paese il fund rising è collassato a zero, dicono gli analisti Duncan Lamon, head of research and analytics, Schroders e Benjamin Alt, senior investment director, Schroder Adveq. Ogni investimento al momento presenta rischi elevati,e volendosi avventurare è necessario avvalersi di una rigorosa selezione e due diligence severe.

Dove vivono gli unicorni

Da dieci anni a questa parte, venture e growth capital rappresentano un terzo del Pe globale. Sono i venture capitalist a sostenere il successo delle startup che mettono le ali, come i cosiddetti unicorni, ossia le startup valutate almeno un miliardo di dollari.

Attualmente, gli unicorni nel mondo sono 250, con una capitalizzazione aggregata di un miliardo di dollari. Queste le classifiche. Per città/zona:

  1. Bay Area (San Francisco, Palo Alto, Mountain View, Emeryville, San Jose)
  2. New York
  3. Pechino
  4. Boston
  5. Londra
  6. Tokyo
  7. Parigi
  8. Shanghai
  9. Berlino
  10. Los Angeles

Per Paese:

  1. Usa (48% del totale)
  2. Cina (28%)
  3. Europa e Israele (13%)
  4. India (4%)
  5. Resto dell’asia (4%)
Teresa Scarale
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