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Aifi: startup sono ricchezza, ma servono capitali pazienti

Aifi: startup sono ricchezza, ma servono capitali pazienti

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

17 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Le startup italiane adesso possono sedere “sulle spalle dei giganti”

  • “Fino a poco tempo fa il risparmio privato era congelato dentro il debito pubblico”, dice Innocenzo Cipolletta, presidente Aifi

  • Le startup devono diventare imprese vere e proprie grazie a fondi di capitali che ormai devono assumere una nuova portata dimensionale

  • Per il mondo del venture capital e delle startup è arrivato il momento per una proposta sistemica, per una “ibridazione fra profit e non profit”

Le startup italiane ora siedono “sulle spalle dei giganti”, fondi di capitali “pazienti e impazienti”. Al forum VentureUp, nella bella cornice delle Ogr di Torino, si è capito perché

“In Italia la ricchezza finanziaria è quattro o cinque volte il Pil, vi è grande capacità imprenditoriale e i nostri ricercatori non sono secondi a nessuno”. Un moto di fierezza muove le parole di Innocenzo Cipolletta, presidente Aifi, nell’aprire l’evento torinese del forum VentureUp, organizzato in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Crt e Intesa San Paolo Innovation Center. Moderatore della mattinata stato il direttore del Sole24Ore Fabio Tamburini.

 

 

C’è e deve esserci un cambiamento culturale in corso, le startup italiane adesso possono sedere “sulle spalle dei giganti, un passato [finanziario] che sta costruendo un futuro”.

E allora perché fino ad oggi in Italia il fenomeno delle startup non è stato al stesso livello degli altri paesi (Nord Europa, semplicemente, senza guardare agli Usa)? Il motivo è che “fino a poco tempo fa il risparmio privato era congelato dentro il debito pubblico”, dice Cipolletta. “Il nuovo sistema è nato grazie ad Aifi, alla Cassa depositi e prestiti. Ma possiamo fare molto di più, far crescere sia il numero che la taglia degli operatori”.

Startup, i fondi di capitali “pazienti” in Italia

“Oggi vi sono in Italia un trentina di operatori che effettuano investimenti per 100 – 120 milioni di euro all’anno. Ma avremmo bisogno di 700, 800 milioni all’anno”. Per attrarre gli investitori istituzionali, servono fondi di maggiori dimensioni. “Se un investitore istituzionale mette un tagliando di investimento da 50 milioni, il fondo deve essere almeno di 500 milioni”, prosegue Cipolletta. “La startup da un’idea deve diventare veramente un’impresa”. Inoltre, i fondi di venture capital “devono crescere per poter operare anche all’estero”.

Il moderatore Fabio Tamburini, dal canto suo, ribadisce l’importanza del corretto comunicare il mondo delle startup. “Bisogna smettere di ghettizzare a livello informativo le startup. Non si tratta di un settore separato da tutto il resto. Inoltre, venture capital significa anche intreccio fra pubblico e privato”.

Questa osservazione introduce Giovanni Quaglia,  presidente della Fondazione cassa di risparmio Crt. Quaglia fa luce sul fenomeno virtuoso della venture philantropy, una delle modalità degli investimenti ad impatto. E lo fa citando proprio il caso delle Officine Grandi Riparazioni (Ogr) che ospitano il forum VentureUp. La riqualificazione dell’ex area industriale è avvenuta grazie ai 110 milioni di euro investiti dalla Crt, “senza mettere un euro di patrimonio”. Nel risultato finale convivono “elementi di innovazione ed espressione artistica”.

La pazienza nell’era dell’impazienza

Francesco Profumo (presidente Compagnia di San Paolo), sottolinea la peculiarità di dotarsi di “capitali pazienti nell’era dell’impazienza”.

Startup, una qualità italiana?

“Il nostro paese”, prosegue Profumo, “ha una grande capacità di attivare startup. Il problema è mantenerle e consolidarle sul territorio, creando una nuova economia alternativa a quella classica”. In effetti “il consolidamento delle startup è un passaggio fondamentale e delicato”, commenta Tamburini. “Gli ultimi dati (degli ultimi ultimi mesi) non sono troppo fecondi, bisogna stare attenti ai segnali. L’Italia ha capito che si può fare startup, ma non ha ancora capito che queste giovani imprese possono crescere e stabilizzarsi, grazie ai fondi pazienti” (Tamburini). Si tratta di un passaggio culturale, sistemico.

Maurizio Montagnese (presidente Intesa Sanpaolo Innovation Center) aggiunge che “la domanda arriva dalle imprese, l’offerta dalle startup. Temi come intelligenza artificiale, economia circolare, non sono più temi riservati agli addetti ai lavori2”

Gabriele Galatieri di Genola (presidente Assicurazioni Generali) offre spunti sul mondo dell’insurtech. Ormai il punto fondamentale è “come si usano i dati, come li si analizzano. Nelle assicurazioni non si fa più protezione, si fa previsione, grazie all’intelligenza artificiale e alla visione artificiale”. Conclude poi con un concetto su cui riflettere. “Mettere la startup dentro un grande gruppo rischia di soffocarla. Bisogna lasciarla respirare, l’innovazione deve essere un modus vivendi”.

Ogr Torino Meriem Bennani Biennale Immagini in movimento. Nella stessa occasione, l'intelligenza artificiale in Italia di Leonardo
Officine Grandi Riparazioni, Torino. Courtesy Lara Facco

Ogni intervento ha consolidato la consapevolezza che per il mondo del venture capital e delle startup è arrivato il momento per una proposta di sistema, per una “ibridazione fra profit e non profit”. E a supportare questo bisogno di creare una nuova cultura sistemica concorrerà l’European Innovation Council (Eic).

Teresa Scarale
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