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Mercer, gli istituzionali italiani credono negli alternativi

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Francesca Conti
Francesca Conti

02 Luglio 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • L’esposizione obbligazionaria degli istituzionali italiani rispetto alla media europea è meno rilevante: il 37% rispetto 53% europeo

  • Il 24,6% della componente obbligazionaria italiana è costituito da obbligazioni governative, mentre il 12,4% da obbligazioni corporate investment grade

  • Con un 9%, l’esposizione immobiliare italiana si conferma come da tradizione più alta della media europea (3%)

  • Il mercato italiano si dice pronto a muoversi alla ricerca di opportunità nei private markets: il 64% del campione punta sui risk premia dei private, guardando sia al private equity che al private debt

  • L’indagine di Mercer ha coinvolto 876 portafogli europei, rappresentativi di 12 Paesi, per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro di attività

Meno obbligazioni e più spazio agli investimenti alternativi: le principali attitudini di investimento degli istituzionali italiani secondo l’ultima survey di Mercer

Gli investitori istituzionali italiani sono meno esposti all’obbligazionario rispetto alla media europea, hanno ancora un’allocazione forte sull’immobiliare e sono sempre più favorevoli agli investimenti alternativi. Questi i punti chiave della Mercer asset allocation survey 2019, che ha analizzato le tendenze di asset allocation dei grandi investitori istituzionali. Giunta quest’anno alla 17esima edizione, l’indagine ha coinvolto 876 portafogli europei, rappresentativi di 12 Paesi, per un totale di oltre 1.000 miliardi di euro di attività.

Partendo dall’esposizione azionaria del campione italiano, questa è esattamente allineata alla media europea, attestandosi al 25%, in diminuzione rispetto al peso dello scorso anno. Solo il 50% del campione è convinto delle prospettive di crescita per il mercato azionario (almeno per il 2019), una percentuale in calo rispetto all’80% del 2018. È proseguito invece nel tempo lo spostamento verso mandati azionari gestiti passivamente (beta), con la percentuale media di partecipazione azionaria passiva dei piani in aumento medio al 55% nel 2019 (53% nel 2018).

“Il trend della gestione passiva ha come driver principali il tema delle pressioni al ribasso sulle fee e i costi, e riteniamo plausibile possa continuare nel prossimo futuro”, spiega Luca De Biasi, responsabile della linea business wealth-investments & retirement di Mercer Italia. “Va anche detto – prosegue – che l’andamento dei mercati finanziari degli ultimi anni in un contesto di bassa volatilità ha finito con il premiare implicitamente le strategie passive”.

Le scelte di gestione attiva, così come il budget di rischio, sono invece maggiormente destinate alle aree più inefficienti dal punto di vista dei mercati finanziari. “In tale senso la gestione attiva è utilizzata nell’ambito delle strategie a ritorno assoluto, degli investimenti alternativi, dei Paesi emergenti o nel factor-investing quali low volatility value, momentum e così via”, prosegue il manager.

Più bassa rispetto alla media europea è invece l’esposizione obbligazionaria del Paese: il 37% rispetto 53% europeo. In linea con il Vecchio Continente però, il 24,6% della componente obbligazionaria italiana è costituito da obbligazioni governative (circa i due terzi), mentre il 12,4% da obbligazioni corporate investment grade. Se si guarda nel dettaglio all’allocazione nel fixed income dei soli fondi pensione, si scopre che l’Italia, rispetto agli altri paesi europei, investe molto di meno nei titoli di Stato del proprio Paesi. Solo il 39% dei bond è destinato ai Btp nazionali, contro ad esempio il 47% del Regno Unito, il 49% della Germania, il 72% del Portogallo, il 65% della Francia e ben il 90% dell’Irlanda.

Gli istituzionali italiani, a dispetto del tradizionale rapporto con le asset class più rischiose, investono più della media europea negli alternativi. Le componenti obbligazionarie non tradizionali e/o a crescita, come le strategie absolute return bond e le obbligazioni high yield, che per Mercer rientrano nella componente alternatives, nel caso dell’italia sono più importanti rispetto alla media europea (24% contro il 16%). Con un 9%, l’esposizione immobiliare italiana si conferma come da tradizione più alta della media europea (3%) ma inferiore a Svizzera (28%), Germania (14%) e Norvegia (12%).

È interessante rilevare come il mercato italiano si dica pronto a muoversi alla ricerca di opportunità nei private markets: il 64% del campione punta sui risk premia dei private, guardando sia al private equity che al private debt. Gli investitori europei d’altro canto hanno invece scelto di aumentare le allocazioni in real asset (+4%) e in hedge fund (+6%) con obiettivi sia di diversificazione che di massimizzazione dei ritorni attesi.

Un altro dato significativo è rappresentato dalla nuova sfiducia degli investitori istituzionali italiani nei confronti degli hedge fund. Il 91% del campione di Mercer non intende aumentare l’esposizione sui fondi speculativi, neanche in forma liquid alt. Nel 2018 la percentuale era del 70%. “Gli hedge fund non sono riusciti a realizzare performance interessanti, e per questo gli investitori si sono disaffezionati”, sottolinea De Biasi. “Ma questo è un grande rischio – aggiunge -, perché se cambia il trend di mercato, rimangono uno tra i pochi porti sicuri, perché il loro obiettivo è preservare il portafoglio in condizioni di stress”.

Il 73% del campione degli istituzionali italiani considera il credito societario un’interessante alternativa al mercato azionario. La stessa percentuale è positiva sugli emergenti, in particolare sull’azionario. Infine, una menzione rispetto alla protezione dal rischio di coda, che non sembra spaventare gli istituzionali italiani: il 73% del campione non sta valutando di adottare misure di tail risk hedging.

Nello studio di Mercer il campione italiano pesa quest’anno per l’8%, grazie alla partecipazione all’indagine di casse di previdenza (con un peso pari al 23%), fondi pensione (sia negoziali che pre-esistenti, con un peso pari al 67% del campione) e fondazioni di origine bancaria (con un peso pari al 10%) con spunti quantitativi e qualitativi circa le proprie scelte di allocazione strategica e tattica.

Uno sguardo al futuro

All’interno del campione italiano Mercer ha anche approfondito – attraverso un set di domande qualitative – l’atteggiamento prospettico rispetto alla costruzione dei portafogli in funzione di determinati rischi identificati. Diversamente dal 2018, l’82% degli interpellati non considera un rischio concreto il rialzo dell’inflazione globale. “Mentre il 2019 è stato finora caratterizzato da un cauto ottimismo, gli investitori, europei e soprattutto italiani, rispondenti all’indagine si sono dimostrati consapevoli di un contesto macroeconomico e politico in continua evoluzione”, commenta ancora De Biasi.

“Le prove evidenti della sovraestensione del credito, le possibili implicazioni derivanti da politiche monetarie in evoluzione e la situazione politica, implicano per gli investitori la necessità di posizionare in modo ottimale i loro portafogli per resistere agli urti dei mercati finanziari. Prevediamo che la crescente attenzione alla sostenibilità continui e a nostro parere sarà presto considerata parte integrante della generazione di idee di investimento e della gestione del rischio”, sottolinea De Biasi.

Il campione italiano manifesta altresì fiducia nell’economia globale: il 91% dei rispondenti non vede un rischio di recessione per gli Stati Uniti; l’82% non lo vede per l’Eurozona. Gli Istituzionali Italiani sono incerti rispetto al prevedere le evoluzioni delle politiche monetarie delle banche centrali: esattamente la metà del campione vede nelle scelte di politica monetaria un rischio concreto per gli investimenti. Uniforme invece l’attenzione al protezionismo e alle guerre commerciali: l’82% del campione le considera il principale rischio attuale per economia e mercati.

Francesca Conti
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