PREVIOUS ARTICLENEXT ARTICLE

Il (ri)lancio dei Pir vale 2,5 miliardi

Il (ri)lancio dei Pir vale 2,5 miliardi

Salva
Salva
Condividi
Rita Annunziata
Rita Annunziata

20 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 3 min
Tempo di lettura: 3 min
Salva
  • La nuova legge di bilancio, entrata in vigore a partire dal 1° gennaio 2020, ha dato nuova linfa ai Pir. Riusciranno ad eguagliare il successo della prima edizione?

  • Dopo i 10,9 miliardi di raccolta nel 2017 e i 3,9 miliardi nel 2018, lo scorso anno i fondi Pir hanno vissuto una raccolta negativa pari a -821 milioni. Attesi nel 2020 flussi per 2,5 miliardi

  • L’auspicio è che i Pir 3.0 alimentino un’ ulteriore crescita delle quotazioni al segmento Aim di Borsa Italiana, e generino nuove risorse a favore delle Pmi, assetate di capitali

Il nuovo impianto dei piani individuali di risparmio favorisce la ripartenza del mercato, dopo la pesante battuta d’arresto. E potrebbe innescare un circolo virtuoso a favore delle Pmi

Un passato tormentato, tra alti e bassi, picchi di serenità e baratri di sconforto. Introdotti dalla legge di bilancio del 2017, i Pir (Piani individuali di risparmio) sono nati come una forma di investimento a medio-lungo termine riservata alle persone fisiche, volta a favorire l’economia reale domestica puntando su quella che può essere definita come la spina dorsale dell’economia italiana: il tessuto imprenditoriale.

Eppure, dopo il boom del 2017 con i circa 10,9 miliardi di raccolta e i 3,9 miliardi raccolti nel 2018 (secondo i dati Assogestioni), il 2019 ha deluso le speranze degli operatori. Secondo Intermonte Sim, i deflussi stimati per la fine dello scorso anno potrebbero essere superiori ai 900 milioni. A fine ottobre, infatti, i fondi Pir hanno vissuto una raccolta negativa di 104 milioni, conducendo la raccolta netta year to date (da inizio anno) a -821 milioni.

A bloccare l’andamento positivo della raccolta sarebbe stata la manovra di bilancio del 2019, che in sostanza prevedeva l’obbligo di investire il 3,5% su Aim Italia (il mercato dedicato alle piccole e medie imprese) e un ulteriore 3,5% a favore del venture capital. “Si trattava di vincoli troppo restrittivi, in quanto non riuscivano ad assicurare il rispetto dei requisiti di liquidabilità e di valutazione previsti per fondi aperti Ucits”, spiega Luigi De Bellis, co-responsabile dell’ufficio studi di Equita. “L’investimento in strumenti non quotati e illiquidi non può essere soddisfatto dai fondi Ucits aperti – continua – ma da un fondo chiuso a scadenza come l’eltif (European long term investment fund)”. Eppure – come in amore – i rapporti fondati sulla fiducia e sulla prospettiva di un futuro insieme sono quelli che restano, nella buona e nella cattiva sorte, pronti a sorprenderti nei momenti più inaspettati. La nuova legge di bilancio, applicabile ai Pir introdotti a partire da gennaio 2020, apre un nuovo spiraglio di positività per gli operatori e i risparmiatori disponibili a restare investiti nel medio termine (occorre ricordare, infatti, che i benefici fiscali sono condizionati alla permanenza nell’investimento per almeno cinque anni).

La nuova normativa, infatti, prevede l’obbligo di investire il 5% del patrimonio conferito nel Pir in strumenti finanziari di aziende non rappresentate nel FtseMib e nel FtseMid Cap, eliminando il vincolo di investimento nel venture capital, e aprendo così l’era dei nuovi Pir 3.0. “Crediamo che il nuovo impianto dei Pir introdotto con l’ultima legge di bilancio – continua De Bellis – sia molto positivo per il rilancio dei prodotti e consentirà la ripartenza della raccolta. Il nuovo limite del 5% (ex FtseMib e FtseMid) ha il vantaggio di generare maggior flussi e migliorare la liquidità, soprattutto con riferimento alle piccole imprese, favorendo quindi nuove quotazioni e maggiore liquidità sui circa 250 titoli con una capitalizzazione inferiore i 500 milioni”.

Sulla stessa linea d’onda anche Gianluca Parenti, partner di Intermonte e responsabile di Tie (The Intermonte eye, il nuovo brand dedicato ai consulenti finanziari e ai private banker): l’impatto sull’economia reale potrebbe essere la vera chiave di un nuovo rilancio dei piani individuali di risparmio. “Il nuovo provvedimento sui Pir – spiega – pone un’attenzione maggiore alle società di media e piccola capitalizzazione, che rappresentano l’eccellenza del made in Italy e l’ossatura della nostra industria e delle nostre imprese. È evidente che il mercato dei capitali può crescere se crescono le piccole imprese. Il tessuto industriale non ha grandissimi conglomerati e società globali, quindi l’unico modo per migliorare l’efficienza dei mercati dei capitali e aiutare l’economia reale è puntare proprio sulle imprese di piccole e medie dimensioni”.

Inoltre, anche se non direttamente, la nuova normativa potrebbe stimolare un maggiore interesse degli investitori stranieri. Quello che si viene a creare è un processo circolare in cui, portando più liquidità sulle piccole e medie imprese quotate, si ridurrebbe il premio per il rischio generando una diminuzione parallela del costo del capitale e maggiori Ipo (Initial public offering), ovvero maggiori quotazioni. “La raccolta dei prodotti Pir – continua Parenti – nel 2019 ha visto 35 nuove Ipo nel segmento Aim. Perché i Pir non hanno funzionato al contrario dei capital market? Bisogna considerare le tempistiche di adozione dei provvedimenti. Le aziende devono convincersi e per prepararsi alla quotazione e presentarsi in modo adeguato agli investitori servono dai 16 ai 18 mesi. Il nuovo provvedimento permette alle piccole imprese di ottenere finanziamenti, passare dall’Aim allo Star (il segmento di mercato di Borsa italiana dedicato alle medie imprese) fino al Ftse Mib, ma si tratta di un percorso che richiede tempo”. Se si considera che oltre l’80% del flottante dei titoli Star è in mano agli investitori esteri, immaginare una conseguenza positiva dei Pir 3.0 sembrerebbe dunque possibile. Intanto, a beneficiarne può essere l’economia reale del Belpaese, trainata dalla catalizzazione del risparmio delle famiglie italiane su aziende altrettanto italiane.

Cosa dobbiamo aspettarci allora in termini di raccolta nel 2020? “Circa due miliardi e mezzo di euro di raccolta netta – dichiara De Bellis – dato che il mese di gennaio si perderà per alcuni aspetti tecnici come la modifica dei regolamenti dei fondi. In più, bisogna considerare l’andamento dei mercati e le incertezze sugli scenari macroeconomici e geopolitici. Se i mercati saranno positivi per tutto il 2020, replicando la performance del 2019, potremmo avvicinarci anche a una raccolta di tre miliardi. Il 2021, però, potrebbe andare meglio. Probabilmente vedremo flussi netti superiori al 2020, una volta che la macchina si sarà rimessa in moto”. Restano tuttavia delle criticità che alcuni esperti non mancano di sottolineare.

Innanzitutto, i Pir prevedono limiti d’investimento relativamente contenuti per una clientela Hnwi, a fronte di una soglia massima di 30mila euro annui e di 150mila euro totali. Inoltre, si è messo in evidenza un possibile problema di “capienza” per il mercato Aim, con il risultato che molti flussi si sono focalizzati su un numero limitato di società.

Rita Annunziata
Rita Annunziata
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU:PIREquitaAssogestioni