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Italia e Turchia in balia della "tirannia dei mercati"

12 Settembre 2018 · Contributor · 5 min

Cosa accomuna Turchia e Italia? La seconda, a differenza della prima, non ha fortunatamente un’inflazione a doppia cifra, né un colossale deficit di parte corrente. Eppure, secondo gli investitori internazionali, qualcosa in comune esiste…

«Cosa ha a che fare con i titoli di stato italiani un evento esterno come la crisi turca?», si chiedeva tempo fa, sorpreso, l’esponente della lega Claudio Borghi. «Niente» era la sua risposta. In effetti non c’è ben poco che accomuni Italia e Turchia: la prima ha un ingente debito pubblico, la seconda un colossale deficit delle partite correnti per lo più generato dai debiti esteri delle imprese.

Sotto il peso di un’inflazione oltre il 15%, la lira turca s’è più che dimezzata da inizio anno, cosicché quel debito rischia di non poter più essere onorato. E poi la Turchia di Tayyip Erdogan è scivolata in un regime autoritario, populista, che pretende di mettere sotto controllo anche la banca centrale.

Italia e Turchia, davvero qualcosa in comune?

Eppure, qualcosa in comune c’è tra i due paesi: entrambi, per diversi motivi, sono ostaggio della “tirannia dei mercati” finanziari. Qualche maligno investitore anglosassone sostiene che anche l’Italia è oggi governata da forze populiste e antisistema. Ma qui il paragone si fa più arduo e regge solo se si crede che le promesse di politiche fiscali e sociali espansive (reddito di
cittadinanza, flat tax e cancellazione della legge Fornero) finiscano per rendere insostenibile il nostro debito pubblico.

Così pensa buona parte degli investitori internazionali. Da quando il governo Lega e 5Stelle ha iniziato a toccare i temi economici, cavallo di battaglia della loro campagna elettorale, lo spread dei Btp sui Bund è più che raddoppiato (a 280 punti dai 120 d’inizio marzo) e la borsa italiana ha perso il 15%, affossata dal crollo dei titoli bancari scesi di oltre il 20%.

Il deflusso di Btp

Nonostante le banche domestiche abbiano tentato a maggio di arginare la caduta dei titoli di stato acquistandone una quarantina di miliardi, i deflussi netti dai Btp sono stati 34 miliardi a maggio e 38 a giugno: in totale 72 miliardi e ancora non abbiamo numeri per gli ultimi due mesi. Inoltre, uno sguardo alla contabilità del Target2 permette di stimare un’uscita
(legale) di capitali dal paese per altri 30-40 miliardi. Notano gli economisti di Citi che, nei soli mesi di maggio e giugno, tra disinvestimenti e altri flussi di denaro, sarebbero usciti capitali per 76 miliardi di euro: «una fuoriuscita più ampia di quelle viste tra giugno e luglio 2011 (51 mld) e febbraio marzo
2012 (56 mld)».

La legge finanziaria 2019 e la fine del Qe

E le cose potrebbero peggiorare. Come nota Nick Gartside di JPM, il momento cruciale sarà tra settembre e ottobre quando il governo presenterà la legge finanziaria per il 2019. Un sensibile aumento della spesa pubblica spingerebbe le agenzie di rating ad abbassare il giudizio sul debito italiano
a un passo dalla soglia che separa i titoli investment grade da quelli “spazzatura”: cosicché lo spread potrebbe balzare a 400 punti, come stima Bank of America.

Ma, a complicare le cose, arriverà da li a poco la fine del quantitative easing della Bce. Chi comprerà da gennaio i nostri Btp, si chiedono gli investitori? Non più le banche italiane, sostiene BofA, notando come la quantità di titoli di stato nei loro portafogli sia di gran lunga superiore a quella di altri paesi. Di certo non le banche domestiche, risponde anche Goldman Sachs, osservando come nel peggioramento dei ratio patrimoniali dei nostri istituti stia la spiegazione dei recenti crolli dei titoli in borsa. Ci sarà un nuovo “compratore marginale” di Btp nel 2019? Probabilmente sì: è solo una questione di prezzo; anzi di rendimento.

Spread e felicità

Spiegava l’8 agosto il ministro Luigi Di Maio che «lo spread è un numero, come il Pil, che da solo non serve a misurare la felicità di un Paese o le performance della sua economia». Può essere, ma siccome un rialzo dello spread di 200 punti si traduce, come analizzava Goldman Sachs, in un aumento degli oneri finanziari di 10 miliardi dopo 3 anni, il ministro dovrebbe anche spiegare dove troverà i soldi per le promesse riforme, con un bilancio appesantito da spese per interessi più che raddoppiate.

Per averne un’idea basta guardare al rendimento del Btp decennale, che era al 2% a inizio anno, salito ora al 3,15% e destinato a volare sopra il 4,5% se l’Italia sforerà i parametri di bilancio. S’è sentito dire da alcuni esponenti
dei partiti di governo che non ci si farà «intimidire dal ricatto dei mercati». E’ un ritornello recitato spesso quando le valute e le attività di un paese in crisi (per lo più emergente) sono state oggetto di attacchi cosiddetti speculativi. E recentemente l’ha ripetuto anche Erdogan.

Debito e investitori internazionali

Ma, dal ricatto o dalla tirannia dei mercati non si esce quando i debiti di uno stato o delle sue imprese sono stati finanziati da investitori internazionali. I debiti o si onorano o si dichiara fallimento. La parziale alternativa è rifinanziare il debito esistente con un prestito forzoso, ovviamente domestico, che, visti i precedenti in Italia e in tanti altri paesi, equivale a una forma ancor più odiosa di tassazione.

Un’altra soluzione sta nell’invocare l’aiuto della banca centrale europea: proprio come par di capire dalle parole, anzi da un Tweet di Borghi del 13 agosto: «Vediamo se oggi cominciano ad accorgersi che salgono anche gli spread di Spagna e c. e che solo un fesso poteva pensare che con BC inattiva potesse salire solo lo spread di un paese?» Ma lo spread di Spagna, Portogallo e persino Grecia non è salito e lo si ritrova ancor più basso d’inizio anno. Ad esser cresciuto di 130 punti è solo quello dei nostri Btp, a dimostrazione che il caso Italia è solo un nostro problema.

 

A cura di Walter Riolfi

Contributor
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