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Politica fiscale, il momento è arrivato

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Redazione We Wealth
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13 Novembre 2019
Tempo di lettura: 2 min
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  • Adottare una politica fiscale attiva non significa però consentire ai governi di indebitarsi senza limiti o di evitare riforme strutturali urgenti laddove necessario

  • Il focus sulla politica fiscale cambierà però il ruolo della Bce e del suo presidente. Christine Lagarde passerà infatti dall’essere  policy-setter a chief mediator

Sempre più frequentemente si sente parlare di politica fiscale e dei possibili effetti positivi che ne deriveranno. Secondo ilvia Dall’Angelo, Senior Economist di Hermes Investment Management a livello di Ue si dovrebbe dare sempre più spazio alla politica fiscale accantonando quella monetaria

Politica fiscale. Queste le parole da tenere a mente se si vuole cercare di evitare una prossima crisi. Dopo anni in cui ci è stati focalizzati sulla politica monetaria, l’opportunità legata ad una politica fiscale più attiva e il relativo interesse hanno certamente guadagnato terreno.

“I propositori di una risposta più coraggiosa in materia di politica fiscale sono emersi da scuole di pensiero più o meno ortodosse, riconoscendo un nuovo spazio comune” spiega Silvia Dall’Angelo, Senior Economist di Hermes Investment Management. Adottare un approccio di attivismo fiscale non richiede un ricorso alla teoria monetaria o all’helicopter money, né si dovrebbe consentire ai governi di indebitarsi senza limiti o di evitare riforme strutturali urgenti laddove necessario.

Una valutazione e adozione della politica fiscale richiede piuttosto una valutazione pragmatica della realtà economica attuale e del ruolo che il debito pubblico può svolgere nel sostenere la crescita in un contesto caratterizzato da sfide urgenti a lungo termine (produttività debole e in calo, crescenti disuguaglianze). “Come ha recentemente sottolineato l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale (Fimi) Olivier Blanchard, i costi fiscali e sociali del livello elevato di debito pubblico sono bassi e rimarranno tali fintanto che i tassi di interesse sono inferiori ai tassi di crescita nominali” dichiara Dall’Angelo. Finché dunque i governi potranno continuare a rinnovare il debito, con l’emissione di nuovo debito per pagare gli interessi, e la crescita della produzione supererà il tasso di interesse, i rapporti debito/Pil diminuiranno nel tempo anche in assenza di un aumento delle tasse.

La sfida di creare un quadro fiscale sostenibile con un chiaro indirizzo anticiclico è condivisa nei paesi più sviluppati ed emergenti, ma assume una dimensione più “esistenziale” nell’Eurozona, dove il compito è ostacolato dalle posizioni fiscali molto distanti e dagli obiettivi divergenti delle diverse nazioni.

Partendo dalla Germania. I tedeschi– spiega Dall’Angelo– sono stati tradizionalmente poco inclini a rilassare la disciplina fiscale, al punto da autoimporsi un obiettivo di bilancio in pareggio e un limite sul debito sancito constituzionalmente a partire dal 2008-2009. Da allora, il calo della disoccupazione e la solida crescita hanno sostenuto la logica della Germania per mantenere il suo margine in materia di politica fiscale, nonostante le pressioni per ridurre l’ampio avanzo delle partite correnti.

Dall’altra parte, i governi con un margine di manovra più circoscritto sul fronte fiscale hanno scalpitato per aumentare la spesa. La probabile entrata della Germania in una fase di recessione tecnica dovrebbe ribadire la necessità di un più ampio riesame del quadro politico e del ruolo della politica fiscale. “Ignorare i segnali di recessione e conservare lo status quo comporterebbe anche l’incapacità di utilizzare il proprio margine di manovra fiscale per affrontare le potenziali minacce sistemiche alla crescita – protezionismo commerciale, rallentamento strutturale in Cina e  un indebolimento del multilateralismo” spiega Dall’Angelo.

La fine della politica monetaria. Inizia l’era della politica fiscale

Mentre l’era dell’interventismo di politica monetaria sembra volgere al termine, i governi hanno l’opportunità, di riequilibrare le politiche verso la componente fiscale e di fare buon uso del debito pubblico. Come? “Sfruttato in modo responsabile, l’aumento del debito pubblico può essere utilizzato non solo per far fronte a un calo della domanda, ma anche per finanziare progetti di infrastrutture pubbliche, investire in iniziative volte ad affrontare il cambiamento climatico e, soprattutto, aumentare la produttività” spiega Dall’Angelo.

I politici non sono necessariamente pronti per questo nuovo scenario – secondo Dall’Angelo– e potrebbe essere necessario del tempo per attuare un più ampio passaggio di natura filosofica in direzione di una maggiore centralità delle politiche fiscali.

Mario Draghi, nel suo ultimo intervento, si è espresso a favore di una politica fiscale che svolga un ruolo più attivo nel sostenere la crescita, riconoscendo implicitamente i limiti del suo stesso esperimento monetario nel sostenere la traiettoria di crescita dell’Europa. Il focus sulla politica fiscale cambierà però il ruolo della Bce e del suo presidente. Christine Lagarde passerà infatti dall’essere  policy-setter a chief mediator, in un contesto di più stretto coordinamento tra politica monetaria e fiscale. Inoltre una politica monetaria unica dovrebbe anche essere integrata da una politica fiscale modulata e coordinata nell’ambito di un quadro sovranazionale.

Questo approccio secondo la Dell’Angelo dovrebbe fornire una risposta efficace agli shock asimmetrici, garantire una funzione veramente anticiclica, e consentire la convergenza, garantendo al tempo stesso la stabilità dell’Eurozona nel suo complesso.

 

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