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Obbligazioni corporate: le preferite dalle imprese italiane

13 Febbraio 2019 · Teresa Scarale · 3 min

  • Il tessuto produttivo delle imprese italiane bisognose di capitali freschi è scalpitante e non può fare affidamento sul solo canale bancario, spesso lento e farraginoso. Il mercato del debito, prima considerato fonte marginale di finanziamento, è oggi sempre più ricercato

  • La disintermediazione in atto è segno di una maggiore volontà delle imprese di sviluppare nuove forme di finanziamento e di una consapevolezza dei rischi di un eccessivo ricorso al canale bancario

  • Si tratta di un cambiamento strutturale, che allinea il Paese ai mercati non domestici, realtà in cui si ricorre tanto al canale bancario quanto al mercato

  • Il mercato obbligazionario italiano è concentrato su emissioni con un alto rating, risultando quindi insufficiente per colmare tutto il cosiddetto “funding gap” delle imprese italiane

Presentato in Bocconi, alla presenza di Ignazio Visco, lo studio che analizza il fenomeno italiano della “disintermediazione”: le imprese italiane preferiscono finanziarsi ricorrendo al mercato del debito, tramite l’emissione di obbligazioni corporate

Obbligazioni corporate imprese italiane. Ignazio Visco in Bocconi
Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia

Presentato in Bocconi lo studio “The Italian corporate bond market: what is happening to the capital structure of Italian non financial companies?“, nato dalla collaborazione fra la più importante università commerciale italiana ed Equita, società di intermediazione mobiliare. Il paper indaga l’utilizzo delle obbligazioni corporate in luogo del credito bancario da parte delle imprese italiane. Uno studio che ben si inserisce nel successo sempre maggiore delle soluzioni di investimento private in luogo delle public, soluzioni che cercano di incontrare le esigenze di rendimento degli investitori. Esigenza sottolineata anche da Andrea Vismara, amministratore delegato Equita Group quando parla di come “sviluppare il mercato dei capitali negli anni a venire”.

I risultati dello studio sul bond market societario italiano

Lo studio viene presentato dal professor Stefano Caselli, prorettore per l’internazionalizzazione e Centro Baffi Carefin dell’Università Bocconi, e dall’Antin IP associate professor of infrastructure finance e Centro Baffi Carefin dell’Università Bocconi, Stefano Gatti. Il periodo considerato è significativo, andando dal 2008 al 2018. “La situazione non si sta evolvendo in maniera positiva”, ossia, in questi ultimi 10 anni è crollato il volume e il numero di emissioni azionarie sull’Mta di Borsa Italiana. Oggi, siamo al valore più basso dal 2008. E questo è un “effetto freno che potrebbe palesarsi anche nei prossimi mesi”.

Analisi dei trend

Lo studio restituisce uno spaccato degli ultimi 10 anni della finanza italiana e correda l’analisi di scenario con l’analisi empirica, focalizzandosi sulle determinanti e il costo di emettere obbligazioni societarie per le imprese italiane. Ed evidenzia che un trend di disintermediazione è effettivamente in corso. Si sta cioè assistendo a una sorta di sostituzione del debito creditizio con il debito societario.

Qual è il motivo di questa sostituzione?

In un contesto di tassi bassissimi, le obbligazioni corporate offrono maggiori rendimenti agli investitori. E la maggior parte delle emittenti sono quelle con flussi tali da poter ripagare il servizio del debito. La ricerca evidenzia poi che l’età dell’impresa e le sue dimensioni influenzano la scelta di ricorrere al mercato del debito. Quanto poi alla governance, questa genera troppo spesso degli alibi. “E’troppo costoso diventare public”, bisogna allora lavorare su stadi intermedi.

E’ poi necessario intervenire con lo strumento fiscale in modo da temperare il costo del capitale. L’Ace purtroppo è stata abolita dall’ultima finanziaria. Fra i nuovi strumenti di investimento, “la stagione dei Pir ha vissuto una fiammata strardinaria, che va sostenuta“.

Visco: le note dolenti per gli investimenti in Italia

Prende poi la parola il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che pone l’accento sull’importanza di un contesto macroeconomico favorevole per gli investimenti, sull’efficienza della Pubblica Amministrazione e le infrastrutture. “La disponibilità di strumenti finanziari di investimento è fondamentale. Si pensi all’importanza delle banche di investimento in Francia e altrove. In Italia non esistono vere e proprie banche di investimento”. Ed è un peccato perché “il sistema finanziario svolge un ruolo cruciale per l’inserimento di nuove imprese e innovative nel sistema produttivo”. Nel mondo della Rivoluzione 4.0, Visco insiste sulla possibilità di finanziare gli investimenti più innovativi a lungo termine. “La differenziazione delle tipologie di investimento è perciò fondamentale”. Il sistema finanziario deve incontrare la struttura produttiva. I mercati finanziari non sentono la necessità di frazionare gli investimenti fra un gran numero di investitori.

“Negli ultimi dieci anni i livelli di debito delle imprese italiane erano pari al 40%, oltre 10 punti rispetto a quelle Usa, per esempio. Ma dal 2007 in poi la leva è aumentata fino al 50%. Fra il 2011 e il 2017 poi è tornata al 40%. Alla contrazione hanno contribuito per metà l’uscita dal mercato delle imprese più fragili, l’aumento del capitale di richio, la diminuzione dell’indebitamento delle imprese. L’importo medio dei collocamenti dei “minibond” si è progressivamente ridotto.

Il crollo degli investimenti in Italia

“Il crollo degli investimenti privati, al quale si è accompagnato quello non meno grave degli investimenti in infrastrutture e altre opere pubbliche, ha reso manifesta la difficoltà del nostro sistema produttivo di rispondere alle sfide poste dalla globalizzazione, dalla straordinaria affermazione di nuove tecnologie, dagli andamenti demografici”. E poi, “tra il 2007 e il 2013″ le imprese” hanno subito un calo [degli investimenti] del 30%” e sono ancora “largamente inferiori al livello pre-crisi”.

“Negli ultimi anni l’operatività degli operatori non bancari si è intensificata anche in Italia“. Si pensi al private debt e alle “misure a favore del capitale di rischio comunitarie”. In Italia però “l’abolizione dell’Ace rischia di andare in direzione contraria”.

Il Governatore conclude poi insistendo sulla necessità di “garantire ai nostri investitori stabilità del quadro normativo e serenità nelle scelte delle opzioni delle scelte di investimento”.

Le obbligazioni societarie rispondono a tre necessità

Secondo Paola Leocani, partner di Simmons&Simmons presente pure al convegno dell’Università Bocconi, vi sono attualmente tre esigenze nel mercato dei capitali:

  1. l’esigenza dell’accesso al mercato dei capitali da parte delle emittenti;
  2. quella di “proteggere” gli investitori, che “sono degli speculatori” e devono ottenere rendimenti;
  3. e infine l’esigenza di innestarsi armonicamente nel nuovo ambiente della Mifid 2. A tal fine servirebbe una standardizzazione dei bilanci, uno vero e proprio “bilancio parlante”.

Claudia Fontes, The Horse Problem, Biennale di Venezia 57, 2017
Teresa Scarale
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