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Non chiamatela recessione: quella in atto è distruzione creativa

Non chiamatela recessione: quella in atto è distruzione creativa

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Laura Magna
Laura Magna

11 Novembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Bisogna guardare al fermento riorganizzativo in atto nel mondo delle imprese, che crea sbalzi repentini in alto e in basso

  • Gli ultimi dati economici (produzione industriale e fiducia dei consumatori) mostrano tendenze in calo in concomitanza con la recrudescenza del virus

  • Ma, anche se il 2020 si chiuderà con un Pil molto negativo, com’è nelle attese di consensus, non ci aspetta una recessione. Piuttosto un riassetto generale da cui l’economia italiana uscirà completamente diversa. Ed è un bene

Francesco Daveri, professore di macroeconomia alla Bocconi, spiega perché non bisogna farsi spaventare dalla schizofrenia delle variazioni mensili di Pil e produzione industriale

Farebbero pensare a una  recessione gli ultimi dati sull’Italia. La produzione industriale di settembre è tornata a decrescere (-5,6% su agosto e – 5,1% sul 2019). E se il Pil nel terzo trimestre ha segnato, in base alla stima preliminare, un robusto recupero (+16,1% la variazione congiunturale), con la domanda interna e l’export in ripresa e gli ordinativi in deciso recupero (+ 47,3% rispetto ai tre mesi precedenti), la fiducia dei consumatori con il mese di ottobre ricomincia a indebolirsi (non quella delle imprese che cresce ancora).

La notizia in realtà è un’altra: che non vale la pena concentrarsi su queste cifre ballerine, frutto della creative disruption in atto. Frutto, per dirla con Francesco Daveri, professore di macro economia ed esperto disegnatore di scenari economici oltre che direttore dell’Mba della Sda Bocconi, del “fermento in corso nell’attività economica. Il saldo dell’anno sarà la somma di questi sbalzi in alto e in basso, ma che ci siano questi sbalzi è il segnale che non siamo di fronte a una recessione ma a un mondo nuovo che facciamo ancora difficoltà a leggere con chiarezza”.

 

Quando tornerà la quiete e la questione sanitaria sarà risolta, in campo resterà una geografia economica completamente diversa da quella che conosciamo. Che ci dà indicazioni anche su come muovere i portafogli di investimento. “Qualcosa è evidente se si allarga lo sguardo a ciò che accade globalmente – continua Daveri – le Faang e il biotech crescono a tripla cifra; società consolidate in diversi settori tradizionali, da GM a Coca Cola, sono pressoché ferme e altre ancora pagano pegno, con perdite a doppia cifra, dai vettori aerei, alle banche. Mi sembra che ci siano queste tre differenti fasi nell’economia globale e a esse dobbiamo guardare per immaginare cosa accadrà anche in Italia”.

Il settore produttivo sta cambiando rapidamente per far fronte al mutato contesto, “ma si tratta di cambiamenti difficili da vedere materializzati in numeri sintetici. Ma nelle pieghe dei dati dell’economia italiana si osservano in embrione alcune tendenze di rivoluzione, a partire dall’ecommerce con ordini di grandezza che non si possono ignorare. Le aziende che resisteranno sono quelle che stanno integrando l’online come canale di vendita, da cui non si torna indietro, e che stanno rafforzando anche sulle linee la digitalizzazione, che è l’altra faccia della medaglia della pandemia”, spiega il professore, che individua nel 2020 un anno spartiacque. Nessuno è fermo, “ma le attività economiche si riorganizzano e questo stesso attivismo manda in tilt i numeri: che in fondo di per sé non significano molto in questo momento. I risultati del riassetto in corso non si vedranno se non nel medio periodo: per questo non credo che avremo a che fare con una recessione ma con una riorganizzazione del mondo produttivo, con attività che guadagnano importanza rispetto al passato e altre che spariscono anche completamente, in modi che però non riusciamo neppure a immaginare ora. Un grande rimescolamento da cui avremo un effetto netto di creazione di valore”.

Laura Magna
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