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L'Unione europea non è la matrigna cattiva e l'Italia non è Biancaneve

03 Settembre 2018 · Alberto Negri · 3 min

L’Italia è il secondo paese nell’Unione per fondi strutturali ricevuti da Bruxelles ma è sestultima, su 28 stati membri, per utilizzo dei soldi ricevuti. Fa meglio la Polonia, la Spagna e la Romania, che sono rispettivamente il primo, il terzo e il quarto beneficiario dei fondi europei

Senza neppure la soddisfazione di un referendum come è accaduto in Gran Bretagna l’attuale governo vorrebbe attuare una sorta di Italexit. La prova del fuoco potrebbe avvenire quando si tratterà di votare il bilancio europeo. “La musica in Europa è destinata a cambiare, il finanziamento non è un dogma: se la situazione sull’immigrazione non cambierà da qui a breve il veto sarà certo”, ha scritto su Facebook il vicepremier Di Maio rispondendo al Commissario Ue al Bilancio Oettinger che ha parlato di “farsa” a proposito dello stop ai contributi minacciato dall’Italia. Si tratta di una mossa credibile? Bisogna ricordare che anche il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi minacciò di non votare il bilancio europeo per la questione dei migranti nel luglio 2017, senza risultati apprezzabili dal punto di vista politico.

In secondo luogo è giusto sottolineare che stiamo parlando del bilancio 2021-2027, il primo senza la Gran Bretagna. E non si tratta di una passeggiata: l’ultima volta ci vollero ben 29 mesi prima di partorire, nel 2013, il quadro finanziario pluriennale che scadrà nel 2020 e, per la prima volta nella storia comunitaria, ne decretò il taglio in termini reali: 1000 miliardi in 7 anni, poco meno dell’1% del Pil europeo. L’uscita di Londra dall’Unione porterà a un ammanco di 10 miliardi di euro l’anno e la proposta della commissione prevede nuove risorse proprio per riempire il buco lasciato dalla Gran Bretagna. La proposta dell’Esecutivo prevede 1.135 miliardi di euro in impegni e 1.105 miliardi di euro in pagamenti, il che significa che la proposta tende a mantenere più o meno la stessa capacità economica del bilancio 2014-2020. In questo quadro l’Italia comunque rischia grosso, fino a una perdita di 50 miliardi in sette anni, a causa della riduzione dei fondi di coesione e di quelli agricoli da cui attingiamo copiosamente. Ma finora non è stato così. L’italiano medio crede ormai fermamente che l’Unione europea sia la matrigna cattiva che gli propina ogni giorno una mela avvelenata. Ma questa è la favola di Biancaneve cui si aggrappano i nostri politici, certo non da oggi, per mascherare i loro fallimenti. Una versione della storia smentita anche dalla Corte dei Conti.

Quanto ci costa davvero l’Unione europea? E soprattutto cosa c’è di vero nell’affermazione che l’Italia versa 20 miliardi l’anno al bilancio dell’Unione europea?

In realtà l’Unione spende in media circa 12 miliardi l’anno in Italia. Nel 2015, l’Unione europea ha speso da noi 12,3 miliardi e nel 2016 la cifra è stata di 11,6. Ma i versamenti dal ministero del Tesoro italiano al bilancio comunitario sono stati nel 2015 di 14,2 miliardi di euro e nel 2016 di 13,9 miliardi. I dazi doganali incassati per conto dell’Unione europea sono stati pari a 1,7 miliardi nel 2015 e 1,8 miliardi nel 2016. Nel 2016 il saldo netto negativo del nostro paese è stato pari a 2,3 miliardi. La Germania ha avuto un saldo netto negativo nello stesso anno di 12,9 miliardi di euro, la Francia uno di 8,2 miliardi e il Regno Unito di 5.6 miliardi di euro. Il nostro saldo netto negativo non è trascurabile, ma gli altri grandi paesi dell’Unione hanno saldi negativi molto più consistenti del nostro, almeno finora.

Nel 2015 la differenza è stata inferiore a 1,9 miliardi di euro, nel 2014 era di 3,7 miliardi scarsi, nel 2013 di 3,2 miliardi, nel 2012 di 4 miliardi e nel 2011 c’era stato il record di 4,75 miliardi. Si
può dire che il trend sia stato di una progressiva riduzione del divario tra contributi dati e ricevuti. Il problema è che noi italiani non usiamo bene l’Unione europea. Ma la colpa non è di Bruxelles, è tutta nostra. Come avverte la stessa Corte dei Conti: “la dinamica degli accrediti dipende anche dalla capacità progettuale e gestionale degli operatori nazionali e dall’andamento del ciclo di programmazione, quindi il saldo netto negativo non è di per sé espressione di un “trattamento” deteriore per l’Italia rispetto a quello di Paesi che si suppongono più avvantaggiati”.

In poche parole i soldi che arrivano dall’Europa bisogna saperli spendere e l’Italia non brilla particolarmente in questa specialità. Restiamo insomma tra i Paesi ricchi dell’Unione europea che, in base alle regole comunitarie, contribuiscono maggiormente allo sviluppo comune. La differenza tra quanto diamo e riceviamo dipende però anche dalla capacità del Paese di spendere i fondi comunitari che vengono messi a disposizione. L’Italia è seconda nell’Unione per fondi strutturali ricevuti da Bruxelles ma è sestultima su 28 stati membri per utilizzo dei soldi ricevuti. Fa meglio la Polonia di gran lunga il primo beneficiario europeo, mentre l’Italia è sopravanzata anche da Spagna e Romania, rispettivamente terzo e quarto maggiori beneficiari.

I dati sono aggiornati alla fine dell’ottobre 2017 dalla Commissione Ue in una relazione sull’uso dei cinque fondi strutturali europei: Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, per la Coesione, per lo Sviluppo regionale, per la Pesca e Fondo sociale. Per l’Italia, che nel settennato 2014-2020 può contare su 73,6 miliardi (42,67 provenienti dal bilancio Ue), i fondi impegnati ammontano a 27,1 miliardi di euro, il 37%, ma solo 2,4 di questi _ appena il 3% del totale – sono già stati spesi. Al contrario, la media Ue è di un 44% di fondi già impegnati e un 6% di fondi spesi. Entro il 31 dicembre 2018 regioni e ministeri italiani dovranno spendere 3,6 miliardi di fondi strutturali europei assegnati proprio con la programmazione 2014-2020 attraverso il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr) e il Fondo sociale europeo (Fse).

Per chi non ci riuscirà scatterà la tagliola del disimpegno automatico in base alla regola che se entro tre anni dall’impegno di spesa indicato dalla regione o dal ministero non è stata presentata la domanda di pagamento alla Ue, Bruxelles “cancella” automaticamente la relativa quota di finanziamento. Ecco perché l’Unione europea non è lo specchio deformante delle nostre brame, la matrigna non è così cattiva e noi non siamo Biancaneve. Quanto ai sette nani anche i più ingenui capiscono chi sono. E riguardo al principe che risveglia l’Italia non è previsto né dai fratelli Grimm né dalla Disney.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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