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La nuova ricetta per una finanza curativa per l'Italia

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Fabrizio Fornezza
Fabrizio Fornezza

04 Marzo 2021
Tempo di lettura: 7 min
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  • L’Italia può trasformare la crisi in opportunità, cercando di affrontare le sue fragilità e riscrivendo la traiettoria di crescita futura

  • Nove italiani su 10 sentono il bisogno di un progetto per il Paese e sono disposti a investire sul suo futuro

  • La consulenza patrimoniale può essere la leva fondamentale per svolgere un ruolo di mediazione fra il risparmio e il progetto del suo Paese

L’Italia può ripartire in due modi: enfatizzando i suoi (molti) punti di forza, oppure sistemando le cose che non vanno. La seconda strada sarebbe davvero dirompente. Ci vogliono però risorse. Si potrebbe attingere al risparmio degli italiani, che sono ben disposti a investire in un progetto Paese

L’anno nuovo è iniziato, fra segnali di speranza e pessimismo. Ma, come Paese, da dove ripartiamo? Abbiamo due strade: possiamo enfatizzare i nostri punti di forza, oppure porre rimedio ai nostri punti di debolezza.

I punti di forza sono tanti: un paese resiliente e flessibile, un risparmio nazionale importante, un sistema produttivo che ha difetti di nanismo, ma che mostra una capacità di reazione che pochi hanno. Per fortuna questa lista potrebbe continuare.

Ma anche se veniamo ai punti di debolezza, purtroppo, l’elenco non è breve: l’assenza di un “progetto paese” condiviso e praticato; un sistema politico e amministrativo colmo di debolezze (operative e strategiche: poca pratica e poca grammatica); un sistema produttivo appeso al credito bancario e afflitto da nanismo; infrastrutture sociali (sanità, scuola, infrastrutture logistiche) ampiamente da rivedere.

Spesso nelle strategie aziendali, i consulenti considerano prioritari gli interventi a rafforzare i punti di forza: se sono solidi consentono quick win, che supportano il processo virtuoso di miglioramento. Ma è il secondo approccio – il mettere mano ai punti di debolezza – che risulta il vero game changer. Per cui il futuro che il paese attende non può che passare dal risolvere l’equazione delle criticità italiane.

Gli italiani, del resto, non sono sicuri che ci sia davanti a loro un futuro radioso, ma si accontenterebbero di un futuro qualunque e sanno identificare gli elementi che loro sistemerebbero per migliorare le cose. Lo hanno fatto, ad esempio, nella ricerca che Eumetra ha condotto per Assoreti a dicembre (www.assoreti-eventi.it). Almeno nove italiani su 10 sentono il bisogno di un progetto per il paese e il bisogno di investire sul suo futuro. E sanno “in quale direzione costruire un progetto paese”.
Ritengono (in rigoroso ordine di consenso) che sia opportuno far tornare in Italia le aziende che sono andate all’estero a produrre.

In seconda battuta che vadano aumentate le opportunità di occupazione.

Al terzo posto viene “il sostegno al reddito delle famiglie”. Il fatto che il sostegno al reddito non sia al primo posto vuole dire anche che gli italiani sanno bene che beneficienza – senza sviluppo – è uguale ad impoverimento. Dal quarto in poi il consenso si sposta su investimenti in infrastrutture sociali (scuole, ospedali, logistica & trasporti) e la wish list si chiude sullo sviluppo del livello tecnologico del paese (che in fondo è anch’essa infrastruttura sociale oltre che economica).

Con che soldi? La disponibilità a usare il risparmio nazionale c’è. Non di un’altra operazione di “oro alla Patria” e nemmeno di voglia di patrimoniali, sulle quali c’è modesto consenso sociale.

Si vogliono certezze, perlomeno che il risparmio non vada a mettere pezze a fallimenti annunciati. In tanti hanno presente i miliardi buttati in aziende decotte o ipervalutate e rapidamente sfumati. Se gli obiettivi e i veicoli fossero seri e soprattutto orientati a piani solidi, il tema dell’illiquidità di un eventuale investimento del risparmio nazionale sarebbe un problema tutto sommato marginale.

È vero che l’investitore e il risparmiatore italiano amano restare liquidi. Ma non è un dogma, è solo il frutto di paura ed incertezza. Malanni che – per inciso – si curano anche a livello di potere esecutivo e legislativo evitando di cambiare opinione ogni 2-3 anni.

Il vero tema è quello dei risultati e del ritorno atteso sull’impiego del risparmio nazionale; su questi non si transige. Le valutazioni di questo Roi sono in primis centrate sulla difesa del capitale, in secondo luogo orientate ai risultati: un minimo di ritorno finanziario va promesso e mantenuto. Ma l’investimento che implica l’impiego del risparmio nazionale ha un coté “non finanziario”

che deve essere gestito dai soggetti professionali e istituzionali che se ne occuperanno. Investiamo nell’inshoring delle imprese italiane, per avere occupazione di qualità nei nostri territori, non solo rendimenti, dunque. Investiamo in infrastrutture per vedere migliorare il sistema sanitario e la difesa della salute; siamo disposti a investire in aziende che offrano tecnologie innovative, interessanti e competitive per avere soluzioni di modernizzazione di tutti i nostri sistemi di vita. Sembrano idee chiare e dotate di una certa saggezza e consapevolezza dei fattori di successo di un progetto paese.

La società “reale”, che usa il risparmio “reale”, per creare opportunità reali, supportando una “economia reale”, fatta di soggetti privati e istituzionali che auspicabilmente collaborino. Senza questa collaborazione, ogni ripresa e progetto futuro risultano deboli e forse illusori. In altre parole: un piano Marshall – tale è il Recovery Fund – senza il dinamismo sociale ed economico degli anni ‘50 e ‘60 in Italia (ed Europa) sarebbe servito ben a poco.

Il neorealismo italiano dei prossimi anni e la scommessa sul paese passano proprio per questo risveglio e collaborazione degli spiriti sociali ed economici. Nel progetto “neorealista” la finanza ha un ruolo fondamentale: deve connettere il risparmio con i progetti (di impresa e non solo), deve saper scegliere dove rischiare il risparmio nazionale, deve svolgere il ruolo di watchdog sull’utilizzo di questo risparmio, sulla sua difesa e sulla sostenibilità per la famiglia ed il sistema che quel capitale utilizza.

La consulenza è la leva fondamentale per svolgere questo ruolo di mediazione fra il risparmio ed il progetto del suo paese. In questo senso la finanza deve in qualche misura diventare a sua volta “finanza reale”: ovvero abbandonare l’empireo dei linguaggi finanziari evoluti ma astratti e raccontare le sfide imprenditoriali o sociali che via via andrà ad offrire alla famiglia investitrice.

Non è un compito semplice, richiede abilità superiori a quelli della proposizione di buoni prodotti finanziari, alla gestione di una classica asset allocation. Richiede anche di far entrare il risparmio nazionale in una logica diversa da quella classica (basata su una corretta ed ampia diversificazione) ed allo stesso tempo richiede di non tradire i fondamenti della diversificazione.

La finanza e la consulenza sono pronte a questo passaggio? Nessuno nasce pronto, ma oggi è il momento giusto per prepararsi. Come diceva Confucio: “Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso”.

 

(Articolo tratto dal magazine di febbraio 2021)

Fabrizio Fornezza
Fabrizio Fornezza
Sociologo, imprenditore, ricercatore sociale e di mercato. Laureato in Scienze Politiche e Sociali all’Università di Milano, dal 2015 è presidente di Eumetra Monterosa, l’istituto italiano di ricerca sui temi del mutamento sociale e dell’innovazione.
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

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