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Italia, dopo il 4 marzo vale ancora la pena di investire?

Italia, dopo il 4 marzo vale ancora la pena di investire?

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Andrea Goldstein
Andrea Goldstein

03 Aprile 2018
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Dopo le elezioni sarà fondamentale vedere come il nuovo governo cercherà di risolvere i mali endemici. Per ristabilire la coesione sociale in Italia, è fondamentale proteggere i lavoratori, piuttosto che i posti di lavoro.

Meglio non nascondersi dietro le parole, il voto del 4 marzo è stato un cataclisma che hamesso a nudouna frattura geografica e sociale intorno alla globalizzazione, in un paese che deve all’export se negli ultimi anni non è affondato definitivamente, ma che rimane molto più chiuso al mondo che i suoi partner UE.Cosa significaquesto nuovo scenario per l’economia? Nelle settimane immediatamente successive, le conseguenze catastrofiche sui mercati finanziari non si sono materializzate. Questo può confortare chi considera tutto sommato favorevolmente la prospettiva di un governo delle forze anti-establishment, dopo un lungo periodo che ha visto l’Italia crescere poco, e male (prima del 2008 grazie alla finanza allegra, dal 2015 con poca creazione di occupazione). Sarebbe però grave dimenticare che determinate misure economiche adottate negli ultimi anni – come la riforma Fornero, la Buona Scuola oilJobsAct– sono in linea con ciò che funziona altrove e che quindi ci sono dei rischi nel concedere le chiavi del potere a chi crede che ai problemi gravi che attanagliano tutto l’Occidente si possano dare in Italia risposte semplici.

Per le prospettive di medio periodo del Paese sarà fondamentale vedere come il nuovo governo cercherà di risolvere mali endemici – deficit di competenze, infrastrutture scadenti e istituzioni fragili – che si sono sicuramente acuiti con l’integrazione dei mercati. Negli ultimi25anni, la possibilità di produrre nei paesi a basso costo del lavoro pressoché tutto ha compresso i salari dei lavoratori occidentali, generando invece benefici per chi (anche in Italia) possiede il più importante dei fattori produttivi dellaknowledgeeconomy, che sono per l’appunto la conoscenza e le competenze. Ma l’iper-globalizzazione ha permesso a centinaia di milionidiindividui di uscire dalla povertà: magra consolazione, indubbiamente, per chi da noi ha perso terreno, ma dimostrazione che l’integrazione non genera una corsa verso il basso delle condizioni lavorative e non è sorgente di tutti i problemi.

L’apertura può essere la soluzione anche per l’Italia, se accompagnata da politiche adeguate. Sono legittime politiche commerciali di tipo nuovo, esplicitamente attente ai diritti sociali, ma l’Europa non è certo l’incubo liberale descritto dai suoi detrattori: escludendo l’agricoltura (ancora più protetta), la tariffa media ponderata dell’UE è la più alta del G7. Per ristabilire la coesione sociale, sarà fondamentale proteggere i lavoratori, piuttosto che i posti di lavoro, investire in istruzione, formazione, sostegno alla mobilità e al reddito (condizionato a determinati comportamenti) e politiche di sviluppo regionale e riconversione produttiva (realistiche, però, non tutte le città meridionali possono avere un Guggenheim …).

Nel breve periodo, sarà imprescindibile rispettare il limite del 3% (indubbiamente “stupido” nella sua precisione,ma nondimenonecessario come principio): al di là delle conseguenze che uno sforamento avrebbe sugli spread e quindi sulle spese per interessi sullo stock del debito già contratto, come dimenticare che il deficit fiscale equivale al bisogno di indebitarsi ancora di più? Pressoché impossibile poi per un paese “cambiare la politica monetaria”: l’Eurotowerè indipendente, proprio per preservare il valore della moneta e tutelare il risparmio, e gli attacchi alla sua autonomia possonotutt’al piùaccrescere le chances che il successore di Mario Draghi sia un falco tedesco.

Per l’Italia, il vero rischio per i prossimi mesi èquello dirivivere la fallimentare esperienza dellaVaroufakisnomicsnel 2015. Al posto di inseguire velleitari propositi, vanno proposte politiche contemporaneamente ambiziose e avvedute, che coniughino il bisogno di protezione delle frange più vulnerabilidellasocietà italiana con la necessità di crescita sostenibile, basata sull’innovazione e non su dazi e sussidi, rendite e prebende. Un percorso indubbiamente accidentato lungo un sentiero stretto che è l’unico percorribile se non si vuole fare come la Grecia, che dallo scontro con il resto dell’Eurozona è uscita conle ossa rotta.

Andrea Goldstein
Andrea Goldstein
Fino a poche settimane fa chief economist di Nomisma, ha lavorato in numerose organizzazioni internazionali (Banca mondiale, Commissione economica dell’ONU per l'Asia e il Pacifico, Banca interamericana di sviluppo) e soprattutto all'OCSE; attualmente alla Divisione degli Investimenti in qualità Senior economist. È anche editorialista del Sole 24 Ore ed autore di libri e articoli sull’economia globale.
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