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Istat, deficit al 10,3% del pil: le attese dopo la tempesta

Istat, deficit al 10,3% del pil: le attese dopo la tempesta

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

02 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici si è contratto del 5,8% rispetto al primo trimestre del 2020

  • La propensione al risparmio si è attestata al 18,6%, in crescita di 5,3 punti percentuali

  • Francesco Daveri: “è importante che da subito il governo italiano delinei chiaramente una strategia di gestione del suo debito pubblico. Non per il 2021 e il 2022, ma per i prossimi venti anni”

Stando all’ultimo rapporto trimestrale dell’Istat, nel secondo trimestre l’incidenza del deficit sul pil è stata pari al 10,3%. Riviste a ribasso le stime sulla crescita. Cosa accadrà al debito una volta passata la tempesta? Lo spiega un’analisi di Francesco Daveri dell’Sda Bocconi school of management

Nel secondo trimestre del 2020 l’incidenza del deficit sul pil ha toccato il 10,3%, contro lo 0,0% dello stesso periodo dello scorso anno, trainata dalla “decisa riduzione delle entrate legata alla contrazione dell’attività economica” ma anche al “consistente aumento delle uscite” dovuto alle misure di sostegno dispiegate per contenere gli effetti negativi della crisi sanitaria. È quanto rivela l’ultimo rapporto trimestrale dell’Istituto nazionale di statistica, secondo cui – in questo contesto – il reddito disponibile delle famiglie consumatrici si è contratto del 5,8% rispetto al trimestre precedente, una “contrazione marcata” che “si è tradotta in una riduzione del potere di acquisto”.

Nello specifico, la propensione al risparmio si è attestata al 18,6%, in crescita di 5,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, grazie anche alla flessione della spesa per consumi finali (pari a -11,5%). Il tasso di investimento, invece, è stato pari al 4,5%, in calo dello 0,9% rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Sul fronte delle società non finanziarie, la quota di profitto ha toccato il 39,0% e il tasso di investimento è stato pari al 22,1%, a fronte di un calo degli investimenti fissi lordi del 14,5%. La pressione fiscale, inoltre, è cresciuta di 1,8 punti percentuali rispetto al secondo trimestre del 2019 (43,2%), indipendentemente da una decisa contrazione delle entrate fiscali e retributive. Stando poi alla nuova serie dei conti economici trimestrali diffusa dall’Istituto, nel secondo trimestre dell’anno il prodotto interno lordo nazionale si è contratto del 13% rispetto al periodo gennaio-marzo e del 18% anno su anno, contro la precedente rilevazione del -12,8% e del -17,7%.

“L’emergenza sanitaria frantuma i redditi e brucia i consumi – commenta l’Ufficio economico Confesercenti – Il dato odierno relativo ai conti economici del secondo trimestre purtroppo conferma, sostanzialmente, le nostre stime recenti: il fortissimo calo di pil e consumi e la conseguente impennata della propensione al risparmio, certifica che il secondo trimestre è quello che maggiormente ha subito i colpi del lockdown e ha registrato i dati più negativi nella storia economica delle Repubblica”. Stando all’associazione, la metà della caduta dei consumi cui stiamo assistendo è legata ai timori delle famiglie sulle evoluzioni del prossimo futuro, motivo per cui “ripristinare la fiducia dei consumatori è una condizione necessaria per riavviare la crescita”. Per il resto, la contrazione dei consumi è spinta anche dalla “fortissima compressione del reddito disponibile” che, secondo l’Ufficio economico Confesercenti, potrebbe toccare i 1.250 euro entro la fine dell’anno per un totale di 32 miliardi di euro in fumo. Confermate anche le stime sulla chiusura potenziale di circa 90mila imprese attive nei comparti del commercio al dettaglio, alberghi e pubblici esercizi. “Il sostegno ai redditi generati da questo settore – conclude l’associazione – è un secondo campo prioritario di intervento per uscire dalla recessione pandemica”.

Ma cosa accadrà al debito pubblico una volta passata la tempesta? Secondo un’analisi realizzata per lavoce.info da Francesco Daveri, professore di scenari macroeconomici presso la Sda Bocconi school of management, la risposta dipende “dall’evoluzione presumibile del debito pubblico in rapporto al pil dell’Italia”. In particolare, considerando il denominatore del rapporto, il crollo sotto zero della crescita del pil e l’azzeramento dell’inflazione – spiega Daveri – “tendono a far aumentare il rapporto debito-pil a parità di deficit”. Ma qualora la contrazione del prodotto interno lordo risulti essere temporanea e il deficit venga riassorbito, “la spinta verso l’alto del numeratore del rapporto debito-pil sarà temporanea”. Di conseguenza, quella che viene definita come “la grande recessione del 2020” potrebbe determinare una crescita del rapporto debito-pil fino al 160% ma non “indurre ulteriori effetti di avvitamento nel corso del tempo senza che gli eventi degli ultimi mesi mutino in negativo la capacità di rimborso del suo debito da parte dell’Italia”, aggiunge Daveri.

Tuttavia, secondo l’esperto bisogna tenere in considerazione anche possibili imprevisti che potrebbero incidere negativamente su questa dinamica, come un’eventuale chiusura anticipata da parte dei governi, della Commissione europea e della Bce “dell’ombrello protettivo a fronte delle accresciute necessità di finanziamento dell’Italia”, ma anche un utilizzo non appropriato da parte del Belpaese delle risorse del Recovery fund. “Per ridurre il rischio che ciò accada – conclude Daveri – è importante che da subito il governo italiano delinei chiaramente una strategia di gestione del suo debito pubblico. Non per il 2021 e il 2022, ma per i prossimi venti anni”.

Rita Annunziata
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