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Imprese, crisi, npl: resistere ancora due anni

Imprese, crisi, npl: resistere ancora due anni

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

16 Novembre 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • La crisi, con contrazione del pil e l’aumento della disoccupazione fa crescere i timori per l’impatto degli npl sul sistema delle imprese. Non solo a livello delle banche, ma soprattutto a livello di resistenza delle aziende italiane alle scalate ostili da parte di investitori stranieri

  • Bisognerebbe essere in grado di resistere un paio d’anni, perché la ripresa ci sarà. Ma «il rischio adesso per le nostre imprese è che non restino italiane, oppure che non possano giocare un ruolo importante nelle aggregazioni»

  • «Tanti settori della nostra economia, purché la crisi non duri troppo a lungo, ce la possono fare. Ma purtroppo siamo di fronte all’impossibilità di finanziare alcune realtà perché le banche devono seguire le regole Eba»

  • «Non bisogna cedere asset solo per liberare il bilancio delle banche. Se qualcuno li compra, vuol dire che quegli asset hanno valore. Si può provare a mettere in funzione un meccanismo che faccia tornare alle banche quei capitali»

Dall’importanza del ruolo statale nel risanamento delle imprese in crisi alla bomba a orologeria degli npl. Ma non solo allarmismo. Bisogna tenere i denti stretti, altrimenti perdiamo la nostra ricchezza nazionale. Quando allo stesso tavolo (digitale) siedono Gentiloni (Ue), Mustier (Unicredit), Castagna (Bpm), Tavano (Hsbc), Siracusano (PostePay), Pagani (Muzinich) il risultato non può che essere fermento prospettico

Le teorie sullo Stato minimo e il liberalismo? Da mandare in soffitta. Lo schiaffo della crisi sistemica ha scosso le fondamenta dell’economia globale ma non ha intaccato il ruolo dello Stato. Anzi. Lo ha rafforzato. «L’incremento del ruolo pubblico non solo è inevitabile, ma è necessario, è auspicato», esordisce il commissario europeo all’economia Paolo Gentiloni. L’evento è “Finanza e sistema-Paese un anno dopo. Come la crisi Covid ha mutato l’idea del ruolo di Stato nell’economia”.

Lo Stato, necessario ma non sufficiente

«Non dobbiamo avere nessuna diffidenza nei confronti di questa reazione rapida e necessaria pubblica e degli Stati», prosegue il commissario, ammonendo nello stesso tempo di «fare attenzione a non sopravvalutare quanto ci si possa affidare alla mano ben visibile [il riferimento è alla mano invisibile del mercato, ndr] dello Stato». Ciò non toglie che debbano esserci limiti, perché «l’intervento pubblico non fa miracoli» e soprattutto lo Stato «non può sostituirsi alle dinamiche dei nostri mercati». Inoltre «questo accresciuto intervento pubblico deve coniugarsi con una dimensione europea».

L’importanza dell’intervento statale italiano durante i lockdown

Anche per la sua provenienza d’Oltralpe, tributa la giusta importanza all’intervento statale nell’economia anche Jean Pierre Mustier, ceo di Unicredit. «Il ruolo dello Stato nell’economia italiana è molto importante in questo periodo». Poi, l’inevitabile confronto con la Francia: «in Francia lo Stato è molto centralizzato e molto presente nell’economia, molto presente nel capitale delle aziende. In Italia vige da sempre un’organizzazione più federale». Tuttavia, in entrambi i Paesi i governi «sono estremamente proattivi e stanno facendo un ottimo lavoro, in termini di scelta e velocità degli interventi. Questo va riconosciuto, spesso tendiamo a criticare gli amministratori, ma quello che è stato fatto in Italia è straordinario in termini di tipologia, ammontare e velocità di reazione». Infine Mustier rimarca l’importanza della Cassa depositi e prestiti (Cdp) per la crescita della capitalizzazione delle imprese italiane.

Imprese, banche, npl, crisi: dobbiamo resistere un paio d’anni

«Questa è una delle più complesse crisi economiche dell’ultimo secolo, non nasce da uno shock della domanda ma da un blocco dell’offerta», aggiunge Anna Tavano, head of global banking Italy di Hsbc. «L’intervento dello Stato è necessario». Tavano va al cuore del problema, quando dice che la contrazione del pil e l’aumento della disoccupazione fanno crescere i timori per l’impatto dei crediti deteriorati (npl) sul nostro sistema economico. Non solo a livello creditizio, ma soprattutto a livello di resistenza delle imprese italiane alle scalate ostili da parte di investitori stranieri. Bisognerebbe essere in grado di resistere un paio d’anni, perché la ripresa ci sarà. Ma «il rischio adesso per le nostre imprese è che non restino italiane, oppure che non possano giocare un ruolo importante nelle aggregazioni».

Con 500 euro di ritardo, sei considerato in default

Giuseppe Castagna, ad di Bpm, punta il dito contro le normative attuali, troppo stringenti perché le banche possano essere davvero utili alle imprese. «Sicuramente le banche sono state di supporto al governo nell’immettere la liquidità necessaria nel sistema. Tanti settori della nostra economia, purché la crisi non duri troppo a lungo, ce la possono fare. Ma purtroppo siamo di fronte all’impossibilità di finanziare alcune realtà perché le banche devono seguire le regole Eba».

Castagna lancia quindi il grido d’allarme per quanto riguarda le imprese considerate in deterioramento, non finanziabili. «Serve un quadro normativo sovranazionale. Con 500 euro di ritardo nei pagamenti, un’impresa viene considerata in default. Per un privato bastano 100 euro. Bisogna cambiare queste regole». Poi, il numero uno di Piazza Meda, ricorda il calendar provisioning, che obbliga le banche ad accumulare una quota al di là delle probabilità di recupero. E il «vero blocco delle aziende in crisi è la liquidità. Il sostegno delle banche serve, ma se le regole restano stringenti non si può aiutare». Servono inoltre «interventi politici come nella prima fase del lockdown: non abbiamo visibilità sulla fine della crisi».

Gli npl sono ricchezza e liquidarli per la crisi significa uccidere le nostre imprese

E poi, ancora Castagna: «Bisogna evitare alla radice il formarsi dei crediti problematici. Non credo in una bad bank europea perché i tempi di recupero variano moltissimo da Paese a Paese. Non si possono non considerare i tempi della giustizia, bisognerebbe accelerare le procedure dei tribunali. Si potrebbe fare una collegata, questo si». Ma soprattutto Giuseppe Castagna vede in modo nuovo la problematica degli npl, visti in tutto e per tutto come asset e non come liability. «Non bisogna cedere asset solo per liberare il bilancio delle banche. Se qualcuno li compra, vuol dire che quegli asset hanno valore. Si può provare a mettere in funzione un meccanismo che faccia tornare alle banche quei capitali».

Bisogna ricordare che siamo in una crisi e «se facciamo saltare le imprese per mancanza di liquidità, per mancanza di interessamento, ne pagheremo le conseguenze a livello di sistema». Oggi non esiste un problema di cattiva gestione delle imprese o delle banche. La crisi attuale è esogena, esterna al sistema bancario. La corretta classificazione di bilancio di un npl passa dal capire che dietro a questa sigla ci sono esportazioni, sforzi di business. In questa fase, spazzare via dai bilanci delle banche i crediti verso le imprese in quanto “npl” vuol dire distruggere una parte consistente del patrimonio del Paese.

Ma non si può prescindere dalla bad bank

Anna Tavano ricorda le stime di 300 miliardi di incremento npl nel 2021 in Europa, di cui oltre la metà sarebbero di Francia (100 miliardi di euro) e Italia (80 miliardi). Anche Moody’s (11% npl nel 2022) e il Fondo monetario internazionale hanno rivisto le stime in peggioramento. In Italia la gacs (fondo di garanzia sui crediti in sofferenza) ha consentito di cedere portafogli (37 miliardi nel 2019) a prezzi più alti. Senza gacs valgono il 30% in meno, come spiegato qui. Diversamente da Castagna, Tavano sollecita come Andrea Enria la costituzione di una bad bank europea che possa smaltire gli npl. Altrimenti, il loro peso sulla «patrimonializzazione delle banche potrebbe avere conseguenze drammatiche per l’economia, con contrazioni nell’erogazione del credito».

Creare un ecosistema digitale (quasi) dal nulla: il caso PostePay

Ma i mesi dell’anno ormai quasi giunto al termine hanno anche visto il successo di PostePay, come ricorda l’ad Marco Siracusano. La società dello storico gruppo italiano ha saputo combinare fortissimi investimenti nell’It con una rassicurante presenza fisica sul territorio. Il suo «ruolo misto» ha permesso a «oltre due milioni di italiani di fare per la prima volta acquisti sulle piattaforme, in una nuova consapevolezza digitale». PostePay, con le sue 20 milioni di app finanziarie e sette milioni di wallet, ha visto le sue transazioni aumentare del 40%. «Il pagamento non è più servizio in sé, ma componente di un servizio più ampio, integrato magari con i servizi della pubblica amministrazione», afferma Siracusano.

Dal canto suo, Fabrizio Pagani, global head of economics and capital market strategy, Muzinich & Co. ricorda che la fotografia più aggiornata che abbiamo è quella alla fine del terzo trimestre, dopo l’estate. La situazione «era ancora abbastanza rosea, il rimbalzo del pil era stato poderoso, l’indice di fiducia era positivo e in crescita. Poi, è arrivata la gelata della seconda ondata». Al momento dice Pagani che «brancoliamo nel buio, i dati sulla seconda ondata sono ancora parziali. Siamo nel pieno di una ripresa a forma di K: alcuni settori vanno benissimo e altri malissimo, come i piccoli esercizi commerciali e l’intrattenimento».

L’inventore dei pir aggiunge poi che il risparmio globale ha raggiunto livelli record durante il 2020. E per vari motivi, come quelli regolamentari menzionati da Castagna, «le banche tendono a prestare sempre meno alle imprese e alle pmi». Un canale per sanare questa mancanza è dato dai pir alternativi messi in campo dal governo. Ma purtroppo «non sono ancora stati compresi appieno dagli investitori».

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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