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Hong Kong già nel 2047, gli Usa non la riconoscono più

Hong Kong già nel 2047, gli Usa non la riconoscono più

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

27 Maggio 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • “Nessuno che sia ragionevole può dire oggi che Hong Kong mantiene un elevato grado di autonomia dalla Cina. Gli Usa speravano che la libera e prosperosa città avrebbe costituito un modello per la Cina”. Invece è accaduto il contrario

  • Complici le tensioni tariffarie fra Usa e Cina, la Borsa dell’ex colonia britannica era già crollata nel 2018, per poi recuperare nel 2019. Peccato però che nello stesso 2019 le tensioni politiche con la capitale cinese avessero spazzato via tutti i guadagni

  • Ora, l’allentamento dello stato di emergenza Covid ha ridato fiato alle istanze autoritarie della Cina nei confronti dell’ex colonia britannica. E se nel 2019 il Pil dell’ex città-Stato si è contratto del 1,2%, già prima della pandemia le previsioni parlavano di un -7% per il 2020

Il segretario di Stato Usa ha annunciato che Hong Kong non sarà più considerata come un’entità autonoma dalla Cina. La miopia autoritaria del Cnp sta spazzando via il tesoro della sua ex città-Stato. E il suo status di affidabile centro finanziario globale è compromesso per sempre

La fine di un’epoca: gli Usa non riconoscono più Hong Kong come territorio indipendente dalla Cina

Nella serata del 27 maggio il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha dichiarato che gli Stati Uniti non riconoscono più Hong Kong come territorio indipendente dalla Cina. È il primo passo verso la rimozione dello speciale status di cui gode la città, diventata negli anni grazie alla sua indipendenza dalla Cina continentale snodo finanziario internazionale. “Nessuno che sia ragionevole può dire oggi che Hong Kong mantiene un elevato grado di autonomia dalla Cina. Gli Usa speravano che la libera e prosperosa città avrebbe costituito un modello per la Cina”. Invece è accaduto il contrario.

Ormai sono due anni che i venti delle tensioni politiche non lasciano tranquilla la finanza di Hong Kong. Complici le tensioni tariffarie fra Usa e Cina, la Borsa dell’ex colonia britannica era già crollata nel 2018, per poi recuperare nel 2019. Peccato però che nello stesso 2019 le tensioni politiche con la capitale cinese avessero spazzato via tutti i guadagni, con il Pil a -1,2%. Le proteste dell’ex città-stato erano iniziate contro la legge sull’estradizione, e dal giugno 2019 si sono interrotte solo per l’emergenza sanitaria da coronavirus.

Ora, l’allentamento dello stato di emergenza Covid ha ridato fiato alle istanze autoritarie della Cina nei confronti dell’ex colonia britannica, e i manifestanti sono tornati in strada per protestare contro il piano di Pechino per imporre nuove leggi nella città in virtù della sicurezza e della sovranità nazionale. Pechino parla di misure legislative “contro la sovversione, la sedizione e il terrorismo”.

Gli ultimi dati ufficiali (27/05/2020) parlano di oltre 300 arresti ad Hong Kong. Il pugno di ferro di Pechino sta mandando in frantumi l’auspicio della convivenza semi-democratica dell’ex città-stato con la Cina continentale. E, per questa via, il suo status di affidabile hub finanziario globale e di avamposto commerciale dell’arte per i nuovi ricchi d’Asia.

Il “tradimento” cinese

La mossa del governo centrale rappresenta un tradimento per l’anima democratica della città e per il proclama “un Paese, due sistemi”, fatta alla Gran Bretagna quando il territorio è stato restituito alla Cina nel 1997, dopo 150 anni di dominio. Hong Kong godrebbe di un suo parlamento locale, che in teoria dovrebbe ratificare quanto deciso da Pechino. Stando alle promesse fatte al Regno Unito, Beijing avrebbe dovuto mantenere i due sistemi fino al 2047. Evidentemente, il governo centrale ha deciso di accelerare i tempi. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, sembra pensarla diversamente. Obiettivo dell’intervento legislativo cinese sarebbe solo la “piccola minoranza che danneggia la sicurezza nazionale”. Secondo il ministro, la nuova legge “non influisce sull’elevato grado di autonomia di Hong Kong” né tantomeno sui diritti e sulle libertà dei residenti e sugli interessi legittimi degli investitori stranieri.

Ma è proprio sul suo status di hub finanziario globale che l’iniziativa cinese sta sortendo i suoi effetti nefasti. Le proteste erano iniziate nel giugno 2019, per protrarsi più di sette mesi. Poi, è arrivato il coronavirus. Ma come visto, l’ex città autonoma era già entrata in recessione. Già prima della pandemia le previsioni parlavano di una flessione del 7% per il 2020.

Intanto, la leader dell’ex città semi-autonoma, Carrie Lam, ha affermato di appoggiare la nuova legislazione e ha detto che garantirà “la stabilità e la prosperità di Hong Kong”.

Le preoccupazioni internazionali

La condanna internazionale invece sembra unanime. 23 paesi, tra cui Usa, Regno Unito e Canada, hanno espresso grave preoccupazione, affermando fra l’altro che “la situazione, mette a repentaglio il futuro di Hong Kong come città internazionale aperta”. Il consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, Robert O’Brien, ha inoltre avvertito che Pechino deve considerare le ripercussioni della sua repressione nei confronti dell’ex colonia. “La Cina dipende dal capitale straniero per la propria economia e per far crescere la propria classe media”. sarà un duro colpo per Xi Jinping e il partito comunista Cinese. Spero che lo terranno in considerazione valutando il loro prossimo passo”.

Il timore più immediato adesso è che i cittadini di Hong Kong possano essere trasferiti nella Cina continentale e perseguiti secondo la legge cinese. Del resto, è quanto contiene la proposta di legge sull’estradizione.

Teresa Scarale
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