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Franklin Templeton: mercato toro anche nel 2020

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Redazione We Wealth
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27 Dicembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Stephen H. Dover, head of equities di Franklin Templeton scommette su un 2020 da toro

Per gran parte del 2019 gli investitori hanno temuto la fine della fase rialzista sui mercati azionari globali. Nel corso dell’anno i depositi sui mercati monetari hanno raggiunto livelli record. Invece il clima di ottimismo è rimasto pressoché intatto, nonostante ingenti disinvestimenti dalle piazze azionarie alla luce di previsioni economiche scoraggianti e questioni politiche irrisolte. Anche se molti investitori sono tuttora preoccupati, riteniamo vi siano ragioni sufficienti per mantenere gli investimenti nell’azionario globale nel 2020.

Interessa sempre più settori, dalla sanità all’industria, dalla finanza ai beni di consumo. Tuttavia, per trarre effettivamente vantaggio da tale trend occorre un’attenta analisi fondamentale in base alla quale decidere se conviene investire in tali innovazioni oggi o in un lontano futuro o se è meglio non investirvi affatto, ed evitare le società che potrebbero soccombere.

Scarse probabilità di recessione nel 2020
 
Tanto per cominciare, l’economia mondiale si conferma nel complesso solida. Le avvisaglie di una recessione globale sono minime. La durata eccezionale della fase rialzista del ciclo economico non basta da sola a determinare un’eventuale contrazione. Nell’autunno del 2019 i dati economici hanno evidenziato una flessione del settore manifatturiero legata in parte al conflitto sul fronte commerciale. Tuttavia, l’economia globale è ora molto più orientata ai servizi che alla produzione, persino nei Paesi emergenti, ed è pertanto più stabile.
“Gli investitori non dovrebbero preoccuparsi troppo per l’andamento dei mercati azionari globali nel 2020, anche se nel 2019 l’asset class ha messo a segno un’ottima performance e i dati economici sono meno incoraggianti.”
Quindi anche se il settore manifatturiero attraversa chiaramente una fase critica, i consumi (soprattutto negli Stati Uniti) hanno dato prova di elevata resilienza. Ecco perché riteniamo che l’economia USA, nonostante la decelerazione, non rischi una recessione, mentre la Cina rallenta e l’area euro continua ad avanzare seppure a piccoli passi. Riassumendo: la crescita è più modesta, ma non siamo in prossimità di una fase recessiva.
Vi sono sicuramente alcuni rischi legati a politiche populiste e all’elevato indebitamento delle imprese. Tuttavia, in termini generali, i tassi di interesse sono bassi e l’inflazione non accenna ad aumentare; inoltre nel 2019 diverse grandi banche centrali hanno adottato misure a sostegno della crescita nel prossimo anno e interverranno ancora ai primi segnai di recessione.
Il livello contenuto dei tassi di interesse è un elemento determinante per la buona performance degli asset rischiosi come le azioni. Crediamo che la prospettiva di tassi stabili o ancora più bassi nel 2020 possa creare un contesto favorevole per le piazze azionarie. Un ulteriore calo dei tassi di interesse indurrebbe gli investitori a cercare rendimenti su altri mercati, e in questo senso le azioni rappresentano una della alternative più allettanti. Verso la fine del 2019, l’azionario globale misurato dall’MSCI All Country World Index offriva un dividend yield del 2,5%, che risulta interessante a fronte degli interessi negativi di gran parte del debito mondiale.
Secondo il Rapporto sulla stabilità finanziaria globale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) di ottobre 2019, oltre il 30% dei titoli di debito delle economie avanzate offre tassi di interesse negativi, mentre la metà circa presenta tassi compresi fra l’1% e il 2%. Ecco perché il rendimento del 2,5% delle azioni globali appare così allettante. Nel lungo periodo, un rapporto utili/prezzo (l’opposto del rapporto prezzo/utili [P/E]) del 5,3% risulta ancora più interessante.
In base alle nostre analisi le valutazioni dell’azionario globale sono ragionevoli. A fine 2019, i principali mercati azionari mondiali scambiavano a livelli inferiori ai P/E prospettici medi di lungo periodo. Fanno eccezione solo gli Stati Uniti, che scambiavano con un premio modesto.
Un approccio attivo all’investimento nell’innovazione e nei titoli value
Preferiamo cercare determinate opportunità in società votate all’innovazione nei rispettivi settori e in titoli value poco considerati.
Di norma le aziende innovative generano una ricchezza in grado di aumentare la produttività e offrire agli investitori un ottimo potenziale di performance nel lungo periodo. Oltre a evidenziare un’accelerazione che schiude innumerevoli possibilità di investimento, l’innovazione interessa sempre più settori, dalla sanità all’industria, dalla finanza ai beni di consumo. Tuttavia, per trarre effettivamente vantaggio da tale trend occorre un’attenta analisi fondamentale in base alla quale decidere se conviene investire in tali innovazioni oggi o in un lontano futuro o se è meglio non investirvi affatto, ed evitare le società che potrebbero soccombere.

I titoli value sono trascurati da circa dieci anni, poiché in un contesto di crescita modesta, innovazione tecnologica, rivoluzioni, scarse pressioni inflazionistiche e bassi tassi di interesse gli investitori hanno preferito puntare sui titoli growth.

I titoli value hanno sottoperformato quelli growth essenzialmente tre volte: negli anni ‘30 nel secolo scorso, nella fase precedente alla bolla delle dotcom degli anni ‘90 e negli ultimi 10 anni. Ecco perché il gap valutativo fra titoli onerosi e titoli a buon mercato è il più ampio dal 2000. Gli investitori sembrano disposti a pagare un prezzo elevato (in termini di P/E) per utili in crescita o addirittura stabili. Di norma un netto aumento della dispersione dei multipli azionari preannuncia una sovraperformance dei titoli con P/E modesti.

Redazione We Wealth
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