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Fine Brexit: Pil mezzo punto giù e banche sul piede di guerra

Fine Brexit: Pil mezzo punto giù e banche sul piede di guerra

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

30 Gennaio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • “Circa 7000 posizioni lavorative potrebbero passare da Londra ad altri paesi europei”

  • “Boris Johnson avrebbe potuto ottenere le stesse agevolazioni senza lasciare l’Ue”

  • Solo nel 1945 e nel 1979 si ebbe un simile “reset”. Però stavolta “manca del tutto la progettualità”

  • Nella Banca europea degli investimenti è già avvenuta la riallocazione dei capitali contando un membro Ue in meno

La mezzanotte del 31 gennaio 2020 vedrà la fine della Brexit: con 621 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astensioni il Parlamento europeo in sessione plenaria a Bruxelles ha finalmente ratificato l’accordo. Ma il difficile arriva ora. E la Boe assume un atteggiamento prudente

4 miliardi di sterline l’anno è la cifra che le banche del Regno Unito, europee e americane sarebbero pronte a chiedere al governo britannico sotto forma di agevolazioni fiscali post-Brexit. Lo riferisce il Telegraph, così come riportato dall’Ansa. Vari paesi dell’Ue infatti avrebbero cominciato a corteggiare i banchieri britannici per trasferire al di fuori dell’Uk le loro attività finanziarie. Il Ministero del Tesoro britannico per ora non commenta.

Tim Maloney, partner dello studio legale internazionale Dorsey & Whitney e capo dell’ufficio di Londra, ammette che d’ora in poi “l’incertezza nel settore bancario ed economico sarà molto elevata”. Sempre Maloney aggiunge quanto segue. “Nel settore dei servizi finanziari, più di 1000 banche, asset manager e assicuratori europei hanno dichiarato di voler aprire uffici [transitori] nella Gran Bretagna post Brexit”.

Hanno già fatto domanda di “poter operare in Uk nel periodo di transizione”. Ma poi, che cosa accadrà? Ernst & Young stima che “circa 7000 posizioni lavorative potrebbero passare da Londra ad altri paesi europei, e ulteriori 2.400 posti potrebbero essere creati in nei nuovi hub europei”. Le imprese britanniche devono in ogni caso “preparare un piano per un’uscita no deal” nel caso i negoziati andassero male, conclude Maloney.

E ora il Regno Unito “salpa verso l’ignoto”

Commenta severo invece l’Economist, in uscita con una duplice copertina: una dedicata al coronavirus, una alla Brexit. “Boris Johnson avrebbe potuto ottenere le stesse agevolazioni senza lasciare l’Ue”, lamenta il magazine che mai è stato tenero con l’Europa. Tuttavia il recesso è avvenuto, e il Regno Unito deve “ricalibrare la sua economia” e ridefinire le sue priorità. L’Economist parla esplicitamente di reset, evento avvenuto solo nel 1945 con la fine della seconda guerra mondiale e nel 1979 con l’avvento della Thatcher. Questa volta però “manca la progettualità”. E il Regno Unito “salpa verso l’ignoto”.

Quentin Fitzsimmons, gestore obbligazionario, T. Rowe Price, afferma che “la sfida che ora il Regno Unito deve affrontare è quella di trovare un equilibrio nelle trattative commerciali con l’Unione Europea”. Ottimizzando allo stesso tempo “i benefici che spera di ottenere su altri fronti grazie a nuovi accordi commerciali, in particolare con gli Usa”. Il tutto però si risolve in una prospettiva di incertezza per il lungo periodo, che “non piace agli investitori”.

Brexit, fine di una storia

Parola fine dunque sulla Brexit. Il 29 gennaio 2020, con 621 voti favorevoli, 49 contrari e 13 astensioni il Parlamento europeo in sessione plenaria a Bruxelles ha ratificato l’accordo sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, prevista per venerdì 31 gennaio 2020. La procedura formale di uscita è ormai terminata: il Consiglio europeo dei 27 Stati membri, con un documento scritto del 30 gennaio 2020, ha infatti ufficializzato la conclusione dell’accordo. L’intesa entrerà in vigore alla mezzanotte del 31 gennaio. Da quel momento il Regno Unito non sarà più uno Stato membro dell’Ue, essendo considerato un paese terzo. Dal punto di vista doganale e commerciale però, per il momento, nulla cambierà fino al 31 dicembre 2020.

Secondo quanto si legge nella nota ufficiale dell’Ue, l’accordo di recesso dovrebbe garantire un’uscita ordinata dell’Uk dall’Unione. Essa riguarda i diritti dei cittadini, la liquidazione finanziaria, il periodo di transizione, i protocolli su Irlanda e Irlanda del Nord, Cipro e Gibilterra, la governance e “altre questioni”.

La Boe sta a guardare

Intanto, nella sua prima riunione dell’anno (l’ultima per il governatore Mark Carney, poi gli succederà Andrew Bailey) la Bank of England ha mantenuto invariati i tassi allo 0,75%. Robert Sierra di Fitch Ratings lo aveva previsto, nonostante “l’incertezza legata alla Brexit e i deboli investimenti delle imprese”.

La decisione della BoE di non tagliare i tassi sa di attendismo: la Banca centrale d’Inghilterra infatti prevede esplicitamente frizioni commerciali fra Uk e Ue, oltre che un brusco rallentamento dell’economia del Regno Unito. Secondo la Boe, le future trattative commerciali con l’Unione saranno “elaborate” e “ricche di occasioni di frizione” per gli anni a venire. Questa decisione lascia ai funzionari della politica monetaria un certo margine di manovra per il futuro. Dello stesso avviso è Silvia Dell’Angelo, senior economist, Hermes Investment Management, secondo cui la Boe sta “risparmiando le limitate munizioni che ha a disposizione per una fase in cui potrebbero rivelarsi più utili, anche a seconda di come procederanno i negoziati con l’Ue”.

I funzionari hanno avvertito che si attendono un anno di crescita debole. Dall’1,3% del 2019 si dovrebbe passare allo 0,8% nel 2020. Si tratterebbe però solo di una pausa: nel 2021 infatti il Pil dovrebbe crescere dell’1,5%, mentre nel 2022 si dovrebbe raggiungere l’1,75%.

L’Europa guarda già oltre

Tempo di fine Brexit anche in casa Bei (Banca europea degli investimenti). È già avvenuta infatti la riallocazione dei capitali contando un membro Ue in meno. Dal 2010 al 2019 la Bei ha erogato 102 miliardi di nuova finanza per 277 miliardi di progetti realizzati (di cui 41 miliardi alle Pmi italiane). Ha illustrato i dati Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei, nel corso della conferenza stampa che ha tracciato il bilancio 2019 e le prospettive per il 2020.

Teresa Scarale
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