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L'Europa della concorrenza dà una lezione a Giove

11 Dicembre 2018 · Contributor, Fabrizio Galimberti · 5 min

A dispetto della loro tradizione ultrasecolare rispetto all’Europa in fatto di tutela della concorrenza, gli Stati Uniti stanno perdendo terreno nei confronti del “Vecchio” Continente

Che Europa possa un giorno sopraffare Giove? Il mito della giovinetta che diede il nome al nostro continente racconta del ‘numero 1’ degli dei che rapì la fanciulla e le fece cose innominabili sotto un platano verde. L’Europa (continente) oggi ha molti motivi di doglianze nei confronti di un ‘numero 1’ (l’America) che, sotto Trump, agisce da Paese egemone e intollerante. Ma, sotto la corteccia della storia – almeno di quella economica – si muovono correnti profonde che stanno scalzando alcuni tradizionali primati americani in favore del Vecchio continente . ‘Vecchio’? L’appellativo era spesso usato in senso peggiorativo: non saggio e rispettabile, ma sclerotico e intorpidito.

Usa vs Europa: vince l’Europa

Ma ora, un recentissimo studio del Nber («How Ee markets became more competitive than Us markets: a study of institutional drift», di Germán Gutiérrez e Thomas Philippon – Working Paper 24700) giunge a una sorprendente conclusione: l’Europa è più competitiva (nel senso di ‘concorrenziale’) dell’America. Cioè a dire, c’è più concorrenza nel sistema economico dell’Unione europea che in quello degli Stati Uniti.

Sia le analisi che gli aneddoti già puntavano il dito verso un malessere concorrenziale dell’America. Cresceva la concentrazione, e non solo nell’high tech; e gli alti profitti rivelavano che c’erano delle rendite di posizione crescenti. Il merito di questo studio sta nell’aver comparato indici di concentrazione e quote di profitto sulle due sponde dell’Atlantico, con gli accorgimenti necessari per fare confronti significativi, così da astrarre dalle diversità nella composizione settoriale e permettere di considerare le presenze produttive e le quote di mercato in Europa a livello di intera Ue, condizione essenziale per valutare la concentrazione.

L’indice di Herfindahl

Herfindahl, chi era costui? Avrebbe detto don Abbondio. Se il buon parroco fosse stato un cultore della triste scienza, avrebbe riconosciuto il creatore dell’indice di Herfindahl, una misura della concentrazione, che si calcola elevando al quadrato le quote di mercato di ogni impresa in un dato settore, e sommando i risultati. Il grafico mostra come questo indice sia andato crescendo nel tempo in America, mentre in Europa i dati più recenti lo vedono più basso rispetto all’inizio del secolo. E lo stesso si dica per le quote di profitto: una quota crescente non è, come si potrebbe credere, indice di prodezze produttive, ma piuttosto di extra-profitti guadagnati approfittando di indebiti poteri di mercato. Quali sono le ragioni di questi andamenti divergenti?

Prima di tutto ricordiamo perché una maggiore concentrazione non è cosa ‘buona e giusta, equa e salutare’. La salute di un sistema economico si nutre di concorrenza, quella mano invisibile che livella i profitti e assicura che il famoso fornaio di Adam Smith venda il miglior pane al miglior prezzo. Ma Adam Smith non era il cieco fautore delle forze di mercato di cui molti lo accusano. Conosceva i suoi polli, tanto che, dopo aver esaltato i vantaggi della mano invisibile, aggiunse: «Quelli che fanno lo stesso mestiere di rado si incontrano, foss’anche per divertirsi, ma se si trovano assieme la conversazione volge sempre in una cospirazione contro il pubblico o in qualche modo di alzare i prezzi».

Un bene comune

Insomma, la concorrenza è un bene pubblico da proteggere contro coloro che vogliono avere più potere di mercato, alzando le barriere di ingresso o indulgendo ad altri comportamenti anti-concorrenziali. E la nozione di concorrenza come bene pubblico è confermata da un’altra conquista della governance pubblica nelle società moderne, cioè la creazione di agenzie indipendenti antitrust. Di queste agenzie l’America fu pioniere, come sa chi ricorda le gesta del governo americano nella legislazione antitrust (a cominciare dallo Sherman Act del 1890 e dal Clayton Act del 1914, con i mezzo la sentenza della Corte Suprema del 1911, che definì la Standard Oil come un monopolio illegale).

Ma ultimamente le agenzie antitrust americane hanno perso di smalto. Basta chiedersi perché le grosse multe comminate a società americane per comportamenti anti-concorrenziali sono venute dall’Antitrust europeo e non da quello Usa. Si chiedono gli autori: “Davvero l’Europa crede in Milton Friedman più che l’America?”. E la risposta è: stando ai risultati (più concentrazione e più profitti in Usa), ‘Sì’. Le agenzie europee godono di maggior indipendenza dall’esecutivo rispetto a quelle americane. E la maggior concentrazione nell’economia americana non è concentrata nell’High tech e nei social media (con i collegati ‘network effects’). Gli Herfindahl sono più alti che in Europa un po’ in tutti i settori, dalle telecomunicazioni (dove i prezzi della banda larga sono ben più elevati rispetto all’Europa o al Giappone) alle linee aeree. Insomma, Europa si può vantare di aver dato una lezione a Giove…

 

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Contributor , Fabrizio Galimberti
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