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Italia, l’economia reale oltre lo storytelling

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Fabrizio Fornezza
Fabrizio Fornezza

20 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Il tessuto imprenditoriale italiano è ricco di opportunità interessanti, come si legge nei numeri dell’ultimo rapporto di Cerved. Gli investitori hanno voglia di concretezza, di una finanza agganciata ai successi d’impresa. Ecco perché le Pmi meritano di essere prese in esame individualmente

I tassi zero sono qui per restare. Almeno per i prossimi anni. La ricerca di attività finanziarie che producano abbastanza valore da appassionare gli investitori si fa affannosa.

Il legame fra mercati ed economia reale sembra avere ancora spazi di efficientamento. Per definizione, i mercati azionari (ed il debito corporate) sono economia reale, ma l’ampia platea rappresentata dalla pmi non sembra ancora completamente rappresentata dai mercati. Soprattutto in Italia. Questo lascia aperto molto spazio per mettere in connessione la fame di qualità e valore degli investitori e le strategie di espansione del mondo delle piccole e medie imprese, non solo in Italia. Lo spazio verrà riempito da più direzioni: investendo nelle aziende e nei listini pmi che sono in passato rimasti più in ombra rispetto ai fratelli maggiori (anche solo per capienza verso i grandi fondi), investendo in aziende pmi in fase di crescita, anche nella prospettiva di quotazione (le varie forme di private equity e club deal), fino alle startup, attraverso gli strumenti del venture capital. Senza dimenticare tutte le linee parallele al classico investimento sulle imprese: le infrastrutture, i temi della “riconversione Esg” (evirnoment, social, governance) dei sistemi di impresa, l’impact investing e così via. Va ricordato che l’investitore, soprattutto quello del private banking, già investe nell’economia reale. Sei investitori del private banking su 10 sono imprenditori o professionisti, dunque soggetti di impresa. La loro attività professionale è economia reale in diretta. Per cui quello che stiamo suggerendo loro è di investire sui loro simili, su altri imprenditori, su altre imprese di famiglia (che sono dominanti nel mondo delle pmi, almeno sette su 10 e non meno di cinque su 10 tra quelle di dimensioni maggiori, oltre i 50 milioni di fatturato).

La possibile ripartenza dei piani individuali di risparmio potrebbe rappresentare – assieme alle prospettive delle soluzioni eltif – un’ottima opportunità, a patto però che l’economia reale faccia la sua parte.

Ovvero che da parte del mondo delle pmi si sviluppi un movimento favorevole alla quotazione sui mercati e alla partecipazione di investitori alla proprietà e alla conduzione delle imprese. Sappiamo bene che le imprese e i capiazienda sono spesso gelosi della propria autonomia e poco orientati ad accettare mediazioni e accordi per rinforzarsi e ingrandirsi. Ma come stanno queste pmi? Quante sono in grado di rappresentare una solida realtà di valore per il paese e per gli investitori? A questa domanda ci risponde l’interessante Osservatorio di Cerved (Cerved pmi, novembre 2019).

Intanto le pmi sono in ripresa numerica e sono tornate a crescere di numero dopo la crisi; i loro tassi di crescita numerica non sono elevati, ma di certo ben superiori a quello del pil italiano. Ma anche sul versante qualitativo i miglioramenti sono importanti. Gli score che Cerved assegna ai bilanci delle pmi sono in miglioramento strutturale: la quota di piccole e medie imprese con un bilancio ‘solido’ ha raggiunto un massimo nel 2017 (56,5%, rispetto al 39,4% nel 2012).

Quella di pmi con un bilancio ‘rischioso’, un minimo al 12,1% (dal 22,7% nel 2012). È vero che nel corso del 2019 – lo riconosce la stessa Cerved – c’è stata qualche flessione su queste belle traiettorie, ma il processo di consolidamento non si è invertito. Un consolidamento che ha tenuto gli indici di redditività del mondo pmi su buoni livelli negli ultimi anni. Ma non è solo la capacità di produrre valore. Va sottolineata anche la capacità di smarcarsi, in una certa misura, dallo storico credito bancario a breve.

In una ricerca Eumetra di un paio di anni fa su capiazienda e cfo di pmi emergeva chiaramente la voglia di “poterne fare a meno”, che voleva dire attrezzarsi con altre fonti di capitale, a partire dall’autofinanziamento. Il tutto per proteggersi dalla temuta e improvvisa richiesta di rientro dalle linee di credito. Quella telefonata che ha accorciato la vita di diverse imprese, ai tempi feroci della crisi finanziaria. Non erano – evidentemente – solo risposte a una gentile domanda telefonica, qui di fianco è evidente che la corsa a capitalizzarsi e rinforzarsi per non essere dipendente “solo” dal credito a breve è stata una strategia perseguita con determinazione. Certo, il mondo delle pmi non è fatto di sole rose, ci sono anche le spine.

Le spine dell’internazionalizzazione in questi tempi di dazi e guerre commerciali, ad esempio. Ma a guardare meglio in casa nostra anche un tema tutto nostro dei pagamenti, della loro tempistica e regolarità. Se fossimo in grado di allineare i pagamenti alle medie europee supportando le aziende più corrette, questo piccolo dettaglio – lo sostiene anche Cerved – darebbe un ulteriore contributo alla creazione di valore da parte delle pmi. In sintesi, l’economia reale può essere presentata con il classico storytelling finanziario.

Ma le imprese che formano questa economia reale, le pmi in questo caso, non sono astrazioni finanziarie. Meritano di essere raccontate e approfondite, singolarmente o quasi. Non è una opzione, è una necessità. Oggi, gli investitori sembrano aver voglia di concretezza, di investire in storie d’impresa che prendono vita. Malgrado i buoni risultati degli ultimi 12 mesi, la classica offerta finanziaria, i mercati e gli indici, i prodotti finanziari con i loro nomi spesso poco comprensibili, sembrano ingaggiare gli investitori meno di un tempo.

L’economia reale è anche una splendida opportunità per tornare a parlare di una finanza reale, agganciata ai successi di impresa, alle crescite di sostanza, al racconto di storie concrete di imprenditori che credono e investono, loro per primi, sulla propria creatura. Non è solo un problema di comunicazione, è un cambio di prospettiva: di economia reale bisogna parlare in modo reale: cambia la presentazione, la promessa, la rendicontazione, cambia la valutazione delle opportunità e il ruolo della variabile tempo. Anche perché un’impresa con un cuore e un’anima, se ben selezionata e guidata, darà agli investitori soddisfazioni non limitate al semplice rendimento nel tempo.

Fabrizio Fornezza
Fabrizio Fornezza
Sociologo, imprenditore, ricercatore sociale e di mercato. Laureato in Scienze Politiche e Sociali all’Università di Milano, dal 2015 è presidente di Eumetra Monterosa, l’istituto italiano di ricerca sui temi del mutamento sociale e dell’innovazione.
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