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L’economia mondiale e la corsa di Wile E. Coyote

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Contributor, Fabrizio Galimberti

16 Ottobre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Il contesto geopolitico ed economico minaccia una ripresa che – anche se meno vivace di qualche anno fa – sta portando l’economia Usa verso nuovi record. Cosa possiamo aspettarci? Forse un effetto Wile E. Coyote

Come se non bastassero le tensioni commerciali fra Usa e Cina, la tragicommedia della Brexit, l’attacco alle installazioni petrolifere saudite, l’instabilità politica in Israele e in Spagna, la situazione prefallimentare dell’Argentina, adesso ci si mette anche il ‘flash flood’ – o, per meglio dire, la siccità flash – della liquidità americana che ha costretto al Fed a intervenire a più riprese per riportare sotto controllo i tassi a breve.

Ma se quest’ultimo inciampo è solo un problema tecnico, gli altri sopra elencati sono delle vere spade di Damocle: minacciano una ripresa che, se pur meno vivace di prima, sta portando l’economia americana oltre il record della più longeva espansione. Fra questi fattori di tensione non c’è più il ‘caso Italia’. Nel discorso (molto bello) del presidente della Fed Jerome Powell a Jackson Hole la “dissoluzione del governo italiano” ebbe il dubbio onore di essere citata, accanto alla guerra dei dazi e alla Brexit, come un fattore di rischio per l’economia mondiale.

Ora il governo italiano si è ricomposto ma gli altri problemi restano. Si potrebbe pensare che questa longeva espansione sia minacciata solo dalle solite tensioni geopolitiche, ma non è così: ci sono anche linee di faglia interne all’economia americana, alcune reali e altre finanziarie. Le prime stanno – e lo si vede dagli investimenti – nella subitanea debolezza che è seguita all’impennata da tagli alle tasse sulle società. Questo stimolo fiscale è durato lo spazio di due trimestri, seguito poi da una caduta. L’esaurirsi dei tagli alle tasse lascerà la lunga ripresa senza ulteriori stimoli.

Un anno fa l’ex presidente della Fed, Ben Bernanke, disse che l’economia americana nel 2020, cessato l’effetto-droga delle riduzioni fiscali di Trump, avrebbe conosciuto un ‘effetto Wile. E. Coyote’. Il riferimento, per chi non sia versato nei cartoni animati delle ‘Looney Tunes’, è all’eponimo personaggio che, sempre all’inseguimento di un simpatico uccello senz’ali (Road Runner), si ritrova ogni tanto a passare l’orlo di un precipizio; sembra per qualche istante sospeso nel vuoto, finché, accorgendosi che non ha niente sotto i piedi, precipita.

La linea di faglia finanziaria sta invece nelle quotazioni di Wall Street. Ai livelli attuali Wall Street è ancora sopravvalutata. Lo dice sia l’indice Shiller del rapporto prezzi/utili calcolato su dieci anni, che è, ai prezzi attuali, molto al di sopra della media storica, sia un rapporto analogo, illustrato in un grafico che, debitamente aggiornato, era già stato usato un anno fa su queste colonne.

Il grafico correla, andando indietro nel tempo, l’andamento dei profitti societari e i prezzi di Borsa. I due fatti e i due concetti dovrebbero essere quasi sinonimi, dato che in fondo i prezzi di Borsa non sono altro che una rappresentazione stenografica dei profitti delle imprese, scontati di qui all’eternità. Profitti futuri, è vero, che tuttavia, in un mondo senza palle di cristallo, vengono approssimati da quelli presenti.

I profitti (al netto delle imposte) considerati sono quelli di contabilità nazionale, nella definizione che include anche gli utili fatti all’estero da società americane (ed è da ricordare che questi utili sono una cospicua fetta dei profitti complessivi delle società quotate). I profitti sono rappresentati sia al lordo che al netto di due aggiustamenti necessari per riportare ammortamenti e variazione di scorte dal costo storico al costo di sostituzione.

Questi profitti riguardano tutto l’universo societario – imprese quotate e non quotate – mentre i prezzi di Borsa riguardano, per definizione, solo le quotate. Tuttavia, un indice comprensivo come il Wilshire 5000 (che, malgrado il nome, comprende circa 6700 società) può considerarsi rappresentativo dell’universo societario.

Ebbene, se facciamo 100, sia per i profitti (netti di imposta) che per i prezzi di Borsa, rispetto al terzo trimestre del 1995 (un anno prima che Alan Greenspan pronunciasse, il 5 dicembre 1996, il famoso discorso sulla “esuberanza irrazionale” della Borsa americana) i livelli delle quotazioni oggi sono nettamente superiori (del 30-35%) a quanto sarebbe giustificato dall’andamento dei profitti.

Ma forse ‘questa volta sarà diverso”: l’eterno ritornello che ritorna ogni volta che si vuole ignorare un’antipatica evidenza. Forse le incertezze iniettate nell’economia internazionale dall’erratica politica commerciale di Trump saranno compensate da una stagione di investimenti infrastrutturali, pubblici e privati, incoraggiati da tassi a lunga negatIvi e da iniziative come la nuova Via della Seta. Forse talvolta la storia prende vie diverse da quelle segnate dall’esperienza del passato. In ogni caso, auguri.

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Contributor , Fabrizio Galimberti
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