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Crescita globale in rallentamento, la view di Amundi

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Redazione We Wealth
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19 Aprile 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Secondo il Fondo Monetario Internazionale la crescita globale nel 2019 sarà del  3,3%

  • La Banca Centrale Europea ha ribadito che i tassi di interesse rimarranno invariati almeno fino a fine anno

Chi va piano va sano e va lontano? Secondo Giordano Beani, head of Multi-Asset Fund Solutions Italy di Amundi Sgr, imercati non sono spaventati dalle recenti dichiarazioni di Fmi e Bce

 

L’Fmi ha ridotto le stime della crescita globale per l’anno in corso dal 3,7% al 3,3% e a margine della riunione del Consiglio Direttivo della Bce di mercoledì 10, il Presidente Draghi ha ribadito che i tassi rimarranno invariati almeno fino a fine anno a causa dei numerosi rischi ancora presenti per la crescita in Area Euro: geopolitica, protezionismo, vulnerabilità di alcuni mercati emergenti. A poco è valsa la pubblicazione della produzione industriale in Italia e Francia per il mese di febbraio che inaspettatamente ha mostrato per entrambi i Paesi una variazione positiva e nell’intera Area Euro una contrazione inferiore al previsto. L’atmosfera di cautela nell’Eurozona è stata poi ulteriormente alimentata dalle minacce di Donald Trump di imporre tariffe doganali su 11 miliardi di beni come ritorsione per i sussidi dell’Unione Europea al produttore di velivoli Airbus. Quanto ai rischi geopolitici rimane ancora assai ingarbugliata la vicenda Brexit. Al termine di un vertice di urgenza dei governi dell’Unione Europea, al Regno Unito è stata concessa una dilazione della data di possibile uscita fino al 31 ottobre. Il Regno Unito potrà comunque anticipare l’uscita qualora Theresa May riuscisse ad ottenere l’approvazione del deal da parte del Parlamento, che peraltro lo ha già respinto tre volte. Tutti gli scenari restano aperti a questo punto incluse possibili nuove elezioni politiche, un secondo referendum, la revoca dell’art. 50. Di sicuro v’è che questa incertezza non aiuta il “sentiment” né per l’economia della Regina, né per quelle dei 27.

Mercato azionario

Nonostante le revisioni al ribasso delle stime sulla crescita mondiale da parte dell’Fmi, il peggioramento del deficit italiano, il rincaro del prezzo del petrolio mentre si sono riaccese le ostilità in Libia, l’ennesima proroga alla Brexit e le minacce di Trump sui dazi, questa volta nel settore aerospaziale, questa settimana i mercati azionari sono saliti benché frazionalmente (Msci World +0,5%).

I listini azionari sono saliti a partire da gennaio e, a eccezione del Giappone, sono ritornati più o meno sui livelli di settembre. Il rally è stato favorito dal tono di gran lunga più accomodante delle banche centrali e dal rilassamento iniziale delle tensioni tra Stati Uniti e Cina, ed è stato accompagnato da un brusco rerating dei multipli. Il rally, per proseguire, avrà però bisogno di altre argomentazioni.

Obbligazioni governative

I rendimenti dei Treasury decennali Usa e dei bund decennali tedeschi sono saliti di alcuni punti base, e le rispettive curve si sono appiattite.  Lo spread tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi è rimasto invariato, mentre il rendimento dei titoli di Stato decennali britannici è rimasto complessivamente invariato.

In occasione della riunione di aprile della Bce, il presidente Draghi ha inviato un messaggio prudente, non escludendo la possibilità di un ulteriore allentamento della politica monetaria se le condizioni macroeconomiche non miglioreranno nei prossimi mesi. Questi due fattori hanno contribuito a esercitare una pressione ribassista sui rendimenti dei titoli di Stato.

Obbligazioni corporate

Gli spread delle obbligazioni societarie sono rimasti nel complesso stabili nel corso della settimana, in un contesto di mercato primario piuttosto attivo e dove non sono giunte notizie di rilievo né dalla riunione della Bce, né dagli ultimi verbali del Fomc.

Dal confronto tra i fattori che guidano il mercato del credito Usa e quello europeo escono vincitrici le obbligazioni denominate in euro che beneficiano di valutazioni prossime al valore equo, di un indebitamento minore e di fattori tecnici più forti in un contesto caratterizzato da una caccia più serrata al rendimento.

Tassi di cambio

Nel corso della settimana il dollaro si è leggermente svalutato nei confronti dell’euro. La corona norvegese è stata una delle valute che ha messo a segno la miglior performance rispetto al biglietto verde. L’inflazione è stata superiore alle attese e quindi è aumentato il rischio di una stretta monetaria da parte della banca centrale norvegese. Tra le valute dei mercati emergenti, il peso messicano si è apprezzato nei confronti del dollaro Usa, ma la volatilità rimane piuttosto alta e strettamente legata alla retorica sul commercio.

Il nostro scenario di base di una stabilizzazione della crescita mondiale implica un euro più forte, sempre che non si concretizzino i timori di una recessione negli Stati Uniti. A breve termine il biglietto verde rimarrà favorito rispetto all’euro e perderà un po’ di slancio solo a partire dal terzo trimestre 2019, quando verranno meno alcuni dei fattori temporanei che sostengono il dollaro Usa. Riteniamo che le valute dei mercati emergenti possano ancora rivalutarsi sul dollaro nel corso del 2019, ma sarà cruciale rimanere selettivi.

Redazione We Wealth
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