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Cina-Usa, la nuova guerra fredda che divampa sotto l’emergenza

Cina-Usa, la nuova guerra fredda che divampa sotto l’emergenza

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Alberto Negri
Alberto Negri

04 Maggio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Rivalità economiche. Ambizioni geopolitiche. Nuove rotte per le catene di approvvigionamento globale. Così il conflitto latente tra le due superpotenze rischia di aggravarsi ai tempi del coronavirus. Articolo tratto dal numero di maggio del magazine We Wealth

Due narrative si incrociano in queste settimane: da una parte ci descrivono gli Stati Uniti come una superpotenza malata, dall’altra parlano di una Cina pronta a prendere il suo posto. Il sospetto è che in queste due versioni ci siano più gli echi del passato – dell’antico scontro tra Est e Ovest – che il futuro. Come avrebbe detto Gramsci la crisi “è quel momento in cui il vecchio muore ed il nuovo stenta a nascere”. E Pechino potrebbe non avere nessuna voglia di sostituire gli Usa come potenza egemone ma impelagata da due decenni in conflitti senza fine, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia.

La guerra commerciale Usa-Cina cominciata tre anni fa è diventata una nuova guerra fredda, esplosa in pieno con il formidabile impatto del coronavirus. Che cosa accade, di chi fidarsi e da che parte stiamo? Una cosa è certa: si stanno regolando i conti della globalizzazione.

Che la Cina sia stata poco trasparente sulla vicenda che ha dato origine alla pandemia non ci sono dubbi. Ma finora non ci sono ancora prove di un errore di laboratorio a Wuhan e la situazione è troppo seria per affidarsi a sospetti e affermazioni eclatanti. Ma se le smentite cinesi non convincono, sul fronte opposto Trump, in vista della campagna elettorale, deve trovare dei capri espiatori per giustificare i propri errori: demonizzare Pechino gli può tornare utile.

Del resto c’erano già tutte le premesse della guerra fredda nella battaglia sui dazi e in quella tecnologica scatenata dagli Usa contro il colosso cinese Huawei.
Che la partita sia grossa lo dice anche il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian in un’intervista a Le Monde che risponde sulla possibilità che Pechino possa prendere il posto degli Stati Uniti: “Il mondo sta cambiando: credo che somiglierà molto a quello di prima, ma in peggio”.

Vediamo qualche dato concreto. La nuova guerra fredda differisce sostanzialmente sul piano economico da quella con l’Urss. Lo sviluppo dell’Unione Sovietica è sempre stato inferiore a quello dell’America: nel 1990 la produzione industriale di Mosca sulla produzione mondiale era del 12,9%, quella degli Usa del 20 per cento; per non parlare del Pil, quello dell’Urss era meno della metà di quello americano. Oggi Usa e Cina assommano quasi in parti uguali il 40 per cento dell’economia mondiale.

Ma chi è il più forte? In base agli indicatori convenzionali – spiega l’analista Jacob Shapiro su Limes – gli Usa sono ancora molto più forti di Pechino, come potenza militare, taglia economica, tecnologia, influenza politica e culturale. Ma la pandemia ha messo in luce alcune debolezze dell’America. La Cina oggi può produrre molto di più degli Stati Uniti. Nonostante la loro forza gli Usa dipendono in molti campi industriali dalla Cina, benché sia iniziato il “decoupling”, la rilocalizzazione delle società americane, come per esempio la produzione dei prossimi iPhone in India.

È interessante, al di là delle teorie complottiste, vedere cosa è accaduto in concreto con l’esplosione dell’epidemia. Prima della pandemia la Cina produceva metà dei respiratori e delle mascherine chirurgiche a livello mondiale. A gennaio ha smesso di esportali e ha cominciato a rastrellare sul mercato questi prodotti. A inizio marzo il fabbricante canadese di mascherine Medicon Group ha segnalato che Pechino stava dirottando le forniture di materie prime alle proprie aziende per presidi sanitari da utilizzare sul mercato nazionale. Certo non è stata soltanto la Cina a farlo ma se a livello mondiale c’è ancora scarsità di importanti dispositivi sanitari di protezione questo accade perché Pechino domina la filiera produttiva.

La Cina è stata anche abile a sfruttare la situazione per proiettare all’esterno un’immagine di Paese amichevole, donando mascherine e tamponi in Asia in Africa, inviando squadre di medici in Italia, in Spagna e in generale in Europa. “Forza Matador”, c’era scritto su un treno cinese che ha portato presidi sanitari a Madrid.

Sappiamo bene quanto conti la Cina in Africa: è il maggiore investitore e anche il più importante creditore: dal 2000 ha prestato oltre 140 miliardi di dollari. E anche se ha aderito all’iniziativa del G-20 di sospendere fino alla fine dell’anno i debiti dei Paesi più poveri, la Cina tiene per il guinzaglio diversi Paesi come l’Etiopia, il Congo o il Cameron. L’anno scorso Pechino ha cancellato un debito dei camerunesi che in cambio hanno ritirato il loro candidato alla direzione della Fao per far largo a quello cinese. La Cina, a differenza di Trump, che ha punito l’Oms, tiene molto alle organizzazioni multilaterali internazionali come veicolo di influenza politica.

Anche in America Latina, nel cortile di casa degli Stati Uniti, dove Trump ha lasciato vuoti abissali alienandosi partner storici, i cinesi sono diventati i maggiori partner commerciali di Brasile, Cile, Perù e Urugay.

La campagna di aiuti cinesi all’estero per la pandemia ha avuto successo perché sostenuta da un fondo di verità: oggi il mondo dipende dalla Cina, che lo si voglia o meno. Tra marzo e aprile, a parte i doni ai Paesi in difficoltà, la Cina ha esportato, a prezzi di mercato, 1,5 miliardi di dollari di presidi sanitari. E non c’è soltanto questo: le imprese statali cinesi a breve potrebbero partire con una campagna di acquisizioni di imprese europee con lo sconto.

Il vero obiettivo cinese però non è solo il commercio e l’industria: è la finanza. Il dollaro rimane il re delle valute, rappresenta due terzi delle riserve valutarie mondiali e delle emissioni sui mercati. E nonostante la Cina sia la seconda economia mondiale in questo è assai distante dagli Usa. Questa crisi però potrebbe dare slancio alle emissioni di bond in yuan anche se Pechino dovrà superare diversi ostacoli interni ed esterni affinché la sua diventi una moneta rifugio.

Ma come nella vecchia guerra fredda c’è un dato da non trascurare. Il sistema cinese non intende conformarsi al modello politico occidentale, come apertamente detto dal presidente Xi Jinping, e attua uno ferreo controllo sulla popolazione. Il Partito comunista, con le società hi-tech che dipendono strettamente dallo stato, sta creando un gigantesco data base nazionale nel quale ogni cittadino e ogni azienda avranno un “punteggio sociale” determinato dal proprio comportamento in termini di affidabilità economica (pagamento di multe, restituzioni di prestiti) penale, amministrativa. Viene persino segnalato come si suona il clacson e si fa la raccolta differenziata. Se una persona sarà affidabile avrà dei vantaggi, altrimenti vedrà sbarrate alcune prerogative, come quella di non poter viaggiare liberamente dentro e fuori dal paese. Il Grande Fratello cinese non ha solo in mano il termometro per misurare la febbre da virus, ma anche il registro dei buoni e dei cattivi.

Alberto Negri
Alberto Negri
È stato inviato speciale e corrispondente di guerra del Sole 24 Ore negli ultimi 30 anni per le zone Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e i Balcani. Nel 2009 ha vinto il premio giornalistico Maria Grazia Cutuli, nel 2015 il premio Colombe per la pace. nel 2016 il premio Guidarello Guidarelli e nel 2017 il premio Capalbio saggistica per il libro "Il Musulmano Errante". Oggi è Senior Advisor dell’ISPI, Istituto degli Studi di Politica Internazionale.
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