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Websoft e tasse: verso un nuovo sistema fiscale

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Aldo Bisioli
Aldo Bisioli

26 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Cosa fare nei confronti dei giganti websoft? Individuare un nuovo nesso territoriale tra produzione della ricchezza e relativa tassazione o garantire un livello di tassazione minimo e generalizzato delle multinazionali in tutti i paesi?

I quotidiani italiani riportano sempre più frequentemente notizie circa progetti di riforma dell’imposizione personale, con qualche contributo (sopra a tutti, quello del Prof. Zizzo) che ci ricorda come il sistema si sia abbondantemente allontanato dal modello di progressività (più guadagni e più contribuisci alle spese pubbliche) per sposare quello (elettoralmente più profittevole) della tassazione forfettaria (più guadagni da fonti reddituali diverse dal lavoro – ad esempio i redditi di capitale – e meno contribuisci alle spese pubbliche).

Ma al di fuori dei confini domestici qualcosa di più esteso e, probabilmente, più pervasivo si sta muovendo da svariati mesi.

Si tratta dello scontro tra i giganti “websoft” (così li chiama Mediobanca le aziende web e software, che nel novembre 2019 ha pubblicato un apposito studio al riguardo) o – volendo trasporre il tutto su di un piano geopolitico – tra gli Stati Uniti (14 dei 25 giganti complessivamente censiti hanno sede oltreoceano, e precisamente tutti, a eccezione di Microsoft, nel Delaware) e l’Europa (che ne conta solo due; per la cronaca, la Cina ne conta sette, tutti con sede nelle caraibiche Isole Cayman).

In soldoni, e con un pizzico di provocazione, si può osservare come lo scontro sia tra chi detiene (oltre a un proprio mercato) anche il “prodotto” (le piattaforme informatiche) e chi detiene (solo) un “mercato” (il proprio paese), fatto di consumatori che, oltre ad assorbire pubblicità “digitale” (ormai importante tanto quanto quella “analogica”), alimentano gratuitamente l’immenso bacino dei dati personali, divenuto ormai la miniera d’oro del nuovo millennio.

Qualche Golia ha già armato la propria fionda: si tratta, prima in ordine di tempo, della Francia, che ha deciso di imporre una tassa (“Digital service tax”) del 3% sui ricavi (conseguiti in Francia) da questi giganti (tassa ribattezzata “Gafa tax”, dove Gafa sta per Google, Amazon, Facebook ed Apple).

Con spirito emulativo l’Italia ha fatto altrettanto (sempre con aliquota del 3%), pronta a ritirare il provvedimento non appena verrà raggiunto un accordo internazionale al riguardo.

Mentre l’amministrazione Trump minaccia ritorsioni (dazi) nei confronti dei paesi in questione (in buona sostanza, su champagne e parmigiano), detto accordo stenta a decollare, proprio per l’opposizione degli Stati Uniti.

Al di là delle schermaglie politiche, il problema tuttavia resta: le immense ricchezze che vengono convogliate verso pochissime imprese non soggiacciono a tassazione (né in Europa, né negli Stati Uniti), se è vero, come rileva Mediobanca, che nel periodo 2014-2018 Microsoft, Google e Facebook hanno rispettivamente risparmiato imposte per 16,5, 11,6 e 6,3 miliardi di euro.

Il fatto è che ancora non è chiaro e condiviso, anche in termini di “politica fiscale”, se sia più corretto (o moderno) individuare un nuovo nesso territoriale tra produzione della ricchezza e relativa tassazione (in grado di intercettare le realtà dei giganti in questione, dove il valore economico è largamente generato dagli utenti), oppure garantire un livello di tassazione minimo e generalizzato delle imprese multinazionali in tutti i paesi, senza discriminare il tipo di business coinvolto (digitale o meno).

Il dato positivo, in un quadro così complesso, è che in tutti gli ambiti (singoli paesi, Unione Europea, Ocse, G20) vi è piena consapevolezza che occorre fare presto, perché il mondo è in accelerazione, e una decisione tardiva rischia di affrontare un problema che nel frattempo si è “geneticamente modificato”.

Aldo Bisioli
Aldo Bisioli
Laureato in Economia aziendale con il massimo dei voti presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, dal 1997 svolge l’attività presso lo studio Biscozzi Nobili, in qualità di socio dal 2003. È iscritto all’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Milano dal 1992. Revisore contabile dal 1999, ora Revisore Legale. Specializzato in fiscalità d’impresa.
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