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Sostenibilità: in arrivo le regole europee

08 Maggio 2019 · Riccardo Sabbatini · 5 min

Intervista a Mario Nava, direttore della DG Fisma della Commissione europea. “Abbiamo scelto il metodo della trasparenza, non quello dei premi e delle penalizzazioni”

L’Europa detta le regole sulla sostenibilità. Commissione, Consiglio e Parlamento europei stanno marciando a passo di carica per dotare il continente di una cornice normativa che dia certezze su ciò che si debba intendere per investimenti rispettosi del principi ESG (ambiente, sociale, governance) in una parola, appunto, sostenibili. É un universo di cui parlano tutti, che alimenta nel mondo investimenti colossali, pari a 31mila miliardi di dollari (14mila soltanto in Europa) secondo l’ultimo report GSIA, ma che finora è cresciuto su principi generali/generici formulati in questi anni soprattutto dalle Nazioni Unite e che ciascuno interpretava a suo modo. Nel futuro vi saranno maggiori certezze, almeno nel vecchio continente. Nelle scorse settimane è già stato trovato un accordo su due dei tre regolamenti in arrivo nella Ue, riguardanti le regole di trasparenza e condotta di intermediari e gestori in materia di sostenibilità, e sull’istituzione di due benchmark “verdi”. Non c’è ancora intesa, invece, sul terzo e decisivo regolamento sulla “tassonomia” cioè una vera e propria metrica che distinguerà, caso per caso, le attività considerate sostenibili da quelle che non lo sono. Mario Nava, direttore della DG Fisma (direzione generale della Stabilità Finanziaria, dei servizi finanziari e dell’Unione dei mercati dei capitali) non nasconde il suo ottimismo.

Mario Nava, direttore della DG Fisma Commissione Europea

“In tanti anni di attività a Bruxelles è la prima volta che vedo il processo legislativo svolgersi con una simile rapidità. Vorrei ricordare che soltanto lo scorso anno la Commissione europea ha licenziato le sue proposte iniziali. Anche per il terzo regolamento, quello sulla tassonomia, sono fiducioso di vedere la conclusione dell’iter entro la fine dell’anno”. È un’urgenza che viene anche dalle cose. “Gli scienziati ci dicono che abbiamo una finestra di dieci anni per intervenire ed evitare che il pianeta si surriscaldi di oltre 2 gradi centigradi, con conseguenze irreparabili”. E un’opinione pubblica sempre più allarmata e determinata chiede ai legislatori di fare presto.

Dott. Nava, iniziamo proprio da qui. È la prima volta che la richiesta di nuovi prodotti finanziari, e quindi di una cornice regolamentare adeguata, è guidata più dalla domanda degli investitori che dall’offerta dei provider e distributori. In che modo questa novità ha inciso sull’approccio scelto dai legislatori europei?

Proprio così. La scorsa settimana ero a Tokyo e tutti mi confermavano che c’è una domanda altissima. Se entra in banca e chiede Fondi sostenibili qualunque grande gestore è in grado di offrirli. Avevamo due . modi per regolamentare. Il primo è fare trasparenza che è la strada che finora abbiamo scelto e l’altro è quello di dare incentivi monetari o penalizzazioni, ma questo non è il modo che la Commissione ha proposto. Quando c’è una forte spinta della domanda il metodo della trasparenza funziona.

Parliamo del primo regolamento su cui c’è accordo, quello sui doveri degli intermediari e sull’advise da fornire agli investitori.

E’ un punto importante. É stato un accordo complicato raggiunto alle 5:00 della mattina che dimostra l’enorme interesse che tutti avevano per gli aspetti della disclosure e dell’advice. Quando lei fa un investimento il consulente finanziario è ora obbligato a dirle quale sarà l’impatto sulla sostenibilità di quel tipo di investimento, se positivo o negativo.

È auspicabile che tutto ciò riduca l’effetto dei greenwashing cioè il marketing finanziario che si alimenta da investimenti spacciati per sostenibili quando invece non lo sono?

É la conseguenza della situazione attuale. In assenza di una tassonomia l’investitore si deve fidare delle dichiarazioni del produttore e distributore. Mi spiego con un esempio. É come se, prima della legge sui Pir, prodotti simili fossero stati commercializzati al pubblico con la promessa di finanziare le Pmi. Poi è arrivata la legge a dire quali soglie devono essere indirizzate verso le piccole imprese perché il Pir assolva alle richieste del legislatore. Siamo un po’ in questa fase. Io però non vedo male questa sperimentazione in cui sul mercato si confrontano le più diverse proposte. E poi attenzione, con la tassonomia l’obiettivo è di dare ordine non di arrivare ad una rarefazione dell’offerta che raggiungerebbe il risultato opposto a quello che ci proponiamo.

Comunque lo si veda il regolamento sulla tassonomia rappresenterà la pietra angolare di questo nuovo schema normativo.

Certamente, questo l’abbiamo sempre detto. È un regolamento da cui ci aspettiamo una maggiore disciplina ma occorre subito aggiungere che sarà una lista non mandatory, una lista di attività sostenibili e non. Se gli investitori non si rifanno a quella classificazione non succede nulla, per ora. La proposta non prevede penalizzazioni, è abbastanza chiaro però che possono esservi incentivi di mercato. Per esempio due settimane fa le agenzie di rating ad Eurofi hanno detto chiaramente che loro stanno già classificando i settori in base ad un rating ambientale. E pertanto, per questa via, ci potrebbe essere un impatto indiretto sul costo del credito. Però direttamente, lo ripeto, la tassonomia non prevede premi o penalizzazioni.

Nel voto che ha sancito la posizione con cui il Parlamento entrerà nel trilogo è uscita una posizione un po’ rigida su ciò che è sostenibile o meno, con l’esclusione di combustibili fossili solidi, di quelli con alta percentuale di carbonio e di quelli che producono rifiuti non rinnovabili, ciò che ha portato alcuni osservatori ad includere anche l’energia nucleare nell’area delle “non sostenibili”.

E’ la posizione iniziale del Parlamento. È comprensibile che vi sia una certa rigidità, fa parte dei giochi. In 25 anni di carriera ho partecipato ad oltre 200 triloghi. Si inizia sempre su posizioni abbastanza ferme. In effetti, poi, sul fatto che il carbone non sia proprio sostenibile…. Tra i punti fondamentali contenuti nel documento del Parlamento vorrei sottolineare lo scopo geografico della regolamentazione che è tutto il mondo. Tutte le attività esercitate in tutto il mondo concorrono alla sostenibilità. E quello da l’idea della nostra visione globale che il Parlamento ha recepito e sostenuto.

Già però poi quelle regole dovrebbero essere rispettate da tutti. L’Europa si candida ancora una volta a svolgere un ruolo globale di regulator e a rappresentare un polo di attrazione. In tema di principi contabili gli indirizzi europei sono stati accolti, alla fine, della gran parte dei paesi. Accadrà così anche per la sostenibilità?

Le do tre numeri che a me sembrano significativi. L’Europa rappresenta il 7% della popolazione mondiale, produce il 22% del Pil mondiale con una quota dell’11% delle emissioni globali. Emettiamo la metà di quello che produciamo. Quindi siamo molto bravi ma non significa nulla se gli altri paesi non ci seguono. Per fortuna il nostro continente sta svolgendo un ruolo di leader. Ha la fortuna di essere partito due anni prima degli altri su questi temi ed ha un’opinione pubblica molto sensibile a queste problematiche. Abbiamo un dovere di leadership enorme.

Il terzo punto riguarda il regolamento che introduce due nuove classi di benchmark. Il primo per aziende già compliant con gli accordi di Parigi e l’altro per quelle che si pongono obiettivi misurabili di cambiamento.

Non si poteva fare in nessuna altra maniera. Adesso abbiamo un’economia che è carboned all’80-90 per cento. Vogliamo arrivare allo zero nel 2050 per cui il problema della transizione va posto e quando non lo si fa tutto diventa più complicato. Qui la transizione è assolutamente necessaria. Non sono in discussione gli obiettivi dell’accordo di Parigi. C’è un benchmark chiaro ma è un benchmark dinamico che permette a quelli che si stanno adattando di poterlo fare e verificare i progressi rispetto alla derivata e non rispetto all’obiettivo a regime.

Ma alla fine non si risolverà tutto in un nuovo aumento di norme per società quotate già molto regolamentate? Non si può lasciare uno spazio non effimero all’autoregolamentazione che spaventa di meno ed è più facile da gestire?

Fino al 31 dicembre 2017 valeva per tutti l’autodeterminazione. Poi dal primo gennaio dello scorso anno alcune norme sono state imposte per le poche listed con più di 500 addetti. È interessante notare che molte società, pur non essendo obbligate, redigono ugualmente il non financial reporting. Perché lo fanno? Si rendono conto che è un ottimo modo per spiegarsi al mercato diventando così un oggetto di investimento più attraente. Abbiamo lasciato per molto tempo le aziende libere di rappresentarsi. Quello che sta diventando molto chiaro è che molte di loro utilizzano i nuovi standard come uno strumento di gestione non come un box picking, cioè come un rapportino da scrivere, come un compito da presentare all’insegnante.

Le imminenti elezioni politiche europee potranno frenare questo processo normativo? C’è una deriva populista, sovranista che può inceppare tutto con la scusa degli interessi nazionali violati.

Chiunque vincerà le prossime elezioni che interesse potrebbe avere ad opporsi? Il tema della sostenibilità va al di là delle divisioni politiche.

Le pongo la stessa domanda in un altro modo: quali sono gli aspetti più problematici e i principali ostacoli da risolvere?

É probabile che la definizione di tassonomia si scontrerà contro alcune sensibilità nazionali su alcuni tipi di energia che sono diversi. Ad esempio l’energia nucleare in alcuni paesi è vista negativamente, in altri come la soluzione. Credo che, come sempre, la maniera di uscirne sarà quella di guardare alla differenza tra transizione e assetti a regime. Per un accordo finale in Europa vi sono diverse preferenze tra i diversi paesi, ma sono preferenze di tempo piuttosto che di assetto a regime perché sugli obiettivi di Parigi siamo tutti d’accordo. Quindi, si, è proprio sul periodo di transizione che potranno manifestarsi difficoltà.

Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini
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