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Rendiconti Mifid2, ecco com'è andata

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Livia Caivano
Livia Caivano

14 Ottobre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • Nell’invio dei rendiconti periodici gli intermediari devono attenersi alle tempistiche concordate con la clientela in fase contrattuale e in ogni caso, precisano Consob e Esma, “il prima possibile a decorrere dalla maturazione del periodo di riferimento”

  • Secondo Maurizio Bufi più che le tempistiche, nei rendiconti è importante guardare come i costi sono stati riportati

Gli obblighi di comunicazione assolti dalle reti di vendita quasi sempre in modo formale e non sostanziale. Le indicazioni dei costi annegate in report di decine di pagine. Le responsabilità dei regulator europei che non hanno imposto template uguali per tutti. Tutto ciò che c’è da sapere sui rendiconti italiani

Numero medio delle pagine dei resoconti Mifid2 consegnati alla clientela dalle diverse reti di vendita

Moneyfarm: 2 pagine

Euclidea: 2 pagine

Deutsche Bank Financial Advisors: 3 pagine

Widiba: 5 pagine

Fineco: 7 pagine

Scm Sim: 7-15 pagine

CheBanca!: 15 pagine

Azimut: 19 pagine

Banca Generali: 18-20 pagine

IWBank: 20-30 pagine

Allianz Bank Financial Adv: 25-30 pagine

Banca Mediolanum: 30 pagine

Fideuram ISPB: 38 pagine

Doveva essere la rivoluzione della trasparenza dei servizi finanziari e invece, come spesso capita in Italia, un obbligo normativo è stato rispettato sul piano formale con poca attenzione a quello sostanziale. Ritardi negli invii delle rendicontazioni, informazioni affogate in pagine e pagine di documentazione, un rimpallarsi di responsabilità tra i diversi attori della catena del valore.

Di chi è la colpa?

Delle reti di distribuzione su cui incombeva quell’obbligo ma anche dei regulator che hanno lasciato loro carta bianca.

La normativa europea impone agli intermediari che distribuiscono prodotti e servizi finanziari di fornire agli investitori le informazioni in forma aggregata su tutti i costi connessi ai servizi prestati oltre che agli strumenti finanziari. Ex ante, cioè una stima dei costi prima della prestazione del servizio, e ex post, almeno una volta l’anno, a cose fatte. La ratio della norma è consentire al cliente di conoscere il costo totale dell’investimento ma anche il dettaglio dei prezzi dei singoli strumenti. Per questa ragione le informazioni, precisa la norma, devono essere rese in modo chiaro ed esplicito, in valore assoluto oltre che in percentuale e se il cliente lo richiede, anche in forma analitica. Precisa Consob: le informazioni devono essere “corrette, chiare e non fuorvianti e vanno rese in una forma comprensibile”.

La norma è stata rispettata?

Se per assolvere al precetto normativo consideriamo sufficiente l’aver inviato dei documenti, allora la risposta è nella maggior parte dei casi positiva. Occorre però guardare anche a come questi documenti sono stati strutturati, in che modo le voci di costo sono state riportate, le tempistiche dell’invio ma soprattutto se l’informazione è stata sufficiente a chiarire al cliente la struttura dei costi.

Che la normativa in fatto di trasparenza sia stata rispettata, secondo Maurizio Bufi, “É fuori di dubbio”. Secondo il presidente Anasf non potrebbe essere altrimenti “perché si tratta di un obbligo per gli intermediari”. Va ammesso però che le tempistiche dell’invio avrebbero potuto essere differenti.

Ritardo nell’invio

Nell’invio dei rendiconti periodici gli intermediari devono attenersi alle tempistiche concordate con la clientela in fase contrattuale e in ogni caso, precisano Consob e Esma, “il prima possibile a decorrere dalla maturazione del periodo di riferimento”. Le prime rendicontazioni sono però arrivate ai clienti a luglio, molte nel mese di agosto. In questo modo i costi sono stati calcolati in riferimento al 30 giugno 2019 e non al 31 dicembre 2018. Una scelta, che lo stesso Bufi definisce commerciale: “Nel 2018 il 90% degli asset finanziari detenuti dalla clientela ha avuto un andamento negativo”. Ritardare l’invio della documentazione relativa ai costi può essere servito a prendere tempo, avendo così modo di inserire i risultati positivi che i mercati hanno registrato a inizio anno.

Molte reti però sostengono che i tempi sono stati dilatati dal ritardo delle Sgr. “Abbiamo spedito a luglio la rendicontazione non perché ci faceva piacere farlo in un periodo non particolarmente felice per il cliente, ma perché effettivamente abbiamo avuto difficoltà a recuperare i dati e arrivare preparati”, racconta Luigi Provenza, chief commercial officer – investment & wealth management di Widiba. “Recuperare i file da tutti gli intermediari, quadrarli all’interno di una struttura unica è stata un’operazione piuttosto complessa”. Va però ricordato che gli intermediari per regolamento Consob sono tenuti a comunicare i costi dei fondi entro febbraio dell’anno di riferimento. La questione riguarderebbe quindi, il costo della gestione patrimoniale.

Rappresentazione dei costi

Più che i tempi, però, per Bufi nei rendiconti è importante “la rappresentazione che dei costi viene fatta alla clientela”. C’è infatti da chiedersi se documenti composti da due fogli, con la cifra indicata in modo chiaro e 30 pagine con i costi riportati in piccolo – magari in lettere – rispondano nella stessa maniera alle richieste di Mifid2. “Le scelte che in autonomia sono state prese dai principali player, sia di ambito bancario tradizionale, che di reti di consulenti, sono state diverse – prosegue Bufi – C’è chi ha adottato rendiconti sintetici, mettendo in risalto questo aspetto. C’è chi ha presentato la trasparenza dei costi inserendola in una reportistica più ampia e articolata”. Il presidente stesso sottolinea come rispetto a documenti particolarmente corposi, i documenti sintetici siano più snelli e di più facile metabolizzazione, “sia per il cliente che per chi è chiamato a presentarli, cioè il consulente finanziario”. Prosegue il presidente Anasf: il vero passo in avanti che Mifid2 permette di fare è la rappresentazione dei costi in termini analitici, perché “non si parte da zero, la trasparenza in termini costi esisteva già anche se non in questa forma così specifica e analitica”.

Giancarlo Giudici, professore al Politecnico di Milano, chiarisce che la norma lascia molta libertà ai singoli intermediari. “Il contenuto minimo dell’informativa è stato definito dalle autorità di mercato in modo da essere facilmente comprensibile. Sta poi agli intermediari prendere tutti gli accorgimenti per migliorarne la leggibilità. Le scelte, sia per l’informativa ex ante, sia per quella ex post, possono essere diverse. Alcune volte viene prodotto un report specifico, altre volte le informazioni sono ‘annegate’ in altri documenti: il linguaggio può essere più semplice o più tecnico; la documentazione può essere disponibile a tutti sul web oppure no; i costi possono essere definiti in valore assoluto oppure in valore percentuale; possono essere ipotizzati degli scenari per mostrare l’impatto dei costi sul rendimento, oppure no”. Tutti questi elementi vanno a determinare la trasparenza effettiva della comunicazione delle società. Il dettato di Mifid2 rimane ampio per non legare le mani agli operatori e delega ai singoli Paesi la disciplina del dettaglio. Di fatto lasciando uno spazio di manovra molto ampio, dentro al quale gli intermediari hanno trovato il modo di nascondersi. Consob è intervenuta più volte nell’ultimo anno e mezzo ma in maniera blanda: imporre (solo) alle società di consulenza italiane regole particolarmente rigide le avrebbe rese meno competitive a livello internazionale. E quello che i regolatori chiamano goldplating. Per evitarlo sarebbe stato necessario che l’Esma, l’autorità europea, impartisse gli schemi di template validi per tutti gli operatori dell’Unione. Ma l’Esma non ha fatto nulla. Almeno ex ante. Il 24 maggio 2019 ha lanciato una Call for Evidence, nell’intento di raccogliere i pareri degli addetti ai lavori sull’impatto di costi e oneri. Anasf ha risposto evidenziando che il costo “è solo uno degli elementi rilevanti nella scelta e nella valutazione di una prestazione. Abbiamo sottolineato – precisa il presidente Bufi – che quello che va considerato è anche e soprattutto il livello di servizio che viene praticato e gradito dalla clientela. Vanno considerati diversi fattori: la disponibilità dell’operatore nei confronti dell’investitore, la capacità di saperne interpretare o rappresentare le esigenze anche non palesi, la gamma di soluzioni possibili.

Gli elementi della qualità del servizio sono costituenti essi stessi il costo e l’onere della prestazione”. Il presidente sembra voler dire: è giusto preoccuparsi della trasparenza ma non perdiamo di vista il vero core della professione: il servizio. E proprio in funzione di questo, gli escamotage trovati dalle società possono aver aiutato a mascherare i risultati di un anno difficile sui mercati, ma in un contesto di rendimenti zero – se non negativi – l’industria deve pensare a come abbattere i costi. Ed essere creativa non su come nasconderli ma su come ridurli alla radice.

Cosa rimarrà di Mifid2

Il professor Giudici del Politecnico prova a fare un punto: “La fase di avvio delle rendicontazioni è stata complessa. Gli operatori hanno lamentato alcune incertezze nell’applicazione della normativa. Il tempo a disposizione per adeguare le infrastrutture informatiche e organizzative è stato comunque più che sufficiente e riteniamo che nel breve termine non ci saranno impatti significativi della normativa sulla trasparenza dei costi in Italia”. Specie per la fascia di investitori retail si conta la ‘fedeltà’ al gestore, “soprattutto se è una banca commerciale. Prevediamo che non saranno molti i risparmiatori che cambieranno fornitore del servizio, sulla base dei costi riscontrati. Certamente, però, la maggiore trasparenza va a vantaggio del mercato e valorizza la consulenza dal modello indipendente”.

Secondo uno studio di Excellence Consulting, in effetti, l’industria del risparmio gestito in Italia a seguito dell’entrata in vigore della nuova Mifid su un orizzonte temporale di tre – cinque anni potrebbe vedere crescere il suo fatturato totale. Proprio come è accaduto nel Regno Unito nell’ultimo quadriennio per effetto della normativa Retail Distribution Review (Rdr), molto simile a Mifid2. Nel report vengono analizzati gli effetti economici di- retti e indiretti della nuova normativa, sulla base di uno scenario che tiene conto degli effetti negativi in termini di maggiori costi di compliance, di minori ricavi dovuti alla trasparenza sui costi dei prodotti e servizi finanziari e all’aumento della concorrenza da parte delle piattaforme di robo-advisory.

Ma anche degli effetti positivi in termini di ricerca da parte di banche, asset manager e consulenti finanziari di nuove fonti di ricavo. L’effetto combinato dei diversi elementi potrebbe rendere l’industria più efficiente nel rispondere alle esigenze dei clienti, con un incremento dei ricavi fino a 3,5 miliardi l’anno. Secondo un report Morningstar, a livello globale questo meccanismo è già innescato: le commissioni dei fondi si stanno gradualmente riducendo nel Regno Unito, in Australia e in alcuni mercati europei, in particolare i Paesi Bassi. Non però in Italia dove i singoli investitori raramente “pagano commissioni di consulenza diverse da commissioni o retrocessione – si legge nel documento – I fondi in Italia sono autorizzati ad addebitare commissioni di gestione con una componente di performance asimmetrica senza una pari riduzione delle commissioni di sottoperformance, ma nella maggior parte dei casi le commissioni possono essere riscosse solo se la performance è sia positiva sia superiore a un benchmark dichiarato”.

Conclude Bufi: “Sono convinto che l’aumento delle masse – che avviene da decenni – l’aumento del numero di clienti e a tendere la diminuzione dei margini, farà aumentare la produttività degli operatori. Che questo avvenga in tempi più o meno brevi è difficile da dirsi”.

Livia Caivano
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