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Oro sui massimi a sei anni: le ragioni dietro al rialzo

Oro sui massimi a sei anni: le ragioni dietro al rialzo

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Gloria Grigolon
Gloria Grigolon

05 Agosto 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • La Federal Reserve ha abbassato di 25 punti base il livello dei tassi di interesse (entro la forchetta di 2,00-2,25%) escludendo però l’avvio di un nuovo ciclo di allentamenti

  • Washington si è detta pronta ad applicare una tariffa del 10% su un controvalore di $300 miliardi di importazioni cinesi a partire dal primo settembre

  • Nel primo semestre dell’anno, le banche centrali hanno continuato ad acquistare oro fisico, contribuendo a spingere in alto la domanda totale di lingotti

  • L’escalation delle preoccupazioni geopolitiche ha aiutato il prezzo dell’oro a crescere, riaccendendo l’interesse del settore minerario, tornato ad investire

Taglio dei tassi, guerra commerciale, trend delle riserve bancarie, attività del settore minerario e volatilità del mercato Forex: quali sono le leve che hanno spinto il prezzo dell’oro su livelli che mancavano dal maggio 2013?

Prezzo dell’oro in area 1.470 dollari l’oncia, sui massimi da sei anni. All’origine del rialzo, i timori di un inasprimento delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina ed un atteggiamento più accomodante da parte delle principali banche centrali mondiali. Ma non è tutto.

Effetto Federal Reserve: dollaro a rialzo

Dopo l’annuncio della Federal Reserve, che lo scorso mercoledì ha abbassato di 25 punti base il livello dei tassi di interesse (entro una forchetta del 2,00-2,25%) escludendo però l’avvio di un nuovo ciclo di allentamenti, l’indice del dollaro ha guadagnato terreno, salendo fino ad un massimo di due anni. L’apprezzamento del biglietto verde, che rende meno conveniente l’acquisto di oro (quotato in dollari), ha posto sotto pressione il prezzo del prezioso, tornato a testare i minimi a tre settimane, in area $1412 l’oncia.

Prezzo dell’oro: effetto guerra commerciale

A cambiare il corso dei mercati è stato l’annuncio del presidente americano, Donald Trump, che dopo l’ennesimo nulla di fatto a livello di colloqui commerciali, ha paventato ieri l’ipotesi di un’escalation delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina: Washington sarebbe infatti pronta ad applicare una tariffa aggiuntiva del 10% su un controvalore di $300 miliardi di importazioni cinesi a partire dal primo settembre. Questi, combinati ai dazi del 25% già imposti a Pechino su 250 miliardi di dollari, coprirebbero la quasi totalità dei prodotti che gli Stati Uniti acquistano dalla Cina.

La notizia ha spinto i rendimenti dei titoli del Tesoro Usa ai minimi di tre anni, aumentando al contempo la domanda di oro da parte degli operatori.

Banche centrali: corsa all’acquisto di oro

In un contesto di precarietà per la crescita economica, l’azione accomodante della Fed, che ha fatto seguito alla possibilità di nuove misure di stimolo da parte della Banca centrale europea, ha intanto riacceso l’appetito dei buyer. Secondo quanto reso noto dal World Gold Council, nel primo semestre dell’anno, le banche centrali hanno continuato ad acquistare oro fisico, contribuendo a spingere in alto la domanda totale di lingotti, che ha raggiunto un massimo di tre anni. Tale tendenza dovrebbe confermarsi nei mesi a venire, specchio della percezione dei rischi economici e geopolitici di questi tempi.

Tra le nazioni più impegnate nell’implementazione delle proprie riserve, Russia, Cina e Polonia.

Tensioni geopolitiche: manna del settore minerario

L’escalation delle preoccupazioni geopolitiche legata alle relazioni dell’amministrazione americana con Iran, Corea del Nord e Cina hanno infine riacceso l’interesse del settore minerario, tornato ad investire. Secondo l’Australian Financial Review, quest’anno il comparto estrattivo toccherà quota 22 miliardi di dollari, grazie ai progressi nelle tecniche di esplorazione ed estrazione. Assieme a Cina e Russia, l’Australia tra i maggiori produttori d’oro al mondo.

Guerra commerciale o guerra valutaria?

L’attesa di una contromisura da parte della Cina alle minacce americane potrebbe dare nuove spinte all’oro, ha messo sotto pressione la valuta cinese: il cambio Usd/Cnh ha superato la soglia psicologica di 7,000 il livello più alto mai registrato dalla coppia, il più basso per la valuta cinese contro il biglietto verde. Viene quindi da chiedersi se si tratti di guerra commerciale o di guerra valutaria.

Mentre gli operatori si domandano quanto la People Bank of China (Pboc) sarà in grado di tollerare un deprezzamento della propria divisa nazionale di tale portata, a beneficiare del clima di incertezza tra le prime due economie al mondo sono beni rifugio e asset alternativi. Tra questi lo yen giapponese, col cambio Usd/Jpy sui minimi di marzo 2018, ed il bitcoin, tornato a testare il livello di 11.700 dollari.

Gloria Grigolon
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