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Wealth manager e blockchain: un gap da colmare

06 Novembre 2018 · Teresa Scarale · 3 min

  • La diffidenza del gestore patrimoniale

  • Quel problemino che risponde al nome di antriciclaggio

  • Trasparenza e soprattutto velocità

  • Fintech e wealth management non possono percorrere binari divergenti

Era il 2008 e nasceva la tecnologia alla base delle criptovalute. Oggi, mentre ci si chiede se queste ultime diventeranno il primo mezzo di pagamento, i “blocchi” stanno guadagnando terreno in molti settori, ma non tutti ancora si fidano

Sono trascorsi ormai dieci anni da quando la prima blockchain è stata ideata e realizzata. Ciononostante, c’è ancora molta confusione in merito, anche fra i wealth manager. È quanto rileva GlobalData in una sua recente ricerca.

Secondo Heike van den Hoevel, analista senior per il wealth management in GlobalData, I gestori dei grandi patrimoni non solo non saprebbero in che direzione sta andando l’universo blockchain, ma ignorerebbero anche quali sono i tratti distintivi della tecnologia dei blocchi, confondendola con un comune database.

Non c’è quindi da stupirsi, dice la ricerca, se in un settore così sensibile alle relazioni interpersonali come quello del wealth management l’adozione della blockchain sia lento. Ma le cose dovranno cambiare, sottolinea l’analista, dato che la pressione della regolamentazione aumenta, così come i costi di compliance, richiedendo l’integrazione di tecnologie sempre più adeguate. Soprattutto quando ad essere in gioco sono efficienza e protezione dei dati insieme.

Secondo il Global Wealth Managers Survey per il 2017, quasi i tre quarti (74,1%) dei wealth manager concordano sul fatto che gli alti costi di gestione siano un problema, mentre quasi il 72% ritiene che ciò sia dovuto alla regolamentazione statale o locale.

Blockchain che?

In generale si rileva che vi è una mancanza di fiducia nei confronti della tecnologia dei blocchi da parte dei gestori patrimoniali. Paradossalmente l’aspetto più temuto è quello della sicurezza. Il 30% non si fida, reputando che questa tecnologia non è sufficientemente sicura per essere adoperata su vasta scala. Il 35% degli intervistati afferma poi di giudicarla “irrilevante” nelle operazioni col cliente.

Favorisca patente e blockchain

Questa tecnologia ha il potenziale di risolvere grattacapi non infrequenti quando ci si confronta con nuovi clienti dai patrimoni di ingenti dimensioni:
• la problematica connessa al “Kyc”, ossia “Know your customer”;
• le regole “Aml”, vale a dire le pratiche di antiriciclaggio (Anti-Money Laundering).

I blocchi come noto possono offrire una soluzione alle citate questioni, essendo i loro record immutabili e condivisibili all’istante (previa autorizzazione) con le varie istituzioni coinvolte, regalando un notevole risparmio di tempi e costi. Certo il cliente potrebbe rifiutarsi, ma allora la microeconomia insegna che si tratterebbe di un segnale.

Squilibri

Il fatto curioso è che mentre tutto il settore finanziario sta facendo passi da gigante (o almeno si sta sforzando per farli) verso l’adozione di una tecnologia ormai decennale, i wealth manager sembrano ostinarsi a restare indietro, non aggiornandosi nemmeno sulle funzionalità di base dei blocchi e sui vantaggi che potrebbero trarne.

Tuttavia, “nonostante la confusione attuale che circonda l’argomento blockchain, ci sono già benefici talmente tangibili da ottenere che è tempo di evitare scuse e adoperarla”, conclude l’analista.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
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