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Fintech, il vortice del wealth management

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Stefania Pescarmona
Stefania Pescarmona

05 Dicembre 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • Costan: “Ciò che si sta facendo strada ora, è la qualità delle piattaforme per la consulenza, non solo la loro completezza: l’esperienza utente non è un plus ma un must have”

  • Sono richiesti sistemi di ribilanciamento automatico di portafogli (robo for advisor) che riducono lo sforzo e i tempi di reazione dei consulenti di fronte ai mercati e alle variazioni che gli advisory desk apportano ai portafogli modello

È rivoluzione nel wealth management. Robot, intelligenza artificiale e chatbot hanno un forte impatto nel mondo della consulenza. Intervista a Gianni Costan, ad di Fida

L’avvento del fintech ha portato nel mondo del wealth management una profonda trasformazione. Robot, intelligenza artificiale e chatbot sono le principali tecnologie che hanno, e avranno sempre di più, un forte impatto nel mondo della consulenza e nelle dinamiche di relazione tra consulente e cliente.

We Wealth ha intervistato Gianni Costan, amministratore delegato di Fida, gruppo italiano attivo da dieci anni nei servizi finanziari di alta qualità, che sta proseguendo nella sua crescita anche sui mercati esteri con la realizzazione di importanti accordi. Il più recente tra questi è, per esempio, il rapporto di collaborazione attivato nel mese di novembre con Piraeus Bank, che rappresenta oggi la principale banca in Grecia con una quota di mercato del 29% in termini di prestiti e depositi della clientela.

Costan, la tecnologia e il fintech come stanno cambiando il mondo del wealth management?

Ciò che si sta facendo strada ora, è la qualità delle piattaforme per la consulenza, non solo la loro completezza: l’esperienza utente non è un “plus” ma un “must have”.
Penso che un buon modello operativo per le banche sia quello di mantenere un core molto forte e stabile e collegare a esso servizi satellite specializzati, facendo in modo che questi ultimi “si parlino tra loro” per cogliere al meglio le necessità degli utenti e sfruttare la mole di dati a disposizione.

Cosa richiedono oggi i wealth manager, i private banker e i consulenti in generale nell’ambito della consulenza?

Ogni realtà ha specificità diverse dovute al posizionamento di mercato. Nel caso di clienti con esigenze avanzate, si avverte la necessità di un tracciamento della relazione con il cliente (crm) e un’elevata automazione nella parte di onboarding e gestione cliente. Sistemi esperti, quindi, in grado di aiutare a trasferire l’esperienza aziendale all’operatore singolo. Sono richiesti progressivamente anche i sistemi di ribilanciamento automatico di portafogli (robo for advisor) che riducono lo sforzo e i tempi di reazione dei consulenti di fronte ai mercati e alle variazioni che gli advisory desk apportano ai portafogli modello. Infine, iniziano a farsi strada modelli consulenziali a più ampio spettro (come i temi sulla protezione patrimoniale) che tuttavia al momento trovano poco spazio di automazione.

Mifid2 e di Psd2: che effetti hanno, secondo Lei, queste normative sul mercato italiano, che è caratterizzato dalla prevalenza di modelli di distribuzione tradizionali?

Direi che i modelli distributivi del risparmio gestito (i fondi) hanno retto abbastanza all’introduzione di Mifid2. In Italia abbiamo un modello che, anche nell’accezione di architettura aperta, comunque prevede una limitazione del collocabile da parte dei consulenti/banker. Da un lato questo modello può rappresentare un limite per gli investitori, ma quando esso è realizzato con oculatezza e nell’interesse comune genera effetti positivi e razionali. Chiaramente, la valutazione dell’investitore si deve spostare dalla bontà del singolo asset manager a quella dell’intermediario con cui effettuare l’investimento. Per quanto riguarda la Psd2, mi pare che per ora gli effetti siano limitati, ma certamente si dispiegheranno in futuro. Quando la direttiva coinvolgerà maggiormente le informazioni di natura patrimoniale e investimenti, allora anche il mondo della consulenza entrerà in gioco, con un’inevitabile apertura e un’arena competitiva più estesa. Fida sta già lavorando su questi temi con l’unica piattaforma per l’open banking attiva in Italia al momento.

Cosa avviene all’estero?

All’estero vediamo situazioni molto diversificate: nazioni con distribuzione captive, ovvero mix tra captive e indipendente, altri casi con private banking/wealth management leader e infine situazioni con forte separazione tra manufacturer e distributor con una prevalenza della consulenza. Quest’ultima soluzione, filosoficamente più robusta e virtuosa, è a mio modo di vedere perseguita dal regolatore europeo e realizzata poi a livello locale, con inerzie dovute al modello in essere. In un tale scenario, mi attenderei una polarizzazione dell’industria dell’asset management verso modelli puri (attivi o passivi) e sviluppi di logiche avanzate legate a specifici obiettivi di investimento. La distribuzione dovrebbe convertirsi definitivamente in consulenza, con feedback sulla product governance. Penso che questo processo continuerà anche in Italia, guidato dai grandi gruppi che ne dominano la scena e che stanno già da tempo estendendo la portata dei loro servizi.

In merito a Fida, quali sono i punti di forza della società e quali le attese per fine anno?

Fida sta conoscendo un periodo positivo con incrementi rilevanti di ricavi in tutte e tre le nostre aree caratteristiche. In primo luogo i dati, con particolare riferimento ai dati del risparmio gestito e al settore assicurativo. Siamo la realtà italiana di riferimento con una buona posizione nel mercato domestico, dove, tuttavia, abbiamo ancora molta strada da fare in termini commerciali. La seconda area è rappresentata dalle piattaforme software (private banking/consulenza finanziaria) e dai progetti informatici specifici nel segmento dell’investment management (dai tool per guidare l’investitore fino al roboadvisor completo). Le nostre skill distintive – agilità, competenze verticali finanziarie e approfondite conoscenze regolamentari – ci permettono di collaborare sia con il “business” sia con la compliance.
Infine, c’è il centro studi, vero cuore di Fida, che affronta e risolve le tematiche di finanza e regolamentari, ma con una produzione tipica che lo rende un centro di ricavo: dal rating quantitativo alle analisi di strumento, di mercato e di scenario, fino ai servizi ad alto valore aggiunto, creati insieme alla compliance dei nostri clienti o realizzati con il “business”: dai target market distributor per i prodotti collocati dagli intermediari al financial planning.
Tutte e tre le aree hanno visto negli ultimi anni crescite a due cifre, cosa che ci ha permesso di effettuare investimenti in risorse di valore ma anche in giovani promesse, la cui offerta intercettiamo grazie all’attiva collaborazione del nostro centro studi con un buon numero di università.
I risultati passati e quelli che si prospettano per il 2019 ci permettono anche di guardarci attorno con un sano interesse a collaborare con società che condividono il nostro stile.
Tra i partner cito due recenti acquisizioni: Borsa Italiana, per la quale curiamo le schede di analisi dei fondi quotati, e Fabrick, al momento unica realtà attiva come hub di open banking in Italia. Attraverso Fabrick la nostra piattaforma per la consulenza e private banking potrà essere sfruttata da terze parti ma anche i nostri dati e i nostri financial engine saranno resi disponibili alle terze parti con cui potranno sviluppare i loro servizi nel mondo della finanza.

Stefania Pescarmona
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