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La “tokenizzazione” delle opere d’arte

La “tokenizzazione” delle opere d’arte

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Aldo Bisioli
Aldo Bisioli

15 Agosto 2019
Tempo di lettura: 3 min
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L’effetto dirompente della tokenizzazione nel mondo delle opere d’arte: sono nate piattaforme web che offrono ai risparmiatori la proprietà frazionata di opere d’arte, acquistabile mediante valute aventi corso legale o criptovalute

La “tokenizzazione” è la nuova frontiera della cartolarizzazione, ma in versione digitale: è infatti una modalità di conversione di diritti (tipicamente, la proprietà) relativi a un asset (può essere un magazzino di formaggi come pure un brevetto industriale) in “gettoni digitali”, altamente frazionati e iscritti in modo inalterabile in una “blockchain” (un registro digitale condiviso e accessibile sul web).

Frazionamento e inalterabilità sono certamente essenziali: quanto al primo, alcuni investimenti hanno barriere all’ingresso troppo elevate per il comune risparmiatore (che si tratti di un palazzo in centro a Milano piuttosto che di una startup altamente innovativa), e il frazionamento della partecipazione al progetto riduce drasticamente sia la soglia d’accesso che il relativo rischio.

Quanto alla seconda, la funzione di garanzia svolta dalla blockchain sta aprendo vasti orizzonti in campi finora impensabili (si consideri che è stata utilizzata anche dall’Onu per controllare la distribuzione di aiuti umanitari a un campo profughi siriano in Giordania).

Tutto questo può avere un effetto dirompente nel mondo delle opere d’arte: frazionamento significa poter investire in beni che, fino ad oggi, erano inaccessibili ai più, e garanzia significa un’attestazione attendibile di provenienza dell’opera e della sua “carriera espositiva”.

È una realtà ovviamente in fase di primo sviluppo (si veda, ad esempio, il sito di “Maecenas”), ma altamente promettente: si tratta di piattaforme web che offrono ai risparmiatori la proprietà frazionata di opere d’arte, acquistabile mediante valute aventi corso legale (tipicamente dollaro americano) o criptovalute (ad esempio bitcoin).

Una volta acquistata una o più quote di una singola opera d’arte o di una intera collezione, il risparmiatore può disporne come un qualunque altro investimento finanziario, con l’obiettivo primario, ovviamente, di ritrarne un’adeguata remunerazione.

Qualcuno ipotizza che la proprietà frazionata possa comportare anche un diritto (ovviamente non esclusivo e soggetto a forti limitazioni) alla fruizione dell’opera: nulla vieta che chi possiede un “pezzettino” di un Monet possa disporre del diritto di ammirare il quadro in via privilegiata rispetto al comune appassionato d’arte.

In ogni caso, l’aspetto finanziario appare prevalente, e numerosi sono gli investitori sul mercato mondiale che detengono liquidità in criptovalute, verosimilmente disposti a reinvestirle in opere d’arte “tokenizzate” piuttosto che in “initial coin offering” di dubbio successo.

Due componenti appaiono imprescindibili (in aggiunta, ovviamente, a tutti i presidi richiesti ai fini antiriciclaggio): una piattaforma affidabile ed un mercato secondario di sufficiente spessore. A questo fine è probabilmente necessario, almeno all’inizio, un gemellaggio tra piattaforma digitale e galleria d’arte o museo (fisicamente esistenti), tali da consentire di “toccare con mano” l’opera “tokenizzata”: il beneficio per la piattaforma è evidente, ma anche la galleria o il museo può in questo modo smobilizzare anche solo una parte del proprio investimento in opere d’arte, finanziando così nuovi progetti e nuovi spazi per artisti emergenti.

Allo stesso modo questi ultimi possono realizzare del crowdfunding sulle proprie opere (“tokenizzando” quelle appena concepite o quelle rimaste invendute), senza sottostare alle logiche strettamente di mercato che potrebbero magari penalizzare, in quel momento, il loro successo di mercato.

Ovviamente, la “mercificazione dell’arte” è un pericolo concreto, ma un conto è saperla rendere finanziariamente “liquida”, ed un altro è saperla riconoscere ed apprezzare dal vivo: una cosa non esclude necessariamente l’altra.

Aldo Bisioli
Aldo Bisioli
Laureato in Economia aziendale con il massimo dei voti presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, dal 1997 svolge l’attività presso lo studio Biscozzi Nobili, in qualità di socio dal 2003. È iscritto all’albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Milano dal 1992. Revisore contabile dal 1999, ora Revisore Legale. Specializzato in fiscalità d’impresa.
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