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Unit linked nel mirino della Cassazione: un altro colpo mancato

Unit linked nel mirino della Cassazione: un altro colpo mancato

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Contributor, Stefano Loconte

16 Maggio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Non c’è pace per le polizze Unit linked. Il dibattito continua e si fa fatica a trovare un trait d’union con gli insegnamenti forniti dal giudice comunitario

Il dibattito sulla natura delle polizze unit linked stenta a trovare una sua definitiva composizione. Gli spiragli di uniformità in materia promananti dalla Corte di Giustizia – che aveva propenso per l’esclusione dal contratto assicurativo, di valutazioni circa l’allocazione del rischio – non hanno ghermito l’attenzione della giurisprudenza di merito e di legittimità italiana, che fatica a tracciare un trait d’union con gli insegnamenti forniti dal Giudice comunitario. Esemplare, al riguardo, è la recente ordinanza n. 6319/19 della Suprema Corte di Cassazione che, sebbene sembra prendere le distanze dal precedente arresto di legittimità del 2018 (ordinanza n. 10333), di fatto, ne rappresenta una precisazione. Si ricorderà, infatti, che con l’oramai nota ordinanza n. 10333/18, la Cassazione aveva affrontato, seppur in via incidentale, la spinosa questione sulla natura delle polizze di ramo III, in particolare le unit linked, prodotti assicurativi a elevata componente finanziaria il cui rendimento è collegato all’andamento di sottostanti quali quote di Oicr o di fondi interni. Nella fattispecie, i Giudici avevano negato la qualifica di prodotto assicurativo ad una unit linked, attesa l’assenza di garanzia di conservazione e restituzione del capitale alla scadenza del contratto. Tale pronuncia relativa, in realtà, più agli obblighi comportamentali in presenza di polizza stipulata per il tramite di una società fiduciaria, che alla natura delle polizze di Ramo III, aveva suscitato il dissapore delle associazioni di settore le quali, però, ben presto ne avevano smorzato i potenziali effetti.

Il clamore suscitato dalla pronuncia della Suprema Corte, tuttavia, ha ben presto destato le corti di merito italiane. E’ nota, al riguardo, la pronuncia della Ctp di Milano (sent. n. 5608/1/2018 del 10 dicembre 2018) nella quale i giudici hanno affermato che la natura aleatoria ed il rapporto di interdipendenza tra premio e rischio demografico, nonché l’allocazione del rischio esclusivamente in capo all’assicurato, ostano alla qualifica di prodotto assicurativo delle polizze unit linked. Sulla base di un vaglio critico assai superficiale, la commissione milanese ha, nella fattispecie, confermato l’accertamento elevato nei confronti del contribuente, riprendendo a tassazione i redditi prodotti in dipendenza della polizza, ai sensi dell’art. 44, comma 1, lett. g-quater, piuttosto che del diverso e più pertinente regime di cui al successivo art. 45, comma 4 (a mente del quale i redditi realizzati dal sottostante non sono tassabili al momento dell’incasso da parte dell’assicuratore, ma soltanto quando il contratto è riscattato o rimborsato; cd. “deferral taxation”).

A fomentare ulteriormente gli animi è intervenuta, ancora una volta, la Cassazione. Con l’ordinanza dello scorso 5 marzo, infatti, i Giudici di legittimità hanno affermato che la qualifica di prodotto assicurativo di una polizza unit linked, nell’ipotesi in cui la componente finanziaria prevalga su quella assicurativa, soggiace a talune condizioni, ossia, che la componente assicurativa della polizza preveda la ricorrenza del “rischio demografico”, valutabile con riferimento a taluni indici, quali “ammontare del premio versato dall’assicurato, orizzonte temporale e tipologia dell’investimento”, e che la porzione di tale rischio non sia “talmente irrisoria da vanificare completamente l’equilibrio delle prestazioni” dedotte in contratto. L’assenza di tali presupposti, ovvero, la previsione di una componente assicurativa meramente formale, secondo la Suprema Corte, creerebbe un disequilibrio tra le prestazioni tale da rendere il prodotto puramente finanziario.

L’ordinanza de qua, a differenza di quella pubblicata lo scorso anno, affronta in maniera nettamente più incisiva la tematica connessa ai prodotti linked. Tuttavia, se da un lato i giudici compiono un passo in avanti nel qualificare una polizza a prevalente contenuto finanziario come polizza assicurativa, dall’altro, invece, ritraggono la gamba nel momento in cui subordinano tale qualifica alla ricorrenza di una quota “non irrisoria” di rischio demografico. È proprio tale ultima puntualizzazione, in sintesi, a frenare la possibile inversione di rotta rispetto all’obiter dictum del 2018.

E pensare che un epilogo al dibattito è stato paventato a più riprese dalla giurisprudenza e dalla legislazione europea. All’indomani dell’ordinanza n. 10333/18 della Cassazione, infatti, la Corte di Giustizia Ue aveva irrotto sulla scena con un decisum di conformità tutt’altro che trascurabile (causa n. C-542/2016). Pur affrontando l’argomento incidenter tantum, infatti, i giudici lussemburghesi avevano affermato con estrema semplicità che il sinallagma assicurativo consiste esclusivamente nel binomio versamento del premio/
prestazione in caso di sinistro, senza che in esso possano né debbano rientrare valutazioni circa l’allocazione del rischio finanziario relativo ai fondi sottostanti la polizza.

Più precisamente, la Corte aveva evidenziato come, al netto di inutili lucubrazioni sull’allocazione del rischio demografico, le polizze di Ramo III possano comportare, per loro espressa natura, guadagni o perdite finanziarie al contraente o ai beneficiari in caso di decesso dell’assicurato, di talché esse rivestono natura assicurativa anche laddove non venga garantita la conservazione o la restituzione del capitale. Il Giudice europeo non è nuovo a tali incursioni. Già nel 2011, la Cgue aveva sottolineato come i contratti di tipo linked, lungi dal rappresentare un’anomalia nel panorama assicurativo europeo, fossero, in realtà, già contemplati nella prima Direttiva n. 79/267/Cee, in virtù della quale essi configurano “normali contratti di assicurazione”. E, non a caso, sulla scorta di tali principi la materia ha, poi, trovato uniformità anche nella recente legislazione comunitaria, in particolare con la Direttiva n. 2014/65 e il Regolamento PRIIP’s (Direttiva 1286/2014): secondo la prima, i prodotti assicurativi sulla vita di capitalizzazione “sono adesso definiti all’articolo 2 della direttiva 2002/92, in un nuovo punto 13, come prodotti assicurativi che presentano una scadenza o un valore di riscatto e in cui tale scadenza o valore di riscatto è esposto in tutto o in parte, in modo diretto o indiretto, alle fluttuazioni del mercato”; il Regolamento, invece, ha introdotto la nozione di “prodotto di investimento assicurativo” nella quale rientrano, necessariamente, i prodotti di tipo linked.

Non sono mancate pronunce di merito in linea coi dettami comunitari. Il Tribunale di Brescia, ad esempio, nella sentenza del 13 giugno scorso chiosava “(…) La norma europea considera “prodotto di investimento assicurativo” una polizza il cui valore è influenzato dalle oscillazioni del mercato, ossia un prodotto in cui il rischio di investimento è a carico del sottoscrittore”. Pertanto è evidente come “l’assenza di una garanzia di restituzione del capitale investito non costituisca elemento ostativo alla qualificazione del contratto come assicurativo”. Tuttavia, nonostante il carattere vincolante delle sentenze interpretative della Corte di Giustizia, il Giudice di legittimità
italiano osta a ricondurre il tema nella sua reale dimensione. Attesa la cristallizzazione dei principi normativi comunitari in materia, in definitiva, un radicale intervento normativo da parte del Legislatore gioverebbe non poco alla definizione del dibattito.

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