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Guida alle pensioni del futuro

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

18 Ottobre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • I PEPP sono nati con l’obiettivo di cercare di aiutare la generazione erasmus ad avere un futuro, in termini pensionistici

  • Ci sono però degli ostacoli che i PEPP devono superare, e uno di questi è il macigno fiscale

     

La previdenza complementare è un miraggio per molti europei. Meno di otto milioni hanno infatti sottoscritto forme di previdenza complementare. Il quadro che dunque si va a delineare è un continente popolato da anziani sempre più indigenti

La previdenza complementare è ancora poco diffusa in Europa. Gli iscritti sono meno di 8 milioni e mancano ancora all’appello ben 18 milioni di lavoratori. Il problema previdenziale, però, non è solo italiano, spiega Maria Bianca Farina, presidente dell’Ania. I trend di invecchiamento della popolazione interessano, infatti, l’intera Europa e sono destinati ad avere un impatto significativo sulle finanze pubbliche e sui sistemi pensionistici obbligatori. Inoltre, secondo i dati presentati dalla Commissione europea solo il 27% dei cittadini europei in età attiva dispone di un prodotto finanziario avente finalità previdenziali.

Per evitare dunque che il continente del futuro sia popolato da anziani sempre più indigenti, il numero di soggetti iscritti ad una forma previdenziale complementare, deve aumentare. Con questo obiettivo sono nati i prodotti pensionistici individuali paneuropei, PEPP, il 29 giugno 2017. I PEPP nascono dunque per garantire un futuro alla generazione erasmus. I giovani, sempre più spesso mettono in conto di andare a lavorare all’estero e le imprese, sempre più internazionali e delocalizzate, chiedono frequentemente ai propri dipendenti la disponibilità di recarsi a lavorare fuori dal proprio paese per proseguire un percorso di carriera. Ma quando si recano all’estero i millennials si rendono conto che il sistema previdenziale non è fatto per loro ma per i “locali”.  I diversi incentivi che i paesi accordano alla previdenza complementare li costringe dunque ad abbandonare il loro originario piano previdenziale complementare, che rimane finanziato a metà.  C’è però anche da dire che i regulator europei si sono incamminati lungo la strada dei PEPP anche per  mettere in sicurezza il futuro welfare state del continente, su cui gravano sfavorevoli trend demografici. Nel continente vivono infatti circa 500 milioni di persone ed i tassi di natalità, negativi già in Italia, sono prossimi allo zero in molti paesi. Le nascite sono crollate dai 7,8 milioni del ’64 ai 5,1 del 2016. E intanto gli anziani sono sempre di più e l’aspettativa di vita cresce rapidamente (in Italia supera gli 83 anni). Il quadro che si delinea è dunque chiaro. Ci sarà sempre più un tasso di dipendenza dagli anziani sempre maggior ed una crescente pressione sui sistemi pensionistici pubblici. Quelli privati peraltro sono insufficienti. Solo un europeo su quattro risulta infatti essere iscritto ad una forma di previdenza complementare ed in Italia la percentuale è ancora più bassa. Con il progetto PEPP – stima la commissione europea – un flusso di 700 miliardi aggiuntivi potrebbe dare nuovo alimento ai risparmi previdenziali.

Se dunque da una parte i PEPP possono essere definiti come “la soluzione finale anti anziani indigenti”, dall’altra non si deve sottovalutare il problema fiscale. Il legislatore europeo non ha infatti prescritto un sistema fiscale armonizzato (avrebbe richiesto il via libero preventivo di tutti i paesi dell’unione). Inoltre, i recensori del progetto hanno anche costruito un complicato meccanismo per garantire la mobilità dei lavoratori.

Ma quindi come verranno gestiti i PEPP quando si andrà in pensione?

La risposta non è delle più semplici, visto il quadro frammentato a livello europeo e la non chiarezza dal punto di vista normativo. Al momento in Ue si stanno valutando diverse opzioni. Teoricamente sono disponibili due soluzioni: il sistema pro-rata e la tassazione nel paese finale. Nell’ipotesi pro-rata si andrebbe a riprodurre nel momento del decumulo la stessa scansione, in proporzione ai periodi trascorsi dal contribuente in ciascun paese. La rendita (o i capitali) dovrebbero dunque essere tassati secondo le regole di quel paese e le relative trattenute versate a quella amministrazione tributaria.

Giorgia Pacione Di Bello
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