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“Stress test” per i lavori su tassazione dell’economia digitale

“Stress test” per i lavori su tassazione dell’economia digitale

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Alessandro Foti
Alessandro Foti

16 Luglio 2020
Tempo di lettura: 5 min
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Il clima emergenziale pare non aver risparmiato i lavori avviati nell’ambito del progetto Beps (erosione della base imponibile e trasferimento degli utili) volti a definire entro il 2020 un approccio condiviso nella tassazione dell’economia digitale, basato su un restyling coerente dei principi tributari internazionali

La definizione di principi tributari internazionali condivisi, che consentano un’adeguata ripartizione del potere impositivo su parte dei redditi “apolidi” generati dalle multinazionali del web, è tematica oggetto di studi che impegnano, tra gli altri, a livello internazionale, l’Ocse nel contesto dell’Action 1 del progetto Beps, e, a livello europeo, la Commissione europea, che ha sostanzialmente recepito le indicazioni dell’Action 1 trasfondendole nelle proposte di direttive n. 147/2018 e 148/2018 e nella raccomandazione n. 1650/2018.

La mole di lavori e di gruppi di studio che accompagnano il tema, tuttora dibattuto sul piano della politica fiscale internazionale, rischia ora di arenarsi nelle sabbie mobili dell’incertezza diffusa dall’emergenza covid-19.

Difatti, il clima emergenziale pare non aver risparmiato i lavori avviati nell’ambito Beps (erosione della base imponibile e trasferimento degli utili, in inglese «Base erosion and profit shifting») volti a definire entro il 2020 un approccio condiviso (Unified approach) nella tassazione dell’economia digitale (Pillar 1) basato su un restyling coerente dei principi tributari internazionali. In particolare, di quello concernente il collegamento territoriale – rimodulato sul concetto di “significant and sustained engagement with market jurisdiction” e di quello sulla ripartizione del potere impositivo – su una porzione di utili imponibili tripartiti (Amount A, B e C), la prima delle quali (A) disancorata dalle logiche dell’arm’s lenght principle e attribuita alle giurisdizioni cui spetta in base a una inedita (e da definirsi) chiave di allocazione.

Si auspicava che i lavori potessero giungere a una conclusione già durante l’incontro fissato per i primi giorni di luglio 2020 a Berlino, ma tale scadenza, come emerso nel corso dell’“Oecd (Ocse) tax talks” del 4 maggio scorso, è stata posticipata al 15-16 ottobre, quando si svolgerà il G20 dei ministri delle finanze a Washington. In base alla nuova programmazione, i negoziati dei 137 Stati membri coinvolti dovrebbero poter riprendere e infine concludersi (in modalità presenziale) il 21-22 novembre, durante il vertice dei leader G20 di Riyadh, con la divulgazione della soluzione adottata in merito al Pillar 1. È, tuttavia, plausibile che i dettagli dell’implementazione dell’approccio condiviso (ancorché raggiunto nel corso di quest’anno) non verranno comunque divulgati prima del 2021.

L’Organizzazione ha anche di recente rinnovato l’invito agli Stati membri coinvolti nel progetto a mantenere immutato, ancor più in questa fase emergenziale, l’impegno a raggiungere gli obiettivi del progetto entro il 2020, atteso che l’agenda dei lavori e degli incontri così delineata resterebbe attualmente confermata, e che una spinta decisiva ai negoziati potrebbe essere indotta da due fattori: i) l’incremento esponenziale di servizi digitali resi negli ultimi mesi – cui evidentemente conseguono redditi potenzialmente rientranti nello scopo del Pillar 1 – e ii) la rinnovata necessità di risanare i conti pubblici.

In questo contesto di indeterminatezza, ciò che realmente preoccupa l’Ocse sono le potenziali conseguenze legate a una generalizzata adozione di misure legislative unilaterali – come accaduto, ad esempio, con l’imposta sui servizi digitali (Isd) prevista o già adottata in Francia, Spagna, Italia, Austria, Polonia, Portogallo essenzialmente basata sulla proposta di direttiva 148/2018. Misure temporanee che, peraltro, rischiano di apparire in contrasto con gli obiettivi di uniformità voluti nell’Ue, per esempio con il Common consolidated corporate tax base (Ccctb).

Preoccupazioni condivisibili e per gran parte alimentate dalle cifre in gioco che contribuiscono a distogliere l’attenzione degli Stati membri coinvolti nel progetto da quello che dovrebbe essere l’interesse primario sotteso ai lavori dei Pillars 1 e 2 (una recente analisi stima nell’intorno dei 100 miliardi di dollari annui, variabile in funzione dell’approccio definitivamente adottato, il maggior gettito per i Paesi dell’area Ocse derivante degli effetti combinati dei Pillars 1 e 2), di contro per la sola Isd, nei paesi europei maggiormente interessati (per esempio, Italia, Francia, Spagna), si ipotizza un gettito nell’intorno dei 600 milioni di euro per anno).

Dal proliferare di misure unilaterali, nell’attesa di pervenire a un accordo internazionale in materia, secondo quanto ragionevolmente osservato dall’Ocse, deriva un rischio di controversie fiscali con derive di ben altra portata, quali guerre daziarie e tariffarie (talvolta solo ventilate talaltra già adottate) e una serrata competizione fiscale tra Stati, a danno ovviamente della ripresa economica complessiva.

Un rischio che però non pare solo teorico ove solo si pensi all’equilibrio instabile su cui poggiano gli interessi sottesi alla tematica in discorso dei paesi dell’area Ue, da un lato, e degli Usa, dall’altro.

Alla base dell’acceso dibattito tra i paesi europei e gli Usa – rinunciataria al progetto Beps ma, parrebbe, non agli incontri in programma sulla tassazione dell’economia digitale – vi sono ragioni di gettito legate in generale al Pillar 1 e in particolare all’Isd.

È interessante osservare come a monte di dette ragioni (di gettito) vi sia una marcata contrapposizione tra interessi nazionali, quelli degli Usa, ed esigenze di uniformità internazionale, quella degli Stati membri coinvolti nel progetto del Pillar 1. Da una parte, questi ultimi, intendono perseguirli facendo leva su una rivisitazione del criterio della fonte teso a espandere il potere impositivo di alcune giurisdizioni (per lo più europee), su parte dei redditi generati dai servizi digitali, ripartendolo tra quelle in cui le grandi multinazionali digitali (per lo più americane) creano valore attraverso i propri utenti. In tal modo, verrebbero intercettati dalle giurisdizioni interessate quei redditi attualmente sottrattati al loro (e talvolta a qualsiasi) potere impositivo a causa della inadeguatezza degli attuali criteri di collegamento tra Stati e redditi – pensati per realtà imprenditoriali tradizionali con una presenza o un collegamento fisico (e.g. stabile organizzazione). Dall’altra, vi sono gli interessi fortemente nazionalisti degli States, esplicitati con la riforma Trump del 2017, e implementati da misure evidentemente ispirate al criterio di residenza, che dunque privilegia l’interesse di gettito degli States, tra cui spiccano il Gilti (Global intangible low tax income) e il Beat (Base erosion anti-abuse tax).

Frattanto, la Commissione Europea ha proposto un piano di risanamento dell’economia dei paesi europei che prevede, tra l’altro, un nuovo strumento denominato “Next generation Eu” da 750 miliardi di euro, nonché la ripresa dei lavori in tema di Isd, che sembrerebbe, indipendentemente dal perseguimento di un approccio condiviso sul Pillar 1.

Il quadro così delineato si complica ulteriormente se si considera che alle problematiche già di per sé ostative sul piano politico, si sommano le criticità che sul piano tecnico accompagnano l’implementazione dei nuovi criteri di tassazione internazionale in materia – sia nell’ambito dei lavori sul Pillar 1 sia in quello della Isd. Quest’ultima, peraltro, pare ancora troppo disarticolata e scarna sul piano tecnico per poter rappresentare una risposta adeguata alle sfide dell’economia digitale.

Stando così le cose, pare arduo che l’agenda dei lavori sul primo pilastro possa avere la meglio nella prova di resistenza contro il periodo emergenziale e le avversità di politica fiscale. Sarebbe quindi fin troppo ottimistico ipotizzare, come auspicato dall’Ocse, che i lavori possano concludersi nei tempi programmati (dicembre 2020). La conseguenza più immediata è tuttavia che, nelle more di un accordo su un approccio condiviso, i rischi temuti dall’Organizzazione si materializzino e pertanto che, ancora una volta, i paesi tendano a privilegiate ragioni di gettito a interessi di uniformità e revisione dei principi di tassazione internazionale dell’economia digitale.

Alessandro Foti
Alessandro Foti
Avvocato tributarista senior presso lo studio De Berti-Jacchia in Milano, si occupa della materia sia in ambito nazionale sia internazionale con particolare attenzione a Hnwi e multinazionali altamente digitalizzate, quali quelle operanti nei settori big data, Ai, cloud, cybersecurity, IoT, blockchain.
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